…aspettando il venti (sette): un nuovo inizio.
Dicembre 19, 2007
…non ho mai preso la vita sul serio. Mi piace giocarci. Goderla fin quando non appare la scritta you lose. E inserire un gettone nuovo. Non penso mai alle conseguenze, mi ficco in qualsiasi esperienza possa solleticarmi i sensi. E’ il presente che mi interessa. Se guardo al futuro vedo solo incertezze. Penso al passato e scrivo su queste pagine. Ma il presente mi piace viverlo. Costi quel che costi. E quasi sempre a pagarne le conseguenze sono le persone che più mi stanno vicino, abituate a guardare gli altri come punti di riferimento, pilastri stabili fondamenta della propria esistenza. Non sono così, io. Sono una barca tra le onde e il vento solo sa in quali lidi sarò approdato domani. Posseggo un libero arbitrio a tempo determinato, ho firmato all’atto di nascita un contratto flessibile con il Signore.
Alcuni vivono la propria esistenza come fosse un compito. Altri come una missione. Molti non se ne accorgono nemmeno che esistono e si ritrovano su un letto, canuti la pelle raggrinzita, circondati da persone in veglia, la loro veglia di morte a chiedersi scusa e rammaricarsi. A me piace giocarla la vita. Ognuno di noi possiede un ruolo. In parte già determinato da fattori genetici, economico-sociali, ambientali. In parte da stabilire durante il corso dell’esistenza. E’ la nostra umanità, la capacità di arbitrio. Liberarsi dalle catene del nostro stesso determinismo vuol dire vivere. Esserne consapevoli, è essere liberi. Rendere partecipi altri di tale consapevolezza, è eroico. Mettersi in ogni momento in discussione ed essere pronti ad indossare l’abito del proprio nemico, argomentare con le sue parole, assumere il punto di vista a noi più contrario, è essere geniali.
Nonlamentarsimai è il segreto della felicità. E’ tautologico.
Giocavo. Giocavo ad essere trendy. Pantalone largo, magliettina aderente, scarpe americane e crestino. La musica di Pasquale, il genio di Geart, l’ambiente libertino di casa Ausonica e l’atmosfera intellettuo-artistica che respiravo avevano fatto esplodere migliaia di nuove connessioni neurali tra aree della mia corteccia che non si conoscevano. E come tutti i nuovi incontri, fu illuminante.
Giocavo. E’ con tale animo che quando Azzurra mi disse che avrebbe dovuto cercarsi casa non ci pensai due volte. Andiamo a vivere insieme? Le dissi. M’ero stabilito a casa Ausonica da più di un anno. Mi trovavo bene. La mia camera era diventata un puttanaio di incontri ufficiosi. Ma nell’ultimo periodo la frequentavo poco, casa Ausonica. Come diceva Giulio ci andavo solo per fare la doccia e per sporcare. Pasquale lo vedevo raramente. Mi piaceva stare a CasalBertone. La compagnia di Gerardo e Ary, PietroPaolo, spesso Elisa e Marì. Ma il proprietario di quell’appartamento aveva deciso di ristrutturare per le future nozze del figlio: bisognava ricominciare a cercare casa. La soluzione era quasi obbligata: Ary e Geart si stabilirono in un monolocale a TorPignattara. Pietropaolo sparì dalla mia esperienza. Io lasciai Casa Ausonica per iniziare due anni di convivenza con Azzu. Altrettanti ne avevamo passati insieme e c’eravamo rotti le palle di chiederci a vicenda dormiamo da te, stasera? Ricominciava l’iter. Comprare PortaPortese ogni mercoledì e venerdì. Selezionare le offerte e telefonare.
Non fu facile all’inizio. Visitammo parecchi appartamenti senza trovare una soluzione. Alla fine rispose la voce di un uomo. Ci diede appuntamento a S.Lorenzo. L’appartamento era carino. Era tenuto bene. La prima volta che lo visitammo ce ne innamorammo subito. Finalmente mi sarei lavato in una vera doccia! Con il box, doccia! A casa Ausonica c’era una vasca piccola, di quelle quadrate, con il gradino per sedersi. Ogni volta che ti lavavi dovevi assumere posizioni da contorsionista per evitare il contatto con la parete ammuffita, con la tendina bagnata che ti si appiccicava alla pelle, skivando gli zampilli della cornetta-doccia che skizzavano in tutte le direzioni accecandoti, insaponandoti in fretta perché lo scarico malfunzionante faceva salire l’acqua sin sopra le caviglie.
