schiele.jpg …ai tempi di Collli Aniene andavamo, io e Orazio, a cuccare a piazza di Spagna. Quello è un luogo rinomato per il cucco etero come piazza dei Cinquecento lo era ai tempi di Pasolini per i marchettari (ma a sentire Giulio, anche oggi). Piazza di Spagna è la zona centrale del cucco per militari di leva e studenti fuorisede. Quindi c’è una concentrazione di masculanza terrona non indifferente. Quel pomeriggio eravamo usciti infichettati, scarpina lucida punta quadrata e maglioncino a V e giacchetta nera che avevo fregato nello spogliatoio del CUS e che avrei rivenduto molti anni dopo a Orazio per una ventina di mila lire. Tra militari in libera uscita e infichettate di tutto punto scorgo due ragazze letteralmete circondate da un gruppo di Neanderthal che cercavano di fare i simpatici trasformando il vernacolo delle loro espressioni in un italiano improbabile. Questa è una situazione tipica per cuccare. Quel che si deve fare è limitarsi a far capire alla ragazza assediata di comprendere il suo disagio e sorridere della situazione. E’ bastato uno sguardo complice lanciato da qualche metro di distanza affinché una delle due capisse l’antifona e si dirigesse verso me e Orazio facendo finta di conoscerci per liberarsi da quella massa di carne da macello bellico. Studiavano entrambe alla cattolicissima Cattolica per diventare infermiere. Una – biondina e carina era quella che spettava a Orazio dato che l’altra bruttina e tettona era attratta da me. Ce le portammo in giro quella sera. Qualche giorno dopo le invitammo a casa a cena.. gli suggerimmo di dormire da noi dato che abitavano in culonia ma la biondina era poco propensa e l’altra aveva il culo piatto e un po’ troppi peli sulle braccia, così fummo obbligati ad accompagnarle al dormitorio della cattolicissima Cattolica, dall’altra parte di Roma… Ci stancammo presto e non le chiamammo più… Fu uno di quegli incontri veloci che dopo qualche tempo non ricordi più neanche i nomi, rimangono solo impressioni sfuocate, un paio di bocce, un culo piatto, una discussione sulla poco probabile carità cristiana dell’istituto cattolico e sugli esami che erano integrati con lezioni di padrenostro e avemaria. Conoscenze avvenute per caso, per noia e che altrettanto il caso e la noia contribuiscono a dissolvere.

D’altro genere erano invece le ragazze che avrei frequentato qualche tempo dopo. Mariangela, Vera, Azzurra, Gabry, Ary, Silvia, Elisa tutte accomunate da un senso di allegria e spensieratezza, amore per la vita vissuta nelle pieghe del sentimento tra un quadro di Klimt, un sospiro di CarmenConsoli, un nudo di Schiele e una cannetta accompagnata da un sorso di infuso. Le giornate passate bukowskianamente a vivere il presente, l’edonismo dannunziano di chi ha voglia di godersela questa vita senza se e senza ma. Come la Pace, insomma. Erano, sono ragazze che ritrovavano se stesse nelle canzoni lamentose di Carmen, nella moda giapponese della cura dei particolari, nello stile manga di vestirsi e curare il proprio look. E poi nell’amore per la musica e soprattutto per le protagoniste al femminile della scena rock: Patti Smith, Any di Franco, Cristina Donà, Pj Harvey, Fitzgerald e Joplin… donne che hanno strillato al mondo la fierezza della propria femminilità contro la logica del potere maschio che associa donna-minigonna-bonaPerScopàEstirà. Ragazze alle quali piace far shopping negli store che fanno tendenza underground come Subdued e perfezionano il proprio stile prendendo a modello i fumetti giapponesi. Ragazze che son capaci di reggere l’alcool come il peggio camionista ma sognano d’essere protagoniste di ambienti da SexInTheCity, affiancate da compagni stile Dawson’sCreek

