…sei : sfamarsi.

maggio 2, 2007

…nei primi anni da fuorisede sei ossessionato dal denaro. Capisci che i tuoi genitori stanno facendo dei sacrifici inimmaginabili passandoti una paga che servirebbe a sfamare una famiglia monoreddito e ti senti economicamente colpevole. Io non ho mai capito come i miei genitori si possano essere permessi di mantenere me e i miei fratelli fuorisede… con gli stipendi di oggi ritengo sia impossibile. Comunque, all’epoca del mio arrivo a Roma i soldi in tasca erano pochi e al mio fianco avevo due persone che su questo argomento non avevano nulla da imparare. Anzi.

Giovanni, manco a dirlo catanzarese, stava a Roma già da uno o due anni, non ricordo bene. Il primo anno aveva occupato quella che sarebbe diventata successivamente la mia camera ma poi aveva pensato bene di ricavare il suo spazio all’ingresso, abbattendo notevolmente i costi dell’affitto. Qualche anno dopo l’avrebbe rifatto in un’altra casa riuscendo a far entrare in pochi metri quadri più roba di quanto ne avessi io in una camera tre volte più grande. Aveva quindi già acquisito la facoltà del giusto risparmio e ne era diventato un campione. Orazio ce l’aveva nel sangue. Confesso che sono stato un loro allievo cercando di carpire tutti i trucchi di quest’arte, con teoria e affiancamento, ma non sono mai stato alla loro altezza, anzi venivo tacciato di essere uno spendaccione con la fatidica frase: ” tu ll’hài i sòrdi allòra!” (tu allora i soldi ce l’hai!). Alla fine in casa si faceva a gara a chi riusciva a spendere di meno. Le dispense erano cariche di pacconi da due chili di biscotti per la colazione, pasta che cuoceva in venti minuti, barattoli di pelati che costavano meno della busta del supermercato, confezioni da venti di uova delle marche alle quali sugli scaffali dei supermercati viene riservato il posto più basso, scomodo, buio. E allora andare a fare la spesa era diventata un’ avventura che elettrizzava, un’attività venatoria alla ricerca del TrePerDue, con tanto di volantino pubblicitario da leggere a mò di mappa, Alla ricerca del Risparmio Perduto, della ‘confezione famiglia’, dell’ OFFERTA SPECIALE. E quando la preda finiva finalmente nel sacco, cioè nella busta (che a sentire i nostri commenti era un furto il fatto che ce la facessero pagare, sucaminchiaEva!) di uno di noi, gli altri due rosicavano (s’imbunnavanu, n.d.r.) e accorrevano immediatamente a battere il terreno di caccia per appropriarsene prima che la stagione venatoria chiudesse, cioé l’offerta terminasse. C’erano poi quei prodotti che era vietato comprare come il pane, i succhi di frutta, la frutta e lo yougurt. Per quelli c’era la mensa.

Di mense ce n’erano tre. Quella in cui si mangiava bene ma l’ambiente era triste. Quella in cui si mangiava peggio ma era piena di gnocca. E quella dove si mangiava meglio di tutte ma era in Culonia ed era quella di Ingegneria. Quest’ultima era na caserma, nel senso che c’era solo masculanza, e pure di quella brutta. Ci andavamo solo di sabato perché è situata in via Cavour cioè fuori dalla città universitaria e per arrivarci bisognava prendere la metro e poi farsi un pezzo a piedi. Era la più pulita e la più efficiente, colorata e ordinata. Però non si vedeva l’ombra di una ragazza, ‘na vera e propria caserma. In questa come in quella di via DeLollis per entrare devi passare il tesserino magnetico e ad ogni pasto ti veniva scalato l’importo di tremila lire. Facevi tre file: quella per caricare il tesserino, quella per badgeare e poi in fila indiana con il vassoio in mano. Arrivato il tuo turno non ti dovevi distrarre perché all’inizio ti danno il pane e capitava sempre che di sabato si andava con i cappotti e le giacche dalle grandi tasche per far rifornimento per la domenica. Poi si scorreva e potevi scegliere tra due o tre primi, un paio di secondi, contorni frutta o succo di frutta o dolce o macedonia. Il menù cambiava da un giorno all’altro ma era simile da una settimana all’altra: giovedì gnocchi venerdì salt’imbocca a la romana e via dicendo. Entravamo affamati e incazzati neri per la fila e sistematicamente ci si lamentava per la poca pasta, la fettina tosta na pétra, le zucchine scotte o il puré insipito. I posti più ambìti erano quelli vicini al nastro trasportatore, dove i ragazzi poggiavano i vassoi una volta finito il pasto. Da lì se eri fortunato potevi prendere la roba che qualcun’altro lasciava; tipo yougurt, succhi, pane… natulamente con le confezioni ancora integre! Così finiva che all’uscita ci spuntavano succhi yougurt frutta da tutte le tasche e una quantità di pane impressionante che poi finiva in congelatore per le domeniche a casa. Alla mensa di Economia invece si andava soprattutto di sera. Primo perché era la più vicina rispetto a dove abitavamo. Orazio e Giovanni facevano sempre tardi dalla palestra e arrivavamo giusto in tempo dieci secondi prima della chiusura (che essendo elettronica non sgarrava): con l’affanno per la corsa con i borsoni della palestra in spalla su per la salita… e sempre incazzati neri per la paura di non farcela: non potevamo rischiare di rimanere senza pasto. Poi perché anche quando si arrivava in ritardo era l’unica mensa che se ti sapevi destreggiare potevi entrare anche senza badgeare. Terzo perché era pieno di gnocca, c’era la birra e potevi prendere anche la pizza. La mensa di Economia era diversa dalle altre. Una volta entrati non dovevi far la fila indiana per il cibo, era tutto più free e potevi andare da un bancone all’altro per scegliere cosa prendere. Qui i cappotti erano d’obbligo. Perché con movimenti svelti da prestigiatore e gioco di squadra riuscivi a far scivolare nelle tasche qualsiasi cosa stesse in una confezione. Alla fine stavi talmente carico che per dover andare a mangiare, nella sala dei tavoli, dovevi attendere che il tipo che aspettava al ‘varco’ con il compito di controllare si distraesse perché avrebbe altrimenti notato i ‘rigonfiamenti’ per tutto il corpo.

Comunque a mensa si andava tutti i giorni, a pranzo e a cena. Soprattutto i primi anni non avevi altra soluzione come alternativa ai pasti della mamma. E poi si iniziavano a fare le prime conoscenze. Era un’ottima occasione per invitare una ragazza a cena fuori e non rischiare di andare in bianco spendendo un capitale. Anche se, se proprio la devo dir tutta… in bianco si andava raramente… 8) …in ambiente universitario, soprattutto i primi anni, si percepisce uno strano sfriculìamento, l’aria è carica di ferormoni e tensione da esame che spinge per essere scaricata. Per molte ragazze del Sud e non, l’esperienza fuorisede diventa un’ottima occasione per liberarsi da tutti i tabù familiari, si vive in casa senza genitori e a volte gli appartamenti sono misti… si crea un’atmosfera maliziosa che trasforma santerelle nostrane in lolite d’altri tempi… e per qualcuna diventa anche un modo per arrotondare la paghetta mensile…

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