…sette: ormoni.

maggio 3, 2007

…il primo giorno di università è indimenticabile. Arrivo tutto eccitato preciso e ordinato, con la mia bella cartellina, penne di due colori diversi e il mini-registratore. La prima cosa che ricordo sono le ragazze. Tante ragazze. Ragazze di ogni razza colore e ceto sociale. Ragazze del Sud, tante, ragazze del Nord, poche. Ragazze ovunque, bionde more scollate e infichettate, di qualsiasi misura e gusto. Stavo stordito. Non riuscivo a trovarne una che non mi piacesse e me le squadravo tutte come fossi un maniaco. Osservavo ed ero osservato. Mi sentivo un polletto nell’aia: la facoltà di Psicologia è carente di esemplari maschili e inoltre in quei pochi che ci stanno è difficile trovare la giusta dose di testosterone. Io invece ne avevo in esubero e dovevo sforzarmi di mantenere il livello al di sotto dei limiti consentiti dalla morale. C’è da aggiungere che era appena terminata l’estate e ancora i corpi portavano dietro i colori e la sensualità dei mesi trascorsi. Comunque ero ancora fidanzato e mi limitavo a farmi solleticare i sensi. Frequentavo per benino i miei corsi seduto al primo banco per poter registrare la lezione e approfondire gli argomenti. Mi accorsi velocemente di essere uno dei migliori e questo particolare aggiunto al fatto che in molti insegnamenti ero l’unico ragazzo fece accrescere l’attenzione degli sguardi femminili nei miei confronti. Il mio punto forte erano le lezioni che sbobbinavo e completavo con grafici e disegni. Quei quadernoni mi consentirono di avere molti numeri e tanti incontri studio. Anche perché andavo forte nelle materie prettamente scientifiche tipo anatomia, fisiologia che erano quelle che facevano smadornare tutte. Conobbi Vera di Sapri. Era fidanzata e quindi ci provai velatamente. Non ho mai capito se le piacessi, però andavamo molto daccordo e studiavamo spesso insieme. Orazio diceva che portava jella, anzi lui dice “spiga” e ogni volta che l’invitavo a casa si toccava le palle: “minchia ‘nbare! ma sì scimunìtu? domani c’ho l’esame, chìssa pò(r)tta spìga!” Ma io non c’ho mai creduto a queste cose ed eravamo diventati molto confidenti. Fu la prima persona alla quale chiesi consiglio dopo quella sera con Silvia.

Silvia veniva da Pescara. L’ho conosciuta durante una lezione di Sociologia. Stavamo seduti vicini, al primo banco. A quei tempi andavo in giro con un basco di canapa con una foglia di marja disegnata. La lezione finisce alle venti e lei mi propone di fare una passeggiata al centro. Quella sera non avevo smesso un attimo di fare il cascamorto. Silvia era una gran camminatrice. La ricordo con la borsa a tracolla e i capelli corvini. Un viso bellissimo. Andammo al centro e camminammo per Roma tutta la notte. Via Cavour Colosseo Fori Imperiali piazza Venezia Corso piazza di Spagna piazza del Popolo piazza Navona e Campo de’ Fiori largo Argentina Trastevere… praticamente il giro che avevo collaudato nelle mie giornate di ozio e che avrei riproposto in ‘altre’ occasioni… e che terminava sul Lungotevere a guardare i luccichìi dei lampioni sull’acqua e aspettare l’alba. Io parlavo della mia ragazza in Calabria, lei del suo boy a Pescara; che il rapporto s’era guastato …e la lontananza …e il periodo nero e forse forse c’era bisogno di prendersi una pausa… Il bacio che scattò fu liberatorio e cinematografico. Ambedue stavamo tradendo i nostri rispettivi compagni, era una sensazione nuova per me: il brivido del proibito pervade il corpo e l’eccitazione sale alle stelle e passati i primi giorni da senso di colpa ti vien voglia di rifarlo e rifarlo altre volte, con persone diverse. E’ il piacere della prima volta insieme al “non posso farlo”, del primo contatto con una persona che conosci appena, quell’istante prima che le labbra si tocchino, l’attimo in cui ci si guarda negli occhi e vedi nell’altro la tua stessa intenzione. Ogni volta cerco di dilatare al massimo quell’istante, di viverlo in ogni sensazione: il nodo alla gola, le mani che sudano alla scoperta di rotondità nuove, il viso che si tende, l’eccitamento che sale sale sale, le tue dita che sfiorano la sua nuca e il suo basso ventre che istintivamente si poggia al tuo, la scarica di adrenalina che attraversa la schiena e l’odore dei suoi capelli sul collo accapponato, la lingua calda, impaziente sotto i colpi degli ormoni. E Roma intorno, distratta e magnifica.

La mattina la riaccompagnai a casa. Aveva una camera alla casa dello studente, all’Olimpico. Un’ora per andare e un’ora per tornare. Sul tram mi sono addormentato. A casa non andai a letto. Scaricai la tensione di una notte in bagno senza pensare a nulla. Quindi sbobbinai la lezione del giorno passato. Alle dieci andai all’università. Ero tanto felice che offrìi a Piero un cioccolatino della calza della Befana. Poi pensai a come dirlo a Iole. La mia ragazza, ormai ex.

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