Con Silvia di Formia ebbi una storia di qualche ora. Passavamo la serata stravaccati sul letto di Pasquale al tempo di Sandrone. Credo che fosse il primo maggio e avevamo passato il pomeriggio al concertone della triade sindacale di S.Giovanni. C’è solo un motivo per il quale si va a quel concerto. Sballarsi. E’ un enorme carnaio di ragazzi persi tra i fumi dell’alcool e quelli dell’hascisc. Di solito s’arriva verso le quattro e ci si trova un angolino sul prato, comunque lontano dal palco. E’ impossibile avvicinarsi. Ci sistemammo sul marciapiede sotto la fermata del tram e da li non ci spostammo fino a sera tardi, molto vino e tante canne. Ricordo solo delle impressioni, un tipo che mi passa una cartina affinché gli togliessi la colla, qualcuno collassato con la testa poggiata sul marciapiede e il sorriso d’Azzurra. Sorrideva sempre, Azzurra. A me iniziava a piacere perché ogni volta che la guardavo m’incantavo sul suo sorriso e dovevo assumere un’espressione proprio ebete perché lei se ne accorgeva e mi diceva “che cacchio ridi?” Ogni volta che i nostri sguardi si incontravano iniziavamo a ridere e sotto l’effetto del fumo e dell’alcool spesso si rideva con le lacrime agli occhi e il dolore di pancia. Non “passava” mai la canna o la bottiglia di vino. Ogni volta che finivano nelle sue mani te le potevi scordare e quando alla fine le dicevi “Azzù! E passa sta canna!” puntualmente te la restituiva spenta. E la bottiglia vuota. Ci divertivamo insieme e capitava spesso di trattenermi a dormire a casa sua, e senza un briciolo di malizia si dormiva insieme nel lettone. Una sera, d’estate, eravamo rimasti solo io e lei a Roma e decidemmo di rullarci un cannone di quelli esagerati e fare un giro per il centro. Il cannone era davvero esagerato, usai tre cartine incollate per lungo. Prendemmo il motorino e andammo verso le strade formicolanti di turisti accaldati. Camminammo un pò, ridendo e prendendo in giro noi e il mondo che ci circondava. Ci guardavamo e sapevamo che sarebbe scoccata la scintilla della passione ma non avevamo fretta, avevamo solo voglia di ridere e ridere ancora.

Lei mi fissò negli occhi e sorrise perché le sue labbra erano del colore delle rose che crescono lungo il fiume, colore di sangue e follia…

Continuavo a parlare in un turpiloquio di parole sconnesse ed effimere quando mi giro e m’accorgo che stavo parlandomi addosso. Azzurra non c’era più! Stavo a largo Argentina e chissà da quanto camminavo solo! Tornai indietro di un pezzo e la ritrovai seduta su un muretto fuori come una zucchina, persa. Iniziammo a ridere e ci accorgemmo che avevamo smarrito la cognizione dello spazio. Eravamo al centro e c’eravamo persi, non ci rendevamo conto di dove avevamo lasciato il motorino, e ridevamo, ridevamo. Alla fine riuscimmo a ritrovare la strada di casa, tornammo a Casal Bertone comprammo una boccia di vino e ci facemmo un cannone al suono dei Couting Crows.

Il nostro rapporto si stava trasformando. Come un bruco che ritmicamente si faceva largo tra le consuetudini, rendendole istinti. Semplice, inspiegabile, inscindibile. Metamorfosi di una volontà ad esistere. La crisalide si sarebbe presto svuotata e la notte avrebbe sostenuto il nostro volo. Falena, sulle sue ali era scritta la storia di un’emozione destinata a perire. La fine ed il tempo cercano un punto d’incontro per obbedire al destino eppure lei sapeva come volare lontano dal comprensibile. Battiti frenetici, percezioni. Falena.

