…diciotto: PrincipiDiNeuroscienze.
settembre 25, 2007
Cercasi studenti di psicologia per una tesi presso il dipartimento di NeurofisiologiaUmana de LaSapienza, Roma.
C’era un numero di telefono. Non mi pareva vero. L’università è un luogo dove ci si lamenta molto. I proff che sono stronzi. L’argomento dell’esame che non era nel programma. La domandina a trabocchetto. Le date non rispettate. I cessi sporchi. Il sovraffollamento… e la tesi che non si trova. Io seguivo le lezioni ai primi posti e approfondivo gli argomenti anche su libri fuori dal programma. Domande stronze non ne ho mai incontrate e le date che slittavano erano un’occasione in più per ripassare. Con molti proff avevo un ottimo rapporto. Soprattutto quelli del mio corso. Arrivato al terzo anno avrei dovuto scegliere quale tipo di percorso seguire successivamente: la mia futura professione.
Non avevo dubbi. Le materie che più mi appassionavano erano quelle scientifiche. Quando ero piccolo giocavo al piccolo chimico sperimentando intrugli schifosi. Il primo esame universitario sostenuto è stato Biologia. Si era concluso con un trentaElode e l’entusiasmo dei colleghi che scaricarono con un applauso la tensione di affrontare un esame che chi si iscrive a psicologia non s’aspetta. Che c’azzecchano cellule e cascate enzimatiche con la psicologia? …si ode tra i corridoi che fremono di matricole. Io sono invece figlio televisivo di PieroAngela e quell’esame m’è piaciuto.
La struttura del cervello mi appassiona. Le sue funzioni mi affascinano. Sarei diventato un neuroscienziato e magari avrei preso anche il Nobel. Studiavo sul testo di un Nobel, PrincipiDiNeuroscienze di Kandel. O come lo chiamerebbe Gerardo: Enrico Candela. Scelsi quindi l’indirizzo sperimentale, quello che ti trasforma in un topo da laboratorio. Un ricercatore. In tutta la facoltà eravamo si&no una cinquantina che frequentavamo, spalmati in tre anni di corso. Ci sentivamo un gruppo di eletti. L’aula dove tenevamo lezione era la numero dieci. Era scritto a caratteri romani e a noi piaceva chiamarla l’aula X. Era l’unica che aveva i computers, Macintosh collegati in rete, quando ancora la rete era frequentata da pochi. Fu lì che mi feci la mia prima e-mail. Su Yahoo!. Si studiavano materie come PsicologiaAnimaleEcomparata, TecnicheSperimentaliDiRicerca, Statistica, Memoria, IntelligenzaArtificiale, PsicologiaDelsonno… un universo che mi affascinava insegnato da luminari del campo.
Ognuno di noi aveva il suo posto e i proff ci conoscevano unoAduno. Se seguivi, l’esame era una formalità. Ma ci arrivavi comunque molto preparato.
Qui conobbi Mariangela di Pontecagnano. Eravamo presi dallo stesso entusiasmo scientifico e ci feci presto amicizia. Studiavamo spesso insieme. Lei sognava di andarsene in una foresta africana a contatto con qualche specie di primate. Ha la passione per gli scimpanzé. E’ affascinata dalla figura di JaneGodall. E quando parlava di Etologia le si illuminavano gli occhi. Eravamo diventati talmente amici che i pochi tabù sessuali rimasti li avevamo messi da parte e ci trattavamo come fossimo fratello e sorella. Fu in sua compagnia che un giorno, incollato alla porta dell’aula X trovammo quell’annuncio. Decidemmo di chiamare e fissare un appuntamento.
“Venite quando volete”, disse una voce maschile dall’altra parte del filo. O forse mi sbaglio: mandammo una mail. “venite quando volete” scrissero, dall’altra parte del filo.
