...baby.

L’ Omo disse a la Scimmia:
-Sei brutta , dispettosa:
ma come sei ridicola!
ma quanto sei curiosa!
Quann’ io te vedo, rido:
rido nun se sa quanto!…

La Scimmia disse : – Sfido!
T’ arissomijo tanto.

.

…c’era odore di alcool, formalina e noccioline. Distesa sul tavolo operatorio Baby giaceva fredda, coperta da un telo verde. Il Proff tentò a più riprese di rianimarla. Ma il suo minuscolo corpo non aveva resistito all’ennesimo intervento, seppur fosse una semplice operazione di pulizia. Una routine. Una volta al mese bisognava eliminare la ricrescita cellulare dal foro che le avevamo praticato sulla calotta cranica. Serviva da finestrella d’entrata per accedere attraverso gli elettrodi ai neuroni. La mia tesi di laurea.

Il Proff era, che te lo dico a fa’, calabrese. O almeno l’ho sempre creduto perché ultimamente ho scoperto che è nato in Svizzera. Ma i genitori sono terroni, e pure lui. Medico fisiologo, neuroscienziato, ho sempre avuto l’impressione che vedesse in me, se stesso negli anni da studente. I suoi occhi azzurri mi fissavano da dietro gli occhiali operatori, al di sopra della mascherina. Era incredulo. Baby era morta da diversi minuti ormai e non essendo monitorata non ce ne eravamo accorti. Non era una scimmia ciò che era morta. Ma un cervello ben addestrato a svolgere un compito visivo preciso, neuroni sui quali erano stati ricavati dei dati. Due anni di lavoro. Bisognava ricominciare da capo.

E dire che da piccolo facevo la collezione delle figurine del WWF. Ero socio e mi mandavano ogni anno l’attestato con la firma dell’allora presidente Fulco Pratesi. No alla vivisezione. No allo sfruttamento degli animali. Alle violenze su di essi. Ma quando il Proff mi fece vedere lo stabulario con le Rhesus fui preso dalla smania di entrare nel camice bianco a stuzzicare i loro cervelli con elettrodi, pinzette e tamponi. Era un senso di potenza quello che si respirava tra le mura asettiche di quei seminterrati. Avevamo tra le mani la vita di un essere vivente e potevamo farne tutto quello che volevamo. Il solo limite era la nostra creatività. Una scimmia ben addestrata è capace di svolgere un compito in modo perfetto. Il nostro ruolo era quello di comprendere i meccanismi cerebrali sottostanti e compararli con dati estrapolati da ricerche su umani. Le similitudini sono impressionanti. Il cervello di una scimmia è ciò che più si avvicina alla materia grigia di un cristo. Ed in particolare la zona parietale – che era l’area che a me interessava – è molto sviluppata. In questo momento, mentre mi leggete, all’interno di un solco di quest’area in una zona di pochi millimetri chiamata LIP alcune cellule stanno mandando e ricevendo messaggi. Sono loro che decidono quale sarà la vostra mossa successiva. Se una mosca si dovesse posare sul muro di fronte a voi è attraverso questi neuroni che voi deciderete se spostare l’attenzione su di essa o continuare a leggermi. I neuroni del libero arbitrio oculare.

All’inizio avevo timore di Baby. Era come avere davanti un uomo in miniatura con lo sguardo di un bambino e i denti di un dobermann. Un paio di volte era fuggita ed era stato di non poca difficoltà riuscirla a catturare mentre saltellava arrampicandosi per le stanze. Indossava un collare rigido. Per estrarla fuori dalla gabbia veniva agganciata con un’asta. Baby si aggrappava al bastone e al braccio opportunamente protetto da un guantone di spessa pelle. Si racconta che alcuni ricercatori poco accorti avevano lasciato a terra qualche falange. Dalla gabbia veniva issata sopra una sedia costruita in modo da bloccarla a livello del collo. Poteva muovere la testa e il resto del corpo, ma non poteva alzarsi.

Il suo compito era quello di muovere gli occhi. Il laboratorio si chiamava NP2, che vuol dire Neurophysiology2. Il 2 sta per il fatto che era il secondo. Nel primo si studiava la parte del cervello che coordina i movimenti oculari con quelli degli arti superiori: le cellule che mi permettono di scrivere questo blog. In NP2 invece si approfondivano ricerche che riguardavano la programmazione al movimento oculare: i neuroni che permettono a voi di leggermi. Queste sono situate nella parte laterale del vostro cervello. Pochi millimetri di materia grigia alla destra del cranio di Baby sarebbero stati il mio argomento di tesi. E la sua unica ragione di vita.

Era nata, Baby, in un allevamento di un qualche paese dell’Est apposta per finire in un laboratorio di ricerche. Non aveva mai visto il cielo, mai aveva assaporato l’odore di un albero, mai s’era arrampicata tra i rami di una foresta. Il clima del suo habitat era riprodotto opportunamente all’interno dello stabulario. In quella stanza l’umido tropicale della tempetarura faceva risaltare l’odore acre delle scimmie. Nata e cresciuta per un destino da cavia. Schiava di ciò che di più nobile e peculiare può esserci nella razza umana. La scienza.

Nello stabulario Baby non era sola. Leòn era un grosso maschio con i pettorali e lo sguardo di Rambo. A fianco c’era Uma, la zitella del gruppo. Uma era la cavia di NP1. Leòn invece non era stato ancora utilizzato. Troppo grosso.Troppo aggressivo. Ogni volta che mi avvicinavo si lanciava contro la gabbia scuotendo con vigore le sbarre. Le scimmie evitano di guardarti negli occhi. Per loro è un gesto di sfida. E quando capita che il tuo sguardo incontra il loro la sensazione che hai è quella che stiano pensando qualcosa su di te. Che nel caso di Leòn doveva essere per forza: “se non ci fosse questa barriera a dividerci ti avrei già rotto il culo. Testadicazzo.”  Io ricambiavo mostrandogli il medio, rispondendo ad alta voce  che sarebbe arrivato anche il suo turno.

3 Responses to “… venti: de libero arbitrio.”

  1. Blimes Says:

    E per quanto mi riguarda Leon avrebbe anche fatto bene a romperti il culo!

  2. D-IO Says:

    a SS a SS ini!!!

  3. perfettodifettoso Says:

    Ho come l’impressione che tu abbia ancora tanto da scrivere e raccontarci su questo argomento ovvero su questqa tua parte di esperienza a Roma alla NP2….allora CONTINUA! Ciau


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