… il Gabbiano Jonathan Livingston.

maggio 6, 2007

images.jpg …il commento di Marta alla nota a piè di giornata di qualche giorno fa mi offre l’occasione di scrivere riguardo a un libro che ho avuto modo di regalare il mese scorso alla mia cara amica Daniela. Daniela è una tipa strana, strana quasi quanto me; ed è per questo che l’adoro.

Chi vive senza follia non è tanto saggio quanto crede.

Daniela è una persona speciale. Tutti la chiamano Danielona per distinguerla da Danielina che è secca secca. Questo non vuol dire che Danielona sia grassa grassa: semplicemente ha un decoltè da far impallidire la Cucinotta. E devo ammettere che è difficile guardarla negli occhi pur avendo lei un viso bellissimo. Daniela è la persona con la quale Marta ha condiviso l’appartamento per un po’ di tempo e io all’epoca non la sopportavo. Credevo fosse fuori come un balconcino e stupida, ma su quest’ultima cosa mi sbagliavo. E’ una ragazza come poche ce ne stanno in giro e non smetterò mai di ringraziarla per tutti i sorrisi che ha regalato a me e Marta durante il cambio di vita: è stata la persona più vicina alla nostra scelta.

Jonathan Livingston potrebbe essere suo marito. Certo se fosse un uccello Daniela sarebbe quella che a Catanzaro chiamerebbero hjòcca cioè la chioccia, aggettivo che nei confronti di una ragazza sta per “prosperosa”. Daniela è una gran lettrice di libri e questo me la rende particolarmente simpatica dato che io di libri sono malato. Leggo di tutto e per i libri ho anche rubato, e molto. Se avessi comprato tutti i libri che ho letto sarei stato sicuramente più povero, economicamente e intellettualmente, dato che non li avrei comprati tutti. Ma rubo libri da quando, diciassettenne, andavo per bancarelle facendo scivolare i testi di autori impronunciabili tipo Trotskij o con titoli che terminavano con un punto interrogativo tipo Che fare? …dentro la borsetta di Iole che stava al mio gioco. Ho anche lavorato in una biblioteca…

…ma ora sto andando fuori tema. Il gabbiano Jonathan Livingston è una favola. E’ una favola in senso platonico: bugiarda e suggestiva di virtù, rappresentazione di un concetto, veicolo di verità che viene colta con un atto intuitivo alla conclusione di un ragionamento in chiave allegorica.

La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.

Ma a sue spese scoprì che, a pensarla in quel modo, non è facile poi trovare amici, fra gli altri uccelli. E anche i suoi genitori erano afflitti a vederlo così: che passava giornate intere tutto solo, dietro i suoi esperimenti, quei suoi voli planati a bassa quota, provando e riprovando.

“Ma perché, Jon, perché?” gli domandò sua madre. “Perché non devi essere un gabbiano come gli altri, Jon? Ci vuole tanto poco! Ma perché non lo lasci ai pellicani il volo radente? agli albatri? E perché non mangi niente? Figlio mio, sei ridotto penne e ossa!”

“Non m’importa se sono penne e ossa, mamma. A me importa soltanto imparare che cosa si può fare su per aria, e cosa no: ecco tutto. A me preme soltanto di sapere.”

“Sta’ un po’ a sentire, Jonathan” gli disse suo padre, con le buone. “Manca poco all’inverno. E le barche saranno pochine, e i pesci nuoteranno più profondi, sotto il pelo dell’acqua. Se proprio vuoi studiare, studia la pappatoria e il modo di procurartela! ‘Sta faccenda del volo è bella e buona, ma mica puoi sfamarti con la planata, dico bene? Non scordarti, figliolo, che si vola per mangiare.”

Ma Jonathan sapeva di essere nato per la libertà, e che è suo dovere lasciar perder e scavalcare tutto ciò che intralcia, che si oppone alla sua libertà, vuoi superstizioni, vuoi antiche abitudini, vuoi qualsiasi altra forma di schiavitù.

Jonathan Livingston ha molte cose in comune con il Piccolo Principe. Ne vorrei ricordare solo due. Richard Bach come Antoine de Saint-Exupéry era un aviatore e questo forse permise ad entrambi di volare più in alto e vedere lontano. Secondo, scrissero un libro che è entrato nella storia della letteratura mondiale senza nessuno dei trucchi letterari che oggi sembrano indispensabili alla confezione di un bestseller. Un libro che può essere letto a qualunque età perché regala ad ogni pagina motivi per meditare. Sono solo poche pagine. Ma dentro c’è tutto un mondo. Il nostro.

Questo libro parla della voglia di lottare, di ottenere ciò in cui si crede, e che spesso invece, per paura di fallire o di essere giudicati, non tentiamo neppure di intraprendere.