Il dipartimento di NeurofisiologiaUmanaEcomparata è un palazzone all’interno della città universitaria. Al primo piano ci stanno i laboratori di ricerca. Io e Mariangela eravamo emozionati come un ragazzino che compra per la prima volta una bustina di figurine senza la presenza del padre. Dietro l’enorme porta a vetri opaca si muovevano delle ombre. A fianco un telefono con su stampati i numeri delle stanze dei professori.
Entrammo nella stanza del proff che ci accolse in modo freddo e aggressivo. Era scocciato che l’avessimo disturbato fuori orario di ricevimento e ci rimproverò per non averlo rispettato. C’aveva scambiato per due suoi studenti che si dovevano laureare e quando puntualizzammo che venivamo da psicologia per richiedere la tesi i toni si ammorbidirono e divenne cordiale. Ci spiegò che in quelle stanze si svolgeva ricerca di base su alcune funzioni cerebrali che riguardavano la programmazione al movimento, erano laboratori all’avanguardia dotati di strumenti sofisticati di indagine sperimentale. Fremevo dall’idea di indossare il camice bianco. Ci chiese se avevamo difficoltà a lavorare con animali. A me luccicarono gli occhi. Mariangela preoccupata chiese che tipo di animali. Rhesus, rispose. Primati. Mariangela sbiancò.
Ora, dovete sapere che questo tipo di scimmia è da sempre il più usato in ambiente scientifico. Per una serie di fattori che non sto qui ad elencare. Ricerche sul fattore Rh, che permisero le trasfusioni sanguigne e la prevenzione di malattie emolitiche su neonati. I discutibili ma importantissimi esperimenti di Harlow sulla deprivazione materna furono compiuti su macachi di questa specie. Fino alle missioni spaziali Nasa. Là dove Mariangela immaginava poveri animali costretti in gabbie, io vedevo cervelli.
Certo per molti non è intuitivo. Uno psicologo che studia le scimmie? E a che serve? A fare lo psicologo delle scimmie?
Grazie per la domanda.
Il cervello è l’organo che ci consente di pensare, agire nell’ambiente circostante assorbendone gli input, analizzarli e comportarsi di conseguenza. Tutte le specie animali di una certa consistenza, quelli formati da più cellule, sono capaci di interagire con l’esterno attraverso degli organi sensoriali e rispondere agli stimoli. Questo attraverso il sistema nervoso che per alcune specie è molto semplice, formato da qualche centinaio di cellule, per altre tipo la nostra, estremamente complesso e sofisticato. Il risultato è che le prime hanno un corredo di comportamenti molto limitato. Per esempio una lumaca se viene molestata può al massimo ritirarsi nel suo guscio. Un passero può fuggire. Un cane può anche mordere. Un essere umano, oltre a tutte queste cose può mandarti a cagare in un numero potenzialmente infinito di modi. Ghandi farebbe opposizione passiva. Tyson ti gonfierebbe. Bush manderebbe i figli delle periferie americane. Sgarbi ti riempirebbe di parolacce. Papa Innocenzo IV ti brucerebbe vivo o ti farebbe calare con l’ano su un palo appuntito, Pinochet collegherebbe i tuoi testicoli a degli elettrodi e DiCanio alzerebbe il braccio (su quest’ultimo esempio mantengo seri dubbi che sia coinvolto il cervello).
Queste differenze non dipendono dalla massa corporea o dalla forza dell’animale. Un leone per esempio si comporterebbe come un cane. Dipendono dalla massa del cervello. Dal numero di cellule coinvolte ma soprattutto dalle connessioni stabilite tra queste cellule. Dalle comunicazioni. Quindi studiare un cervello di un animale di una specie diversa vuol dire studiare un cervello più semplice, meno complesso. Vuol dire capire le parole, il linguaggio attraverso il quale i neuroni comunicano. Noi siamo una specie animale tra tante. Capire le altre specie permette di capire noi stessi. Questa è la ricerca di base. La ricerca atta alla conoscenza, senza alcun apparente risvolto pratico. Einstein era solito sostenere che la scienza morirà nel momento in cui diventerà schiava delle applicazioni pratiche. Il contrario di ciò che sosteneva Hitler: che essa doveva servire la politica dei popoli emergenti. Curioso come fu un genio ebreo a dargli torto.