Le prime cose che entrarono in quell’appartamento furono: una televisione, un fornetto a microonde, una cassettiera trovata nei pressi della monnezza e un portariviste per il cesso. Sognavo di possedere un portariviste nel cesso. Quando lo vide Geart, impazzì. Sedette sulla tazza e disse che il massimo del comfort sarebbe stato un appoggio richiudibile che consentisse il rullaggio dello bbrff! nei momenti di meditazione. Il cesso era una cosa fenomenale. Erano due. Anzi era uno, diviso in due. Appena entravi in casa attraversavi un corridoio. A sinistra una porta a soffietto dava al bagno con doccia e lavandino. A destra, come tutti i bagni, c’era il cesso vero e proprio. Con il bidet.
Il mio umore era alle stelle. Mi sentivo realizzato. L’Uni andava ormai da Dio, avevo preso confidenza con il Proff che aveva riposto parecchia fiducia nelle mie capacità consegnandomi una copia delle chiavi del laboratorio. Comprai una relflex e iniziai a giocare con l’obbiettivo fotografico. Mi appassionai agli scacchi, momenti che condividevo con Giulio e il Ciriola. Cambiai completamente il mio look. All’nizio indossavo gli abiti di Azzu. Naturalmente pantaloni, magliettine e felpe erano unisex. Non vi fate strane illusioni. Tagliai il codino optando per una linea gelatinata. M’ero iscritto alla piscina del CUS, il centro sportivo universitario. Per poche lire al mese mi mantenevo in forma. Ascoltavo Guccini, JeffBuckley, Placebo, PearlJam, DeAndrè, NickCave e tanti altri che v’ho fatto sentire nei precedenti post. Piacevo e mi piaceva guardarmi attorno. La facoltà di psicologia la frequentavo molto meno. Ormai passavo la maggior parte del tempo a medicina. In laboratorio. Ma mi piaceva andare in facoltà. Era pieno di gnocchette. Lì conobbi Ilaria.
Si, ma Azzurra dove sta in tutto questo? Abitavamo nella stessa casa.
…diciannove: flashback.
Dicembre 9, 2007
Perché mi fai così? Non mi ami più?
[...]
…quella notte la passammo abbracciati. Non ci scollamo neanche per un attimo. Non chiusi occhio. Da settimane andavo a dormire all’alba. Osservavo preoccupato il suo respiro. I globi sotto le palpebre ruotavano inseguendo chissà quale esperienza onirica. Mi sentivo bene, confuso e infelice. Le accarezzavo i capelli, premevo con energia le mie narici sulla sua pelle. Le dita dietro la nuca, impazienti. La guardavo e pensavo. Le pareti che circondavano i nostri corpi le sentivo fredde, indifferenti. Tanto diverse da quel bilocale dal soffitto a volta che era stato il nostro castello per due anni. L’avevamo trovato dopo settimane di incessante ricerca tra le pagine azzurre di PortaPortese. Volevamo qualcosa di non troppo costoso, non troppo lontano, non troppo piccolo. Poche mura da riempire di sguardi, carezze, sogni. Lo trovammo a S.Lorenzo, in via dei Campani. Al numero 38 c’era una grande camera da letto, una stanza che faceva da salone e cucina. Un bilocale che ci sembrò perfetto. Un piccolo corridoio d’entrata divideva il bagno in due. Da una parte i sanitari. Dall’altra il box doccia e il lavandino. Era nuovo e carino.
[...]
All’appuntamento si presentò un baffo in giacca e cravatta. Aveva gli occhi di chi s’era appena svegliato. Con Azzu dicevamo du occhi da sonno. Nell’annuncio sul giornale non era specificato ma ci accorgemmo subito che era un agente immobiliare. Ci fece vedere casa che era ancora abitata da due ragazzi e disse che avremmo dovuto incontrare la proprietaria per capire se le andavamo a genio. Lei abitava in una traversa di via Tagliamento, uno dei quartieri bene della Capitale. Mi ricordava la madre di un amico di gioventù, un certo Loris. Non era un bel ricordo. Piccola, occhialuta e puntigliosa ci fece qualche domanda. Io le raccontai qualche cazzata per aggraziarmela. Aveva parenti in Calabria, tanto per cambiare. L’appartamento valeva un milioneduecentomilalire. Al mese. Altrettante ne dovevamo lasciare all’agente. E altrettante di caparra. Non aveva i riscaldamenti ma una stufa col bombolone a gas. Noi le consegnammo i soldi. Lei le chiavi. La convivenza era iniziata.