Il piccolo e anticonformista Gabbiano Jonathan riesce ad intravedere una nuova via da poter seguire, una via che lo allontana dalla banalità e dal vuoto del suo precedente stile di vita, e comprende che oltre che del cibo un gabbiano vive “della luce e del calore del sole, vive del soffio del vento, delle onde spumeggianti del mare e della freschezza dell’aria…”. Jonathan desidera solo poter volare, compiendo così quel gesto considerato tanto inutile, e far partecipi della sua gioia anche i suoi amici, facendo captare loro la sua pienezza, la sua meravigliosa scoperta di quanto sia importante e bello poter e saper volare: ma questi non lo capiranno, accecati da quei valori materiali nei quali intravedono l’unica ragione di vita, e soprattutto fermati dal timore di cambiare, arrivando persino a cacciarlo dallo stormo, vedendolo come una sorta di minaccia. Ma è proprio l’enorme forza di volontà di Jonathan che prevale su tutti gli ottusi preconcetti dei suoi simili: egli continua a volare, e a gioire delle nuove emozioni che riesce a percepire.

Ma attenzione, Jonathan non è un ribelle: è solo un giovane gabbiano che compie ciò che “sente” di dover fare, seguendo il suo istinto, la sua mente, il suo cuore, anche se spesso questo comporta a dover fare scelte sofferte, che comunque dimostrano il coraggio delle proprie azioni. L’autore del libro dedica la sua opera al “vero gabbiano Jonathan, che vive nel profondo di tutti noi”. Dovremmo tutti avere il coraggio di certe azioni, senza il timore di non riuscire nel nostro intento o di rimanerne delusi. Solo così, aprendo gli occhi, riusciremo a vedere, o comunque percepire, tutte quelle cose che ci faranno sentire finalmente vivi, e saremo capaci di far volare lontano quel gabbiano che è celato nel nostro cuore.

Lentamente muore

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno
di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi e’ infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza
per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge, chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande
sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde
quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà
al raggiungimento
di una
splendida felicita’.


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12 Risposte to “… il Gabbiano Jonathan Livingston.”

  1. liberto Says:

    …scusate, giusto una lamentela 🙂 :
    …sono stato tacciato di essere un sognatore. Che il mondo non si cambia e “di quanto è inutile farneticare”.
    Certa gente riesce ad esprimersi solo ripetendo il tormentone canoro di turno, aspettando il FestivalBar per poter rinnovare il proprio repertorio concettuale. A loro è rivolto il post di oggi.
    Lo dedico inoltre a mio fratello che è l’esempio pratico del fatto che si sbagliano. E pure di brutto.

  2. madda Says:

    “…Non aveva mai visto fino ad ora un pianeta così maestoso. -é molto bello in vostro pianeta. Ci sono degli oceani?
    -Non lo posso sapere, disse il geografo.
    -Ah, e delle montagne?
    -Neppure lo posso sapere, disse il geografo.
    -Ma siete un geografo!
    -Esatto, disse il geografo, -Ma non sono un esploratore. Non è il geografo che va a fare il conto delle città, dei fiumi, delle montagne, dei mari, degli oceani e dei deserti. Il geografo è troppo importante per andare in giro. Non lascia mai il suo ufficio, ma riceve gli esploratori…”

    …meno male che ci sono gli esploratori!

  3. Nietzsche Says:

    Chi ha un perchè per vivere

    può sopportare tutti i come.

  4. T&N Says:

    La bocca mi urla. Mi chiede: perchè.
    Ed io non rispondo.Tu potresti non capire, perché non comprendo nemmeno io il legame tra riga e riga. E’ un gioco.Sigillata la mia bocca. resto muta d’intenzioni, intrattengo la visione assurda tra le ciglia.

  5. blimes Says:

    Continuo a leggere questo libro elettronico con interesse… è molto cinematografico.

    Ancora devo leggere questa ultima pagina, ma già avevo deciso di fare il mio esordio alla dodicesima linea di questo blog.(non è vero li ho appena contati, ma fa figo).
    Non ho ben capito se sono l’esempio di uno che farnetica o di sognatore… io dico la prima, preferisco.

    “io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia, senza applausi o fischi…” detto tutto a proposito di Liberto, ma visto che mi piace farneticare continuo.

    Prima di tutto mi sento un ignorante, visto che questo è uno dei milioni di libri che non ho mai letto, insieme al piccolo principe, l’alchimista, se questo è un uomo, ecc ecc ecc ecc, e colgo l’occasione per leggerne un pò.

    In seconda battuta, riallacciandomi alla frase citata, forse, dalla fan di tiziano ferro (spero fosse una lei), direi che “farneticare” (in senso buono) è quanto di meglio ci offra la nostra mente.

    Credo fosse in una poesia di Majakowski “La parola è il condottiero della forza umana”, che naturalmente conosco grazie a qualche artista farneticone.

    Io farnetico molto, difficilmente senza una parallela praticità, e di questo ne risente molto il mio fegato.

    Liberto farnetica nel migliore dei modi, proponendo una lettura di vita, filtrata da un animo calabrese, contaminata da una cultura indubbiamente ampia (non credo riuscirò mai a leggere un decimo dei libri che hai letto tu), e da un pizzico di diffidenza nei confronti della stessa (la vita o la cultura?).