I maggiori progressi che le neuroscienze hanno avuto son dovuti a studi su animali. I cani di Pavlov, i gatti di Skinner, i topi di Thordike e le scimmie di Kohler, Enrico Candela e le sue lumache o Albert, il bimbo su cui Watson applicò le sue teorie. Il sogno di ogni neuroscienziato è quello di avere a disposizione un cervello umano. Durante la seconda guerra mondiale gli scienziati nazisti compirono una serie di esperimenti su cavie umane. Fortunatamente il fattore etico ci impedisce di poter pensare oggi un tale tipo di approccio. Ma vi confesso che è affascinante. Oltre che aberrante. Per questo quando ho sentito pronunciare la parola scimmia dal proff mi son visto già tra gli applausi di Stoccolma. Insomma se Kandell aveva preso un Nobel studiando una lumaca io con una scimmia avrei dovuto vincerne almeno tre. E poi ero felice che non avrei avuto a che fare con topi di mezzo chilo.
Il professore ci accompagnò a visitare i laboratori. Mariangela non se la sentì. Io invece fremevo come un bimbo al lunapark. Mi sembrò di entrare in una cabina di un aereo. Led luminosi, schermi, oscilloscopi, centinia di bottoni e odore di alcool e strumenti chirurgici. Poi la visita allo stabulario. Le gabbie. Conobbi Baby. La scimmia con la quale avrei lavorato per i successivi anni. Rimasi colpito dal suo sguardo. Mi osservava con gli occhi di un bimbo di tre anni.
…diciassette: quandoGLIstruzziFANNO: BRFFFF! (chemeravigliachemeraviglia)
settembre 14, 2007
…della vita di ognuno di noi hanno fatto parte persone che non dimenticheremo mai. Incontri accaduti per caso ad una festa, in un bar, all’università. Conoscenze trasformate in amicizie. Ci parli, ti riconosci negli interessi, nei valori, nelle lamentele e inizi a frequentarle, quasi in modo disinteressato. Passa del tempo e ti rendi conto che si è diventati amici e si ha voglia di stare sempre di più insieme. Passa ancora del tempo, cambiano le situazioni e mutano gli interessi. La stessa persona rischi di incontrarla un giorno per strada e far finta di non riconoscerla.
…nella vita di ognuno di noi hanno fatto parte persone che non dimenticheremo mai. Incontri accaduti per caso ad una festa, in un bar, all’università. Conoscenze trasformate in amicizie. Amicizie che ti formano, ti trasformano, ti cambiano. E non sei più lo stesso. Passa del tempo e ci si rende conto che non si potrà fare più a meno di farne a meno. Passa ancora del tempo, cambiano le situazioni e mutano gli interessi. La stessa persona la incontri un giorno per strada e fai finta di non vederla. Ma è ormai parte di te. Lei è in te. Te la porterai sempre dietro tutta la vita. In alcuni atteggiamenti. In modi di pensare e affrontare il mondo. Persino, un giorno, guarderai gli occhi di tuo figlio che fa una smorfia. Gonfia le guance e soffia l’aria a più non posso, emettendo un suono buffo. Quel giorno dai meandri della tua memoria non potrà fare a meno di affiorare un’altro viso intento ad assumere un’espressione altrettanto buffa. Guarderai tuo figlio e riderai. Si, riderai di cuore. Tutti crederanno che ridi per la sua espressione. Invece è il ricordo che ti mette gioia. Il ricordo di un viso vissuto decenni addietro. Il viso a cui stai pensando è quello di Geart. Detto Gerardo. Per Orazio Gheadd.
