…Repliche.

Maggio 9, 2008

…l’arrivo di Orazio fu il vero e proprio inizio dell’avventura romana. Si sistemò nella camera tra la mia e quella di Piero, il padrone. Veniva da Catania e la prima cosa che mi colpì di lui fu che ogni dieci parole inseriva un ‘nbare. Caratteristica che più tardi gli avrebbe fruttato il soprannome di minchia ‘nbare. Lui era orgoglioso della sua sicilianità, e lo è tutt’ora, e la ostentava all’ora come oggi in modo molto caricaturale e contagioso. Aveva un modo di porsi che mi affascinava nella sua semplicità di siciliano spocchioso, tanto che nel giro di pochi mesi presi a parlare anche io siciliano, anzi catanese. E’ l’unica persona verso la quale il mio affetto è aumentato con gli anni.
La triade si era finalmente formata: il siciliano e i due calabresi. All’inizio si andava spesso a mangiare a mensa. E’ quello un luogo dove le matricole possono trovare un pasto caldo a poche lire e la possibilità di fare conoscenze.
Le prime settimane non si uscì tanto. Fuori dalla mensa tornavamo subito a casa e ci sistemavamo sul divano e, facendoci consigliare dalla Tv, iniziavamo a conoscerci. Di cosa parlano tre ventenni del Sud? Di calcio ovviamente. A me non me ne importava nulla delle dispute calcistiche ma Orazio e Giovanni trovarono subito un ottimo terreno di scontro. L’uno catanzarese l’altro catanese, appartengono a due città cui la tifoseria si odia. E allora i primi contrasti non tardarono a comparire. L’uno a destra l’altro a sinistra del divano. Io in mezzo. Si beccavano su tutto e qualsiasi occasione era buona per additarsi a vicenda. Iniziarono a comparire le sciarpe e i gagliardetti che venivano affissi sui rispettivi muri come icone sacre: da una parte i colori giallorossi, le tette di Liv Taylor e l’immagine di Padre Pio per Giovanni. Dall’altra la bandiera rossoblù degli ‘Irriducibili’ e la più prosperosa Pamela Anderson posizionata sull’armadio di Orazio. Certo non facevano sul serio ma alcune sere la tensione arrivava a salire fino al limite. E non solo la sera. La mattina che Orazio si rese conto che dalla sua dispensa mancavano dei biscotti si rischiò che finisse tutto a schifìo. La tensione era alta.
Ma qualcosa doveva accadere. Ci si era accorti infatti che da un pò di tempo la roba veniva a mancare a tutti. Io avevo una ‘calza della Befana’, regalatami dalla mia mamma, appesa al muro di camera con dentro tanti cioccolatini che avevo notato diminuivano a vista d’occhio senza che nessuno li mangiasse. O almeno sembrava così. Anche le paste di mandorla di Orazio sembravano sparire nel nulla. Dopo una breve e informale runione si capì che il principale indiziato doveva essere il padrone di casa. Piero. L’entrata del personaggio Piero nelle vicende domestiche permise di sedare un pò le tensioni che si erano venute a creare. Decidemmo di verificare i nostri sospetti. Così costruimmo varie ‘trappole’ per capire se effettivamente Piero, quando noi eravamo fuori, entrava nelle nostre camere e faceva razzìa di cioccolatini e paste di mandorla. Preparammo perfidamente un messaggio da lasciare sotto la carta delle pastarelle per l’eventuale ghiotto fantasmino. Naturalmente i nostri sospetti erano fondati e quando candidamente chiedemmo a Piero se ne sapesse qualcosa, lui molto candidamente negò. Capimmo al volo che avevamo a che fare con un personaggio che avrebbe condizionato in modo significativo i nostri anni in quella casa. Ma nessuno di noi poteva immaginare quanto.