    Si in effetti lo stile è romantico, anche se simpatico, di quel romanticismo che ti aiuta molto con l’altro sesso, cosa che abbinata ad una simpatia un pò da don giovanni, ti può far passare delle belle giornate. Cosa confermata in alcune di queste pagine. Adesso passo alla lettura del capitolo.

  6. blimes Says:

    Letto, lusingato della dedica.

  7. Daniela Says:

    Ciao!guardate cosa mi obbligate a fare!scrivere ad un computer!se mi vedesse il signor P.,di cui tu Fra hai parlato,mi prenderebbe in giro visto che gli ho detto piu’ di una volta che odio questo modo di comunicare..ma cambiare idea, soprattutto quando e’ necessario,e’sintomo di intelligenza..l’hai dimostrato anche tu cambiando opinione su di me..lo so che all’apparenza posso sembrare superficiale e stupida anche perche’ e’un modo di tenere lontano da me persone che non mi interessa conoscere ed all’inizio e’stato cosi’ poi pero’ ho imparato a conoscere Marta e attraverso di lei anche te ed e’ stata una bella scoperta..come hai detto tu ci assomigliamo: strani tutti e due..anche per questo forse Marta a iniziato a capirmi un po’ di piu’!che dire altro vi voglio bene e per me qualsiasi cosa facciate va bene..l’importante e’ che rimaniate insieme perche’ siete bellissimi!e vi prego basta con Danielona chiamatemi semplicemente Dany

  8. liberto Says:

    …ok, Dany.
    Però ‘superficiale’ non l’ho scritto. Ho sempre creduto che avessi una personalità complessa, anche se non la sopportavo. Ma poi ho capito che eri una delle mejo, se non la mejo.
    Non è mai successo di aver passato una serata con te e non essere tornato a casa sorpreso per quanto m’ero trovato a mio agio. Le migliori erano quelle passate insieme a J.S.Turè: noi tre abbiamo lo stesso carattere e credo che ci intendevamo a vicenda. Belle serate, non vedo l’ora di rifarle.
    A me internet piace. Mi piace l’immediatezza della comunicazione. Mi piace la libertà che ti offre e le mille opportunità che consente. Internet è uno strumento. Qui non si sta discutendo se sia o meno un’alternativa alla vita reale. Ritengo che le discussioni a riguardo (mi riferisco a Second Life) siano sterili e, per usare un’espressione ormai divenuta famosa, da “apocalittici”. Io mi ritengo un “integrato” e credo che qualsiasi strumento consenta la comunicazione e lo scambio di idee sia da sfruttare. E credo che oggi solo la radio e internet posseggano queste caratteristiche.
    Second Life è solo un business e tra un pò di tempo non se ne parlerà più. Il tempo di inventarsi qualcos’altro. Riguarda solo la sfera economica. Nient’altro. Il resto, la vita vera, continuerà a fluire allo stesso modo con le solite gioie e i soliti dolori, le solite stronzate e le solite soddisfazioni.
    Son contento che m’hai scritto. Penso che saresti una delle menti più produttive all’interno di questo blog, se solo decidessi di approdarci più spesso. E lo penso perché la filosofia del blog credo che appartenga al tuo carattere.
    Ma ora basta. Un bacione, a presto.

  9. annalisa Says:

    ho iniziato a leggerti come si fa con una rivista spicciola..ma dentro v’è qualcosa che lo rende davvero bello il tuo blog…

  10. liberto Says:

    …qualcosa che lo rende bello? Tante cose! Tra le altre e nello specifico per quanto riguarda la tua persona, ricordiamo:

    1. ci conosciamo, anche se indirettamente. Parte di te ha amato, in passato, parte di me. Almeno dal punto di vista “genetico”.

    2. appartenenza territoriale, campanilismo.

    3. amore per la cultura.

    4. parte del presente post l’ho copiaIncollato.

    Se vuoi leggermi come una rivista spicciola, fallo. Basta che mi leggi. Se vuoi leggermi perché ti piace come scrivo, fallo. Basta che mi leggi in ordine cronologico, per uscita dei post.

    Ammiro la fecondità della tua produzione poetica, lusingato dal complimento fattoMi. Mi piace la tua schietta sincerità.

    ciao.

  11. rrerre Says:

    ciao,
    è bello…ma ho letto di meglio

  12. liberto Says:

    …si, anche io. Anzi se ti devo dir la verità, faccio fatica a paragonare ciò che scrivo con le centinaia di migliaia di autori che è possibile scegliere come lettura. Hai mai letto Canetti, per esempio? Lui sì che è qualcosa di meglio ai miei post. E Nietzsche? Jostein Gaarder? L’incipit di Memorie dal sottosuolo di Dostoevsky? Ferdydurke di Gombrowicz? …aspetta, aspetta!

    Mi sorge un dubbio! Ma non è che il tuo profondo e raffinato commento non si riferisse a me, bensì al libro Il gabbiano Jonathan Livingston?

    Perché se è così farò tesoro della tua sinossi. Un po’ scarna. Però mi hai convinto: mi sa che vo’ a rileggerlo.


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