…abitavo in via degli Ausoni ma frequentavo spesso via Domenico Cucchiari. CasalBertone. In un appartamento al terzo piano abitava Azzurra insieme a Geart, Arianna e Pierpaolo. Detto Pietropaolo. A parte Azzurra gli altri sono tutti di Montefiore: ridente paesino del marchigiano. Ci festeggiano un bellissimo carnevale all’insegna del vino e delle botte. Che si faceva in via DomenicoCucchiari? Naturalmente ci si sballava. Si rideva. Si rideva e si rideva. Vi dico la verità. Non ricordo nulla di quel periodo se non vaghe impressioni. Vi confesso che ho una gran difficoltà a raccontarlo.
Era notte, a Roma. La città intorno a CasalBertone sonnecchiava. C’era un film in tv. Era un horror. Io e Azzurra sul lettone. Di là in cucina si ride, si cucina e si fuma. Dai versi che si odono sembra di essere in un manicomio. O in un asilo. Ch’è lo stesso. Pietropaolo emette uno strillo. E uno struzzo risponde. Io e Azzurra ridiamo. Ci guardiamo. Ci baciamo.
E’ l’inizio di cinque anni insieme.
Quella notte ci appartiene. Fu nostra e di nessun altro.
La mattina fummo svegliati da qualcuno che grattava alla porta in modo insistente. Era sicuramente un animale strano, forse un uccello di grosse dimensioni. Ma molto arrabbiato. La porta si socchiude e spunta la testa di uno struzzo imitata da una mano. Nel “becco” tiene una canna. Il verso diventa minaccioso. Io e Azzurra sorridiamo. Sappiamo già quello che succederà tra qualche istante. La porta si spalanca e lo struzzo salta sul lettone. Tenta di attaccarmi il basso ventre, ma si blocca. Nota qualcosa di strano. Forse nel modo complice in cui sorridiamo. Forse nel vedermi addosso il pigiama di Azzurra. Capisce. Sorride. E’ imbarazzato. Ci passa la canna. Dice: “…bravi, bravi”. E’ contento. Corre a raccontarlo ad Ary.
E’ domenica. La prima domenica di una storia durata cinque anni. Di un’amicizia trasformatasi in qualcosa di grande. In un sogno? Si, in un sogno. Come un sogno ricordo, come un sogno mi manca. Mi mancano le serate passate al cinese. Eravamo in quattro: io&Azzu, Ary&Geart. A volte, spesso, Pietropaolo. Si fumava e si andava. Involtini primavera, pollo alle mandorle, ravioli al vapore. E poi due bottiglie di Galestro CapsulaViola. La birra cinese. Buona. E la grappa di rose. Praticamente si andava al cinese per ubriacarsi. Uscivamo persi e pisti salivamo sui motorini diretti a casa a fumarci un cannone. Lo BRFFFF!, lo chiama Geart. Capitava spesso che non paghi di quanto bevuto acquistavamo una bottiglia di grappa da portarci a casa. Gerardo suonava la chitarra. Era capace di suonare qualsiasi cosa. Basta che fosse di compagnia. Noi lo seguivamo cantando. E fumando.
Se non si andava a mangiare al cinese il classico della domenica era la pizza. Ce la facevamo portare a casa e ricordo il boato di entusiasmo che avveniva quando arrivava. Il suono del citofono scatenava riflessi pavloviani di pazzia. Urla e versi animaleschi. E ridevamo, ridevamo.
Era l’epoca del Black-out e dei centri sociali. Enzimi, feste, manifestazioni musicali e artistiche. Ogni occasione era buona per uscire. E fumare. Non mi sono mai divertito tanto nella mia vita come in questo periodo. Mi sentivo completo. Non mi mancava niente. L’università andava da favola. Ero uno dei migliori del corso. M’ero iscritto alla specialistica, avevo trovato un bellissimo argomento di tesi. Ero circondato dagli amici e passavo giorni¬ti spensierate. Avevo trovato finalmente una ragazza capace di farmi divertire, star bene. I suoi amici erano i miei migliori amici. Il mondo mi sorrideva e io mi prendevo gioco di lui. Ascoltavamo Carmen, NickCave, JeffBukley. Jeff c’ha fatto incontrare. Regalai il doppioCd ad Azzurra quando eravamo amici. Già iniziavo a guardarla con occhi diversi. A lei piacevano i tipi fighi. Che ne so? Uno alla CurtCobain o BradPitt. Ma più che fighi fisicamente dovevano essere fighi dentro. Dovevano essere trend. Pantalone largo, magliettina underground, scarpe americane e un po’ artisti. Io portavo il codino, il pizzetto, i jeans stretti e le camicette del mercato. Scarpina da tennis. Lo ammetto. Forse ero un po’ viscido. Non credo che fossi il suo tipo. Ma Azzurra mi piaceva. Avrei fatto di tutto pur di conquistare il suo sguardo. E il suo sorriso. Fu così che cambiai totalmente il mio stile. E il mio essere.