[...]
…quella notte piansi. Piansi parecchio pensando al periodo di convivenza. Era finita da un anno. Io ero tornato a vivere a casa Ausonica. Lei aveva trovato una camera a TorPignattara. La sera precedente avevo toccato il culmine della crisi. Avevo mangiato insieme a Giulio della carne, del radicchio grigliato. Un paio di bicchieri di un frizzantino bianco. Avevo fumato. Poco. Trastullavo i miei pensieri con l’idea della morte. Cercavo di immaginare il viso di mio zio un attimo prima di gettarsi dal terzo piano del suo appartamento. Sentivo rimbombare nella mente le parole di accusa rivolte da mia nonna al Dio che aveva sempre amato. Nel giorno del funerale del marito. E il ricordo del freddo corpo di Aldo sull’acciaio dell’obitorio, ucciso da una dose di troppo, mi perseguitava.
Come tutti i giorni ero andato a dormire all’alba. Quella notte l’avevo passata con Madda, in macchina sotto la tangenziale. Avevamo lavorato insieme quella sera, lei serviva ai tavoli io stavo in cucina. La cotta che avevo preso per lei stava sfumando in un’amicizia incomprensibile. Siamo stati l’uno per l’altra, l’altro per l’una, la nostra stessa immagine riflessa. Ci siamo riconosciuti prigionieri della vita e insieme siamo evasi dalle gabbie dei nostri ruoli. Il pomeriggio ho visto Marta. L’ho fatta piangere. Quindi la serata passata con Giulio. La carne. Il radicchio. I piatti sporchi dentro il lavello. Non mi andava di aspettare il tram. Ma avevo promesso ad Azzurra che avrei dormito da lei.
Non mi andava di aspettare il tram. Decisi di farmela a piedi. Quando vivevo a Catanzaro non prendevo quasi mai i mezzi pubblici. Anche perché non ce n’erano. Mi spostavo a passaggi. A Roma non l’avevo mai fatto. Quella sera sarà stata mezzanotte. Arrivato a PortaMaggiore tirai fuori il dito. Si fermò la terza macchina. Mi chiese dove andavo. Dalla mia ragazza dissi, TorPignattara. Io mi chiamo Priscilla, mi disse. E iniziò a toccarmi tra le gambe.
[...]
Quella notte dormimmo abbracciati. Osservavo i suoi occhi. Azzurra aveva, ha gli occhi grandi come quelli di un disegno manga. Ha la passione per i fumetti giapponesi. La mattina dopo ci svegliammo presto. Le diedi un bacio sulla fronte. Ci guardammo a lungo. Mi disse, perché mi fai così? Non mi ami più? Pensavo a Madda. Pensavo a Marta. Pensavo a Ilaria. Alla ballerina. A Iole. Pensavo a me disteso sul sedile di un’auto, a non pensare a un cazzo, mentre uno di nome Priscilla si accanisce sul mio pene come un assetato su un Calippo.
Non mi ami più? Non le dissi nulla.
Ho ancora davanti il suo sguardo. Gli occhi di chi aveva capito che non ci saremmo mai più rivisti. Erano cinque anni che stavamo insieme. Non ho mai tradito una ragazza tanto quanto ho tradito Azzurra. La strinsi forte a me. Mi voltai e non tornai più.
Continuo a saltare a piè pari negli anni. Ogni volta che ripenso a quel periodo non posso far a meno di ammonirmi che avrei dovuto comportarmi diversamente. Ogni volta che lo faccio mi convinco sempre più che ammonirmi è sbagliato. Se tornassi indietro, rifarei tutto allo stesso modo.
Solo una cosa. Ci sono delle persone che mi mancano. E forse sarei disposto a dare un anno della mia vita pur di passare un minuto sereno in loro compagnia. O forse no. A parole magari. Ma credo di essere troppo egoista. Ecco. Se dovessi descrivere me stesso nel periodo che sto per raccontare in un’unica parola, egoista sarebbe l’aggettivo giusto. Egoista. Egoista come può esserlo un ragazzo che sente di non aver più nulla da perdere. Nemmeno la propria vita. Egoista come un animale braccato dalla propria immagine. Egoista come Caino, inseguito dal rimorso.