Ma torniamo al primo maggio. Tra una risata e un cannone quella sera io e Silvia ci avvinghiammo in un bacio appassionato, emanava in modo straordinario un odore di sesso. Non è bella Silvia. Alta, longilinea, le arrivavo si&no sotto il mento. Sprigionava quell’erotismo tipico dei ritratti di Schiele – se cliccate sulla riproduzione a inizio post potrete capire. Esprimeva una sensualità bukowskiana, da bettola, da scopata sotto i ponti, da pompino nel bagno di un autogrill. Ci lanciammo sguardi libidinosi tutta la sera, poi l’acool e i CiupaCiups ciucciati in modo osceno fecero scattare il sistema limbico. Pomiciammo incuranti degli occhi degli amici che osservavano increduli e divertiti. Quella sera me la sarei sbattuta pure li sul lettone di Pasquale, ma non era casa mia, lei dormiva ospite a casa di Azzurra e io all’epoca dividevo il monolocale con Orazio. Finì tutto li, così come era cominciato. Il giorno dopo qualche carezza e nulla più furono gli strascichi della sera prima. Continuava la mia serie di incontri senza centro.

…tredici: synòpsis.

luglio 13, 2007

images-con-rosa.jpg …ricapitoliamo. All’epoca di Colli Aniene si studiava, si andava a mensa e si frequentavano le notti romane con una boccia di Lambrusco in mano nell’attesa che il notturno di turno ci riportasse a casa. All’epoca si usciva raramente e quando lo si faceva non c’era una destinazione. Da turisti insomma. Era l’epoca in cui dalla Gialappa’s c’era Paolantoni che faceva “The school of the art of De Lollis” e il nonno virtuale a livello multimediale (capisci ‘e internèt? no? e allora!?), Di Bella illudeva milioni di malati, Pannella regalava marjiuana a piazza Navona e distribuiva i soldi dei finanziamenti pubblici a S. Giovanni. Quando io, Giovanni e Orazio l’abbiamo saputo ci siamo catapultati a S.Giovanni. La prima volta è successo un casino. La distribuzione era stata organizzata male e a causa di disordini fu interrotta. Risultato: noi non vedemmo ‘na lira. Così ce la pensammo e decidemmo, la seconda volta, di andare dalla sera prima a far la fila. Ci presentammo che erano le dieci e già c’era gente. La distribuzione dei soldi non sarebbe iniziata prima delle nove del giorno dopo. Una notte passata all’addiaccio tra barboni, prostitute e extracomunitari in coda. L’attesa fu lunga e umida. Ma divertente e tra una bestemmia e un sucaminchiaEva! arrivammo a conquistare le nostre banconote con il simbolo del Partito Radicale stampato. Cinque pezzi da diecimilalire. Ce ne andammo contenti per aver recuperato cinquantamilalire quando cinquantamilalire si chiamavano mezza piotta, cinque sacchi, dieci scudi, insomma quando erano una bella somma pari, a livello psicologico a circa cento euro di oggi. Quattro volte di più. Tutti pensammo la stessa cosa. Che almeno una di quelle cinque banconote azzurre l’avremmo conservata per ricordo. Aaahooo! Ce le bruciammo nel giro di qualche giorno.

Spesso studiavo insieme a Vera di Agropoli o a Mariangela di Pontecagnano. Al suono degli Smith con la prima e di De Andrè con l’altra. Per l’aria aleggiava l’odore dell’incenso comprato alla bancarella dell’indiano (puntino sulla fronte, non penne) e di candele profumate. Tutti gli appartamenti erano arredati con oggettini etnici, teli appesi al muro, tappeti nepalesi e cofanetti di legno. Per la felicità di Shiva, negozio etnico di un ragazzo, manco a dirlo calabrese, che nel giro di qualche anno avrebbe trasformato la moda etnica nella sua fortuna.

Frequentando Mariangela conobbi Azzurra, Silvia e il gruppo di Montefiori. Iniziai a frequentarle al suono di Jeff Bukley, CSI e ad aumentare il consumo di vuorp creando le premesse per farlo diventare un abuso. Il vuorp ora si chiamava porro o molto più semplicemente lo Brfff! che si pronunciava gonfiando le guance e assumendo l’espressione più strana che si poteva.