Non ricordo quasi nulla. Ma ricordo che mi manca. Mi manca la baguette dell’Auchan e la spesa fatta sotto effetto stono. Mi manca il panino dello zozzone comprato alle tre di notte, le lunghe disquisizioni etologiche di Gerardo e il suo modo di osservare il mondo. Come quando meditava a lungo su oggetti quotidiani, oggetti che la maggiorparte delle persone non si soffermerebbero mai a guardare. Lui se li rigirava e ci pensava su. Affascinato dalla perfezione di una vite o della genialità di chi ha inventato il tappo di alluminio. “Pensa quanti soldi s’è fatto”. Diceva. Mi manca Gerardo. Mi manca Ary e il suo modo goffo di ballare imitando i ballerini di MariaDeFilippi. La sua dolcezza. L’accento marchigiano di Pietropaolo e il suo modo fancazzista di prendere la vita. Mi manca la gelateria sotto casa. Compravamo un chilo di gelato e lo divoravamo in preda alla fame tossica. Mi manca AndreaIlCammello e la sua maglietta zozza. Mi manca il Deiana.
Lo so che non tutti mi state seguendo. Ma questo era un post un po’ intimo. Vedrò di spiegarmi meglio. Il Deiana per esempio.
Il Deiana è un’entità mitologica. Quando frequentavo CasalBertone lo sentivo spesso nominare. Il Deiana, la Iena lo chiamava Gerardo. Era un personaggio, futuro architetto, che si occupava di traffici illeciti in quel di S.Lorenzo, in un appartamento che sembra non subisse mai l’azione del mocio e che successivamente diventerà cruciale per gli eventi che descriveremo. Era dalla iena che Gerardo si riforniva dello brffff! Ho avuto modo di vederlo una volta sola a casa sua. Piccolo, sardo, con il pizzetto. Se non l’avessi conosciuto sarebbe rimasto per me un’entità fumosa al pari degli UFO o degli angeli. Un satiro oggetto di storie fantastiche. E invece esisteva. Abitava con personaggi altrettanto mitici: GiuseppeILmusicista e Nino. Il primo, ex di Azzurra era un artista a tutto tondo. Il secondo, compagno di Elisa: una ragazza che ha inciso sulla mia vita più di quanto lei sappia. Nino? Un matto da legare.
La mia vita ora si divideva tra casa Ausonica, CasalBertone e il laboratorio di neurofisiologia della Sapienza. Dove avevo iniziato a lavorare per la tesi. L’argomento? Basi fisiologiche della programmazione al movimento oculare…
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Mio nonno mi raccontava quando si svegliava al canto del gallo. Io, forse, racconterò al mio nipotino quando a svegliarmi era uno struzzo di nome Geart.
…sedici: Casa Ausonica.
settembre 10, 2007
…casa Ausonica è un appartamento storico. In senso stretto: ha fatto la guerra. Durante l’occupazione nazista, successivamente all’intervento alleato, S.Lorenzo fu uno dei quartieri più colpiti dal fuoco amico. Il primo.
