…otto : Psicologia.

maggio 11, 2007

immagine7.jpg …tutto è iniziato alle scuole superiori. Un compagno di classe mi regalò un libro. Non so perché l’abbia fatto. Non eravamo amici. L’unica cosa che ci legava era l’omonimia. Il libro era di Freud, trattava di alcuni casi clinici e impostava le linee generali della sua dottrina. Ricordo che lo divorai in un paio di giorni e rimasi con un buco allo stomaco. Nel giro di qualche mese completai la lettura di tutte le opere, deciso a studiare psicologia. Pensavo che la psicologia fosse Freud e credevo di aver capito la psiche umana. Interpretavo i sogni di Iole ed era parecchio divertente associare lapsus verbali a simboli fallici. Mi ero convinto che all’età di tre anni avevo voluto possedere sessualmente mia madre tanto da voler desiderare la morte di mio padre, frustrato com’ero da un oggettivo complesso di inferiorità nei confronti del suo enorme pene. Avevo capito che la passione per la numismatica di mio zio celasse una nevrosi e che la nuova moda dei Calippo nascondesse un bisogno orale non soddisfatto da parte della società civile. Avevo trovato nella psicanalisi la conferma d’autorità che mi rassicurava della normalità del fatto che stavo sempre a pensare al sesso. Mi immaginavo in uno studio con scrivania libreria e il classico divanetto corredato di paziente ninfomane con gonnellina calze autoreggenti camicetta bianca e occhialetti da segretaria.

Ma non andò così. Credo che il disincanto sia un sentimento comune tra chi sceglie di studiare psicologia. Ti trovi a dover sostenere esami come Biologia, Anatomia, Statistica, Fisiologia… Scoprìi in fretta che lo studio della mente umana aveva fatto qualche passo avanti dagli ultimi studi di Freud, che questi “si faceva” quanto Maradona e Lapo Elkann messi insieme e che infondo infondo il signor Sigmund un pò di fantasia ce l’aveva. Insomma, voglio dire, aveva costruito tutta la sua bella teoria su una decina di casi clinici che oggi definiremmo affetti da stati di angoscia, tra cui i più importanti erano palesemente dubbi, generalizzando le sue idee. Si pensi ad esempio al caso del piccolo Hans. Tutta la psicopatologia infantile è basata sul caso di un bambino visto un paio di volte e di cui Freud veniva informato dal padre attraverso un rapporto epistolare. Un bambino che aveva paura dei cavalli trasformato in un nevrotico parricida maniaco probabile guardone delle effusioni notturne dei genitori. Tutta la psicoanalisi da Freud in poi è stata un fiorire di ipotesi e teorie. Ognuna diceva la sua: Rank e la nostalgia della nascita, Klein e la semantica del seno materno, Winnicott e l’area intermedia della creatività, Allport e il valore dell’individuo, Adler e la spinta alla supremazia, Goldstein e la ricerca dell’autorealizzazione… e potrei continuare per altri tre post con quest’elenco! Ognuno di loro la sparava, e puntualmente aveva il suo miglior allievo che ad un certo punto litigava con il maestro per divergenze teoriche e fondava la sua scuola. Insomma ho deciso che avrei dato credibilità agli studi psicoanalitici nel momento in cui si fossero messi d’accordo tra loro. Ho capito con Woody Allen che la psicoanalisi è un mito tenuto in vita dall’industria di divani e avrei sfruttato le letture freudiane solo per capire le sue battute.

La Bibbia è un bellissimo libro, solo che il personaggio principale è poco credibile. Lo stesso potrei dire delle opere di Freud. Da leggere. Ma con leggerezza. Un pensiero necessario ma non sufficiente per conoscere le dinamiche del mondo che ci circonda. Un po’ come il pensiero cattolico. Non è casuale questo paragone. Entrambi i pensieri si basano su dogmi, su entità platoniche come l’ Io, l’ Es, il Super-Io che ricordano tanto il Padre il Figlio e lo Spirito Santo, sul famoso Inconscio che la Chiesa chiama Belzebù e la fissa di entrambi per il sesso. Entrambe le dottrine possono essere comprese se inquadrate all’interno del periodo storico in cui si son formate: la Chiesa nel bisogno di sicurezza mistica in una realtà in disfacimento, la psicanalisi figlia del periodo vittoriano e delle influenze darwiniane. Decisi allora di seguire un campo più razionale. Il campo della psicologia scientifica sembrava darmi più garanzie. Esperimenti, calcoli statistici, variabili controllate, camici bianchi, topini che saltano in tempo per non prendere una scossa e gatti che imparano a premere una leva. Cani che salivano (nel senso di salivare, non salire) e piccioni che riconoscono i colori. Richiesi una tesi al dipartimento di Neurofisiologia Umana. Studiavo la programmazione ai movimenti su una scimmietta di nome Baby… ma ora vado troppo di fretta. Facciamo un passo indietro.