La mia cerchia di amicizie era sensibilmente aumentata e ormai quando ci si spostava si era una carovana di persone. Casa Ausonica era diventata un centro logistico di organizzazione di serate e durante il giorno il tamTam degli ambienti universitari amplificato da RadioRock e RadioOndaRossa permetteva la riuscita di serate indimenticabili. Del BlackOut ne ho già parlato. I centri sociali erano punti di riferimento per quanto riguarda i concerti. Si entrava con il prezzo politico di uno scudo, la sottoscrizione, e una volta dentro aprivi le porte della percezione. Anzi a dir la verità si entrava a porte spalancate. Io una volta le ho aperte talmente tanto che ne è uscita fuori l’anima. Tutt’un tratto ho visto nero e son svenuto. Credo che la perdita di coscienza non sia durata più di qualche secondo. E’ una situazione strana, indescrivibile. E’ la parte del cervello più antica, quella istintuale che prende il potere su un corpo bistrattato dall’incoscienza della coscienza, e stacca la spina. Sono meccanismi di difesa che permettono il recupero e il rientro all’interno dei limiti consentiti. Infatti pochi secondi bastarono a farmi star bene. Quando riaprii gli occhi mi ritrovai steso sul suolo di FortePrenestino circondato dagli occhi increduli di Orazio e Pasquale. Pasquale si incazzò molto. Disse che stavamo esagerando. Che non avremmo più toccato nulla, ora basta. Non sapeva ancora che quello era solo l’inizio di una lunga dipendenza.

Passavo le nottate con Azzurra e Silvia al suono di Nick Cave a fumare le canne e a farmi le trecce ai capelli. Le ho tenute per una settimana, quando le sciolsi avevo i capelli frisè. Di giorno sbavavo dietro Marilisa e frequentavo Veronica.

Veronica è romana. Veronica abitava in una delle zone bene di Roma. Andava in giro con una fiatUnoBianca tutta ammaccata, il padre lavorava in Rai, giocava a ping-pong, ascoltava Baglioni, amava la Lazio per la quale spesso faceva la hostess all’Olimpico e aveva uno stile tutto suo. Veronica aveva stile. Tra noi durò uno schioppo di fucile, era il periodo in cui io son stato più lontano dal concetto di civiltà, ascoltavo Marilyn Manson, e non riesco a capire cosa lei trovasse in me. La ricordo aprirmi la porta di casa con un vestitino nero estivo sopra due gambe da pin-up. E i polpacci, che polpacci! Le caviglie sottili e le cosce come quelle di mia cugina. Quando la vidi con le sue gambe lisce e i suoi occhi azzurri che mi guardavano… pensai che non l’avrei mai più mollata. M’ ero perso.

Non ci frequentammo quasi per nulla, qualche passeggiata al Pincio, una rosa regalata. Ma era romana. E romani e calabri fuorisede legano poco. E anche se non lo era mi appariva pariolina, s.leonardina, monfiana. In quel periodo di centri sociali, canne e treccine… era fuori posto. E se proprio devo dirla tutta era fredda. Un ghiaccio. Aveva un carattere glaciale. Forse era quello che me la faceva apparire aristocratica, che mi metteva a disagio. Ma è una persona fantastica e mi dispiace averne perso i contatti. Spero mi stia leggendo.