“Lucky Lady”,”Arkansas’ Travellers”, “Pretty Boy”, “Dark Lady”, “Winnie Oh Oh”, “Geronimo II” …i nomi simpatici dei B-17 amici che alle undici unMinutoEcinquantaSecondi del diciannoveLuglio43 cacano contemporaneamente stronzi da 5oo libbre, duecentocinquantachili sulle teste dei sanlorenzini. Alla fine l’intervento amico avrà sganciato tremila bombe. Tremila morti. Dodicimila feriti. Casa Ausonica subisce il bombardamento amico ma rimane in piedi.
…casa Ausonica è un appartamento storico. In senso lato: mai ristrutturato dai padroni di casa che facendo un calcolo approssimativo non hanno guadagnato meno di centocinquantamilaeuro in questi anni di affitto, quando sono entrato aveva ancora una carta da parati di inizi del novecento, e mobili d’altri tempi. Un bagno ch’era un cesso, e lo è tuttora, porte e finestre da casa dei nonni. C’era un impianto elettrico che se accendevi una candela profumata di troppo sovraccaricava e saltava. Le prese erano quelle di fine ottocento. Quando il padrone ha capito che forseforse era il caso di rifarlo a norma di legge ha mandato una squadra di operai che hanno occupato l’appartamento per una settimana bucando e bestemmiando. Alla fine ci siamo ritrovati con un impianto con canalette a vista, una presa della corrente per camera impiantata ad un metro da terra. Neanche fossimo un’officina. Ci mancava soltanto il flessibile. L’anima de li mortacci loro. In camera mia non hanno portato neanche la corrente al soffitto. E il mio lampadarietto cinese in carta di riso l’ho dovuto calare dall’alto con un filo su una luce a piantana, che avevo opportunamente sottratto dall’appartamento di piazza Bologna. Figgh’i sucaminchia, direbbe Orazio. Ma iononmilamentavo. Entrarci era stata una fortuna.
…casa Ausonica è un appartamento storico. In senso figurato: feste, festini, fumate, scopate, bevute. Chi l’ha frequentata, e sono molti, non la dimenticherà facilmente.
Io avevo preso il posto del “morto”. Di lui si narra che si facesse molte pippette utilizzando una cremina, la “cremina per le pippette”, per evitare che gli si formasse il callo. Alla mano? No. La leggenda racconta di pagine di enciclopedia con illustrazioni scientifiche di organi sessuali trovate dietro l’armadio. Una volta Pasquale, poco incline a bussare, entrò in camera sua trovandolo tutto nudo. La nostra fantasia perversa sostenne che stesse sicuramente facendo qualcosa di porcellino. Lui si arrabbiò tantissimo e dopo aver sbattuto la porta uscì per rimproverarlo con la frase che lo rese famoso per l’eternità:
<< Pasquale! E’ un eufemismo ritenere il tuo comportamento poco ortodosso! >>
<< …>>
E poco ortodosse erano le persone che s’erano ritrovate a condividere quelle mura. Di Pasquale e Sandrone ho già accennato. Loro stavano in doppia. A fianco c’era Davide. Di Catania, lavorava come drag queen in locali sparsi per l’Italia e con il suo gruppo KarmaB era tra le attrazioni più in voga nelle serate Muccassassina. La sua camera sembrava un camerino di un musical carnevalesco: parrucche, strass, paiette, vestiti da donna luccicanti e colori acidi. E poi zeppone da mezzo metro, cappelli, pellicciotti, trucchi e tessuti tigrati. Per casa aleggiava l’odore della colla che utilizzava per costruire le scenografie e il rumore della cucitrice si alternava a Madonna o Mango sparati a palla da uno stereo portatile che non ho mai capito come facesse ad avere una potenza tale da sentirsi in tutta casa. Ricordo il giorno in cui lo conobbi, piccolo, minuto, seduto sulla scrivania con le zeppe che dondolavano. L’accento marcatamente catanese e l’inflessione gay gli davano un’aria buffa. Si rivolgeva verso chiunque al femminile. Una volta la/o vidi vestita/o per uno spettacolo e vi confesso che era una fighetta niente male. Aveva un caratterino tutto suo e non legò molto con noi. A me piaceva, anche se a volte non la/o sopportavo. Quella musica alta e il suo modo da vamp… ma è una persona in gamba. E’ riuscito a trasformare quello che poteva essere considerato da altri un difetto, un marchio in un’italietta mediocre come la nostra in una ricchezza. Il suo gruppo era molto richiesto e ben pagato. Ha colto l’attimo nel periodo in cui Roma si stava trasformando nella capitale italiana dell’orgoglio gay. Erano gli anni delle manifestazioni contro l’omofobia e si preparava il campo al primo GayPride. GiovanniPaoloII (in seguito: GPII) era ancora vivo. Davide lo rincontreremo successivamente come segretario di VladimirLuxuria in Parlamento.
