…due: ottiche.

aprile 24, 2007

…Il nostro mondo, cosiddetto globale, non è che un pianeta di migliaia delle più svariate province che non si incontrano mai. Girare il mondo significa passare da una provincia all’altra, ognuna delle quali è una solitaria stella a sé stante. Per la maggior parte delle persone che vi abitano il mondo reale finisce sulla soglia di casa, al limite del quartiere, al massimo al confine della città. Il mondo che sta oltre è inesistente, insignificante e addirittura inutile, mentre quello intorno a loro e che l’occhio riesce ad abbracciare assurge alle dimensioni di un grande cosmo che oscura tutto il resto.

Spesso gli abitanti di un luogo e chi viene hanno difficoltà a trovare un linguaggio comune, poiché ognuno di loro guarda il posto con un’ottica diversa: chi viene da fuori usa un grandangolare, che rimpicciolisce l’immagine ma allarga l’orizzonte, mentre la persona del posto usa il teleobbiettivo, se non addirittura il telescopio, che ingigantisce i minimi dettagli.

Mi sentivo osservato e osservavo. Attaverso il mio grandangolo mi lasciavo affascinare dalla città eterna trasportato nei percorsi stabiliti dagli autobus, che prendevo a caso facendomi tutta la tratta, fino al capolinea. Era un’abitudine che mi riservavo nei momenti di quiete, finita la giornata di studi non avevo nulla da fare che scoprire Roma. Gli amici li avevo lasciati in Calabria così come la ragazza, che distante cinquecento chilometri non sentivo più mia. Mi capitava così di perdermi nei luoghi più impensati della città, affidato ad un cicerone con la divisa dell’Atac e il percorso stabilito. Erano i tempi in cui si comprava l’abbonamento, si aveva il tesserino della mensa e portavo i maglioncini a ‘V’ gialli con la camicia blu di sotto. Avevo i capelli lunghi che curavo con una maschera tutte le settimane e un viso liscio come quello di una puttana d’alto borgo, portavo delle scarpine lucide nere con la punta quadrata e il tacco, e una voglia di libertà che sarebbe eplosa nel giro di pochi anni. Mi sentivo malinconico. Mi mancava la mamma che cucinava la sera, il papà che aggiustava la presa, lo sguardo complice del vicino di casa che parlava nasale sputando tonsille. Trascorrevo le sere a guardare la tele sul divano di casa tra Giovanni e Orazio, il nuovo coinquilino siciliano che aveva occupato la camera tra la mia e quella di Piero.

Qualche tempo dopo avrei tagliato i capelli, avrei indossato i pantaloni larghi le magliettine trendy e le scarpe da skate americane, ballando Smashing Pumpkins e The Cure al Black Out  iniziavo ad assaporare il piacere di un cannone rullato in compagnia. A quel tempo ero passato ad un più tranquillo 50mm che mi permetteva di inquadrare la vita all’interno delle giuste proporzioni, quelle dell’occhio umano con i suoi limiti edonistici e operosi: per dirla più semplicemente facevo il mio dovere all’interno di questo mondo lavorando e studiando, e appena si aveva tempo libero ci si andava a divertire secondo i canoni accettati dall’etica giovanile: sesso droga e rock ‘n’ roll. Ma il 50mm è un’ottica pericolosa perché tende a diventare teleobbiettivo con il passar degli anni e per qualcuno è già diventato telescopio. E la gente che mi accompagnava nei sogni di quel periodo fuori o dentro è tutta morta: qualcuno è andato per formarsi, qualcuno perché già dottore o inseguire la ragione, chi perché stanco di giocare, bere il vino, sputtanarsi ed è una morte un po’ peggiore.

E così osservando intorno mi ero accorto di essere circondato da piccole anime con il microscopio in mano puntato su programmi televisivi che si lamentavano, quotidiani e settimanali che si lamentavano e non facevano altro che lamentarsi. Il prezzo del petrolio che sale, il livello del mare che sale, la frequenza degli omicidi che sale, il costo della vita che sale… e a fronte di tanto sale una vita insipita fatta di lamenti. Ho sentito gente lamentarsi del prezzo degli affitti e qualche tempo dopo mangiarci su, gente che si lamentava dell’aria irrespirabile della Capitale mentre brandiva tra le dita una sigaretta, o lamentarsi dei mezzi Atac che non funzionano senza aver comprato mai un biglietto. Ho sentito gente lamentarsi della stupidità di programmi televisivi che continuavano a guardare o della scarsa qualità di quotidiani salvo poi scriverci. Ero circondato da un coro di lamenti, tanti piccoli consumatori di lamenti con un lanternino in mano alla maniera di Diogene alla ricerca dello scandalo.

Certo andare in giro con tante ottiche diverse è scomodo e il bagaglio diventa pesante da portare. Ma io non mi lamento. E’ sicuramente più comodo andare in giro con una sola ottica ed essere pronto a registrare la realtà senza dover perdere tempo a decidere la prospettiva adatta al soggetto. Ma non è il mio metodo. Preferisco rischiare di perdere l’attimo che fugge per insicurezza, piuttosto che carpirlo in modo errato e illudermi di averlo capito.

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Una Risposta to “…due: ottiche.”

  1. Marta Says:

    “…Preferisco rischiare di perdere l’attimo che fugge per insicurezza, piuttosto che carpirlo in modo errato e illudermi di averlo capito”.
    Ecco perchè io mi sento costantemente indecisa…costantemente insicura e sempre in bilico. Nelle mie decisioni, nei miei pensieri, nei miei giudizi e nelle mie riflessioni – quale prospettiva scegliere? Quella costante sensazione che nulla è “giusto”, nulla è “vero”… e che tutto è “giusto”, tutto è “vero”… mi fa venire il capogiro. So che dovrei trovare la prospespettiva adatta a me, ma io potrei stare bene in qualsiasi prospettiva… o quasi.

    E quindi, in conclusione…meno male che ci sei tu.


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