Esiste un episodio, un particolare dell’infanzia di ognuno di noi che in apparenza insignificante assume un’importanza che condiziona l’intera esistenza. Volete sapere qual è il mio? Le gambe di mia cugina. Le ginocchia, le caviglie ma soprattutto i polpacci, i polpacci di mia cugina stesa sul letto a guardare la tv l’ultimo giorno di vacanza in Calabria. Polpacci lisci sportivi scattanti e moderni. Ora, che a questo evento si dia una spiegazione di tipo analitico tirando in ballo l’inconscio o che venga inquadrato all’interno di un approccio naturalistico tirando in ballo Lorenz e le sue anatre, poco importa perché da quel giorno ciò che ho cercato nelle donne è stato condizionato da quei polpacci. Così potete ben capire e non accusarmi di cinico maschilismo quando, la sera in cui ho invitato Silvia a passare la notte a casa mia quanto male ci sia rimasto nel notare un eccessivo eccesso lipidico sulle sue gambe.

Scoprìi rotoli di adipe in posti che non avevo notato e perdonai il mio amico giacomino per non aver saputo svolgere il suo dovere di calabro membro virile. Insomma avevo fatto cilecca ma senza preoccuparmene. Ricordo il pomeriggio in cui Silvia se ne andò da casa mia. Era una noiosa domenica di primavera. Non l’avrei mai più rivista. La osservavo dal balcone allontanarsi per la stradina del parco di Colli Aniene. Non c’eravamo detti niente. Solo ciao. Ma sapevamo entrambi che era finita. La sera dopo avrei conosciuto Tiziana.

Tiziana era pugliese. Era un’amica che Orazio aveva conosciuto a mensa. Studiava psicologia ed era una bomba del sesso. Non era bella ma aveva un non so che… una potenza sensuale da farti girate la testa. Credo che piacesse ad Orazio e credo anche che per un momento abbiamo sfiorato un incidente diplomatico in casa. Ma tutto poi si è risolto. Una sera fummo invitati a casa sua a cena, io e Orazio. Credo ci fosse anche Pablo, un amico in comune. Avevo ormai intuito che le piacevo e passammo tutta la sera a stuzzicarci con lo sguardo. Arrivata l’ora della buona notte si era capito che io sarei rimasto ancora mentre Orazio e Pablo si stavano preparando per andare. La porta si chiuse alle loro spalle e finimmo immediatamente sul letto. Rimasi impressionato dall’aggressività di Tiziana, fece tutto lei e non mi diede neanche il tempo di capirci nulla. E sembra che neanche il mio fido giacomino avesse capito bene cosa stesse succedendo perché ancora una volta aveva deciso di obiettare. Sembrava la scena di Paz e io continuavo a pensare: “alzati! …alzati! …alzati! …alzatialzatialzatialzati!!” ma non c’era nulla da fare. Mi sentivo a disagio come un mare che qualcuno tentasse di bere con la cannuccia. Mi attendeva una notte che si prospettava indimenticabile con una ragazza che avrebbe fatto di tutto per renderla tale… e lui, lui faceva i capricci. Di nuovo.

Ok, avevo un problema. Che mi stava succedendo? Passavo ore tra la palestra e la piscina, mangiavo sei volte al giorno per mantenere un fisico da atleta, facevo colazione con bianchi d’uovo e tonno al naturale e avevo trasformato il mio corpo in un triangolo isoscele con la base rivolta verso l’alto. Conoscevo tutte le tecniche di abbordaggio e frequentavo un ambiente in cui anche il più sfigato dei ragazzi avrebbe cuccato… e poi!? …arrivato al dunque!? niente! nulla! nisba! nada!