4 Responses to “…Repliche.”

  1. marta Says:

    Uno dei miei primi ricordi che ho della mia Roma studentesca sono una autobus e..un piccione.
    Quando partii dalla Polonia i miei mi avevano trovato una sistemazione da una loro vecchia conoscente. Si chiamava Rosetta. Una signora carina, abbastanza giovanile, un po orgogliosa, per i fatti suoi…sola con un figlio - Alesanro(bono). Abitava a Spinaceto, ed io stavo nella stanzetta del figlio ormai andato via. Ogni volta per andare a Roma era un viaggio di 1 ora e mezza. Autobus, metro e tram finale. Bella passeggiata. La sera era un problema - l’ultima metro partiva alle 23 e mezza, ed io non potevo mai fare tardi…Uno dei miei primi tragitti fu molto buffo. Stavo tornando da una manifestazione (di quelle con Che Guevara stampato su magliette e bandiere), presi la mia solita metro delle 23 e mezza e l’ultimo autobus di mezzanotte. Guardavo con molta attenzione il tragitto dal finestrino, attenta a riconoscere la mia fermata. E proprio cosi’ mi ritrovai ad un capolinea di non so quale paesino limitrofo…panico! Vidi l’autista scendere dall’autobus e dirmi “Siamo arrivati”.
    Con voce tremante gli chiesi che fine avesse fatto la fermata di Spinaceto…mi rispose alla romana che Spinasceto l’avevamo passato da tempo ormai.
    Deve avermi vista bianca in viso. Mi s’è proposta alla mente un’immagine di me che dormiva sotto un albero aspettando il prossimo bus…delle 5,30 e qualche maniaco pazzo stupratore pronto a saltarmi addosso.
    Fortunatamente i romani dde roma sono molto alla mano…propose di accompagnarmi a casa…con il bus dell’ ATAC. Alla fine con l’aiuto dei miei ricordi e la sua esperienza sulle fermate riusci’ a riportarmi da Rosetta…
    E poi il piccione…
    Solitamente assistevo ai pranzetti della domenica di Rosetta e Alessandro. Un bel giorno, dopo una bella abbuffata, prima di portare il dolce a tavola vidi Rosetta tutta soddisfatta e sorridente , intenta a dicharare una notizia strepitosa.
    “Ah, voi non lo sapevate e vi siete mangiati tutto…haha. Vi siete mangiati un piccione e vi è pure piaciuto!Non ve l’ho detto perchè senno l’avreste rifiutato. Me l’ha dato la vicina di sopra…!
    Io impietrita. Alessandro ha scatenato una scenata furibonda, grido’ per 1 ora di seguito e a momenti non la menava di brutto, e visto che c’ero pure me.
    Fortunatamente il periodo Spinasceto duro’ solo tre mesi…e c’è da dire che dopo recuperai il tempo perso.
    Era talmente triste e isolato quel posto che iniziai a fumare dalla noia.

  2. Hue Says:

    Io sono convinta che non è la verità che scegli ma è essa che ti sceglie. Una volta che ti viene rivelata essa non può più far a meno di te. Guardare le cose all’interno del proprio contesto, crearsi dei pregiudizi per essere poi disposti a cambiarli in base alle circostanze, porre il pensiero come una domanda ad un’azione e non come risposta al cervello. Lamentarsi solo quando davvero non c’è più niente da fare e dannarsi per non averlo capito prima
    Buon proseguimento

  3. pasqualeseverino Says:

    Se sai come si fa, ti propongo uno scambio di link.

  4. engelsblick Says:

    secondo me non si tratta tanto di andare in giro con ottiche diverse, ma di sapere essere aperti alle “altre” ottiche. Avere una propria prospettiva sulle cose non vol dire necessariamente chiudersi nei pregiudizi, ma può diventare, all’opposto, il proprio punto di partenza, una consapevolezza di sè, ci ciò in cui si crede, che, se veramente radicato, può essere fonte, paradossalmente, di grande apertura verso gli altri e l’altro che da ogni dove, sempre, ci viene incontro. Ma per incontrare l’altro, bisogna innanzi tutto conoscere se stessi. La “propria ottica”…

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