Quando non si andava nei locali, quando non c’erano concerti nei centri sociali, quando non si frequentavano feste negli appartamenti e magari il cielo di Roma era una coperta di stelle, si andava a passare la serata al CircoMassimo o al parchetto pubblico di S.Lorenzo. Sasà con la chitarra, Silvia e Azzurra con il vino comprato al discount, qualche cannetta e tanta voglia di stare in compagnia. Gli incontri all’aperto erano l’occasione per riunire tutte le amicizie. Era in queste situazioni che casa Ausonica assumeva il ruolo di centro logistico del divertimento. Si formava un gruppetto di una trentina di persone in cui colleghi universitari, coinquilini, compagni di sballo e amici di vita si riunivano tutti intorno a me. Nel senso che è la mia vita ad essere raccontata. Non è un delirio di onnipotenza. Marilisa&Marriana, Veronica, Azzurra, Silvia, il gruppo di Montefiore, Giorgio&Gianluca, casa Ausonica, il gruppo di psicologia con gli esponenti di spicco: il Ciriola, Nadia, Paola e Federica, Raffaella (con la quale Giovanni che aveva assunto il soprannome di sergenteChìchia avrebbe in seguito avuto una storia), Francesca la ròscia (per la quale Pasquale che aveva assunto il soprannome di Sam avrebbe sbavato nei successivi anni contendendosela con Sasà, la chitarra del gruppo. Entrambi alliccaru a sarda (rimasero in bianco, n.d.r)), Vera di Agropoli e Mariangela di Pontecagnano, Gabriella, Giuseppe il musicista (ex di Azzurra) e Cristian il sardo con i suoi amici, uno dei quali occhiAzzurriEbiondino era uno dei due sogni erotici di Azzurra. L’altro era un tipo con il cappellino che frequentava il BlackOut. Che intanto aveva assunto il soprannome di Lu Vleck. E poi c’ero io. Il Pirletto.

Era una vita fatta di dolci sogni. I nostri sogni erano fatti di questo. Chi ero io per dissentire? Tutti stavamo cercando qualcosa. Ci muovevamo, a testa alta.

ok-2.jpg …con la musica mi svegliavo, senza musica non mi addormentavo. Durante il periodo di Colli Aniene la musica che ricordo era quella di RadioDeejay, oneNationOneStation e quella di Pino Daniele. Io in camera non avevo uno stereo e date le sottili pareti dell’appartamento ero, volenteOnolente obbligato ad ascoltare la musica progressive di Orazio, all’ora del DjTime. Mi svegliavo e mi addormentavo “coccolato” dai sound industriali di Coccoluto, DjMolella o vattelappesca. Pino Daniele invece piaceva a Silvia, la ragazza dell’Aquila. All’epoca andava quella canzone che faceva: io per leei! ho due occhi da bambino… e adesso portami viiaa!

E tralaltro girava per casa una cassetta (perché allora c’erano ancora i nastri magnetici) di canzoni vecchie di Pino, cassetta che apparteneva ai nostri vicini del piano superiore. Non ve n’ho parlato nei precedenti post perché erano poco interessanti e a parte le pippette di gruppo non erano poi molto attivi. O forse a causa delle pippette. Ricordo che l’unica volta che ho visto un po’ di luce nei loro occhi è stato quando hanno saputo che Piero teneva i filmetti. Comunque. Uno di loro una volta mi diede una cassetta con il vecchio Pino Daniele, o meglio il giovane:

A me me piace ‘o blues e
tutt’e juorne aggio canta’
pecché so’ stato zitto e mo
è ‘o mumento ‘e me sfuca’

Con il cambio di casa cambiò anche la musica. Nel post precedente ve ne ho reso qualche campione. Frequentavo Pasquale che mi iniziava al grunge, un sound che affonda le radici nella città di Seattle della metà degli anni ottanta. In quel periodo tutta l’America nordOccidentale era afflitta da povertà, disoccupazione e droga. E Seattle in particolare era un centro privilegiato di consumo di eroina: i giovani per sfuggire alla noia e al male di vivere si rifugiano nella musica, dando vita ad una scena musicale fortemente localizzata.

I gruppi formavano una comunità unita di giovani che frequentavano gli stessi locali e si contraddistinguevano per determinate caratteristiche estetiche: i capelli lunghi, i jeans strappati, scarpe da ginnastica Converse spesso vecchie e rovinate, t-shirt sdrucite e pesanti camicie di flanella a quadri (tipiche dei taglialegna di quei posti, i cosiddetti “redneck”).

Letteralmente il significato del termine inglese grunge è “sporco”, “sudicio”, significato che evidenzia l’aspetto estetico trasandato dei protagonisti, nonché una scarsa ricercatezza tecnica comune a numerose band in questione, interessate maggiormente all’immediatezza e alla forza della propria musica e delle proprie parole.