Di fronte a lui era di camera Marco. Laureato in Scienze politiche all’università di Bari si era trasferito a Roma per inseguire il sogno di diventare uno stilista di moda. Frequentava la scuola della Diesel e aveva lasciato Stefania, con la quale stava da cinque anni, per Giulio. La sua camera era piena di materiale da disegno e le pareti erano cariche di maschioni lucidi e palestrati che si scambiavano affettuose effusioni. Giulio e Marco i primi tempi evitavano comportamenti libidinosi, anche solo un semplice bacetto di fronte a noi eteroconvinti. Ed effettivamente mi fece un po’ effetto vedere le loro bocche unirsi. Era uno spettacolo nuovo per me. Anche in tv, o al cinema non era mai capitato di osservare due uomini accarezzarsi, baciarsi, coccolarsi. Sul piccolo e grande schermo puoi assistere a sparatorie, squartamenti, scene sessuali tra etero spinte fino sfiorare il porno, politici che si rivolgono parolacce a vicenda e DiCanio con il braccio alzato. Le peggio stronzate. Ma vedere due uomini che si fanno una carezza o uniscono le loro lingue mentre le loro mani stringono i rispettivi glutei, i pettorali tesi e le gambe turgide si intrecciano, le schiene muscolose… scusate. Mi son fatto trasportare. Insomma, questo è vietato. Dalla morale. Dall’etica. E all’epoca, da GPII.
Giulio era ospite di Marco. Lavorava come rappresentante a Grosseto e il fine settimana se lo passava a Roma. Successivamente sarebbe diventato un inquilino di casa Ausonica sennonché un mio grande amico. Ora è sparito. Le ultime notizie che ho avuto lo davano a Istanbul. Anche di lui avremo modo di scrivere.
La mia stanzetta era quella vicino al cesso. Di fronte la cucina. La migliore della casa. L’avevo arredata in stile etnico con un telo sopra il lettone da una piazzaEmezzo, candele e incensi profumati, BARetto privato con tre-quattro qualità di whisky. Cofanetto porta-droga in legno.
Le camere erano in tutto quattro, collegate da un corridoio buio. Sempre occupato dagli stendini. Camera di Marco era l’unica con il balcone. Il suo finestrone dava sul cortile interno. Come la mia finestra. Le altre affacciavano sulla tangenzialeEst. La stessa sulla quale Fantozzi si lancia per prendere l’Auto (autobus) al volo. All’entrata c’era uno spazio dove tenevamo una scrivania per le nottate di studio. In cucina c’era l’unica Tv. Era in B&N. E’ la Tv dove ho seguito le fasi dell’attacco dell’undici settembre. Era l’unica Tv di casa. Bei tempi. Le pulizie si facevano, a volte e male. Ma nessuno se ne curava. Bei tempi.
All’epoca leggevo il Faust, bevevo Jamenson e frequentavo molte ragazze. La maggior parte erano amiche. Molte erano attratte da Marco, un bel ragazzo. Con alcune ci studiavo, con altre ci flirtavo. Con tutte ci fumavo.
Questo il mondo che mi si presentava davanti, pronto di essere scoperto. Ma io iniziavo a frequentare un’altra casa. Casa di Azzurra a Casal Bertone. E anche qui c’è tutto da raccontare.