Ok, avevo un problema. E che problema. Uno di quei problemi che non puoi mica andare a raccontare in giro. Immaginate Orazio: “minchia ‘mbare, ma si impazzùtu? Sì pùppu?” (amico mio, starai impazzendo? non ti piaceranno mica gli uomini?)… no non stavo impazzendo anche se mi sembrava di stare in un girone dantesco, con tanto di contrappasso: attorniato da donne, desiderato desideravo ma non operavo. Mi rinchiusi nella torre d’avorio della scienza, passavo il mio tempo a studiare, gonfiare i miei muscoli e ballare nei locali. All’epoca si frequentava locali come il Black Out, il Circolo degli Artisti e le feste negli appartamenti. Ero circondato da donne che conquistavo e lasciavo nel momento fatidico per paura di una figuraccia.

Ma come in tutte le cose che faccio ci presi presto gusto. Avevo notato che il mio non voler concludere si era trasformato in una certa sicurezza che mi consentiva di apparire più desiderabile: un ragazzo diverso da tutti gli altri che quando conoscono una donna hanno il ‘chiodo fisso’. La stessa sicurezza e fascino che sprigionano alcune ragazze che hanno fama di “non darla” facilmente e questo scatena negli uomini una sorta di competizione. Per me si era verificata la stessa cosa, andavo in giro predicando della possibilità dell’amicizia sincera tra un uomo e una donna e mi ritrovavo circondato da ragazze che mi confessavano i loro segreti, senza badare al fatto che fossi un uomo. Il complimento che mi veniva continuamente rivolto era che sapevo ascoltare e d’un tratto intorno a me avevo solo donne desiderose di conforto… 😀

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2 Risposte to “…otto : Psicologia.”

  1. mimì Says:

    In effetti la psicologia nel “ senso comune” è solo Freud…secondo me ha assunto in più delle sembianze del gioco-magia nella testa di molte persone…”fare lo psicologo” appare a molti – credo, dalla mia esperienza – un gioco, come se fosse un passatempo figo oltre che utile. L’interpretazione dei sogni ormai si sa. Ho notato, che spesso si da più credito alle interpretazioni (così, tra una chiacchiera e l’altra) che mettono in evidenza il malessere del “paziente” in questione. Più è tragica l’interpretazione, più sembrano contenti di poter piangere un pò sul proprio destino con qualcuno che ti ha appena dato una prova inconfutabile che effettivamente è cosi..tu stai male.
    Per non parlare dei lapsus…
    Affermazioni del tipo: “…sicuramente lo sta seguendo un o psicologo… si capisce da come risponde alle domande” pure le ho sentite.
    Però poi…se si incontra uno “psicologo vero”…come ama raccontare il mio prof Caprara, non appena si conosce casualmente qualcuno che fa questo mestiere (o questi studi) una persona nei suoi confronti cambia immediatamente. Comincia a notare che egli osserva tutto scrupolosamente, analizza nei minimi dettagli e che sicuramente può già dire qualcosa su di lui.
    Ogni volta che vedo mia madre mi viene in mente questa cosa…ogni tanto se ne esce dicendo: “dai, allora, dimmi qualcosa” , aspettando impaziente che le riveli un mistero su se stessa.
    Gli psicologi sono, dunque, sciacalli, dei detentori di misteri preziosi?
    Anche no.
    E’ una disciplina che, se vuoi, ti apre gli occhi e la mente e a me almeno mi ha reso una persona migliore. Con tutto che non mi ritenga una persona preparata. E’ più l’impostazione mentale che lascia…e che, forse, aiuta a vivere meglio con se stessi e con gli altri.

    E poi, a proposito dei polpacci di tua cugina…c’entra Gombrowicz con questa storia? “Ferdydurke”? La rosa nelle scarpette da tennis…(forse sto confondendo qualcosa, ma ho fatto subito questa associazione quando l’ho letto).

  2. liberto Says:

    Lo sport, l’agilità, l’insolenza, i polpacci, le gambe, la sfrenatezza, i dancing, la barca, la canoa, ecco le nuove colonne della realtà!

    Gombrowicz c’entra ovunque nei miei scritti. Mi capita spesso di citare quest’autore e non credo che se ne possa fare a meno. A meno di non conoscerlo. E allora è meglio farne a meno. Ma come fare a meno di conoscere Gombrowicz?
    Non avrebbe senso. Sarebbe meglio stare zitti. 🙂


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