La prima canzone che ascoltai fu Black dei PearlJam, il gruppo preferito da Pasquale. Mi piacque e quando scoprii di che parlava non persi l’occasione di spedire parte del brano attraverso sMs ad una tipa per la quale all’epoca avevo perso la testa, Marilisa. Pugliese di Gallipoli un viso affascinante su due poppe da paura. Un bel fisico. Ma stava con un tipo, Cippa che in futuro avrei avuto modo di conoscere meglio. Insomma, la canzone racconta appunto di sto tipo che è stato mollato dalla tipa e si lamenta. Le spedii le ultime frasi quelle che dicono qualcosa del tipo… lo so che un giorno avrai una vita felice, che sarai una stella… ma nel cielo di qualcun altro… perché, perché, perché! non del mio cielo, perché! …a sentirla forse è meglio, vi faccio sentire la versione unplugged:

Era diventata la colonna sonora delle nostre serate, insieme all’unplugged degli AliceInChains e a quello di EricClapton.

Stilisticamente, il genere grunge si può considerare un genere figlio in parti uguali di metal e punk. Al suo interno infatti convivono la potenza e la durezza tipiche del metal con la velocità e l’immediatezza e la freschezza tipiche del punk.

Inoltre, riaffiora nel grunge la finalità di denuncia e l’utilizzo dello strumento musicale come protesta contro l’estabilishment politico e culturale del momento, che sono in definitiva la sua principale somiglianza col punk.

Le liriche trattano spesso di argomenti come la frustrazione di vivere, la tristezza, la depressione, la rabbia verso una vita vissuta passivamente, la ribellione. Non è disdegnato tuttavia un certo senso di ironia quasi grottesco nell’affrontare queste delicate tematiche. Tanto che le liriche di gruppi come Pearl Jam, Alice In Chains, ma gli stessi Nirvana, vengono archiviate come notevoli prove di poesia contemporanea (che io poi trasformo in sms!), elemento che assieme alle voci irripetibili del parco seattleliano, concorsero nel creare quell’effetto magnetico che caratterizzò le migliori grunge song.

Il successo commerciale planetario del genere grunge è da individuare nell’anno 1991, grazie anche al contributo di MTV, anno della realizzazione dell’album Nevermind dei Nirvana e del primo album dei PearlJam, Ten.

La popolarità del grunge fu relativamente breve e venne bruscamente interrotta dall’ascesa di band decisamente troppo radio-friendly che decretarono la fine di tutte quelle caratteristiche anche culturali che diedero vita al grunge.

Per molti fans del grunge la fine del genere coincide con determinati eventi cardine: il suicidio di Cobain nel 1994, lo scioglimento dei pionieri Soundgarden nel 1997. L’abuso di eroina resta comunque uno dei fattori principali di distruzione di molti protagonisti di molte grunge bands: Kurt Cobain dei Nirvana, e nel 2002 Layne Staley degli Alice in Chains.

Sulla cultura grunge ci fecero pure un film che divenne presto un cult, Singles dove parteciparono come attori i protagonisti dei gruppi grunge della scena di Seattle.
Di certo non bastano due post per raccontare la colonna musicale del periodo. Credetemi, c’era musica da tutte le parti. All’epoca non esistevano gli Mp3, la musica non la si scaricava facilmente e giravano ancora le cassette. Una delle fonti dove uno studente poteva trovare questi gruppi era la mitica RadioRock, emittente romana. Per chi non aveva una raccolta musicale come quella di Pasquale, RadioRock era un punto di riferimento. Ci si svegliava con RadioRock, si studiava con RadioRock, ci si addormentava con RadioRock. Voci come quelle di Jelena Milic o Prince Faster hanno consigliato i gusti musicali di molti ragazzi, e ancora oggi continuano a farlo. Potevi ascoltare tutto ciò di cui vi ho parlato e molto, molto di più…

n.b : prima che vi scervellate: la frase del titolo “È meglio ardere in un’unica fiamma piuttosto che spegnersi lentamente”, è un verso tratto dalla lettera di suicidio di Cobain ed è una citazione dalla canzone di Neil Young, My My, Hey Hey.

…inserita postuma, su involontaria richiesta di overlOOk:

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