…le porte della percezione.

giugno 17, 2007

oh2.jpg …la prima volta aveva il gusto della prima volta. E come tutte le prime volte, fu unica e irripetibile. Tutte le volte successive le rapporti alla prima e in base ad essa le giudichi. Non fu un’esperienza ma uno sballo. Un semplice sballo sul quale solo ora torno a meditare. Il mio cervello fu investito da una concentrazione di THC alla quale non era abituato. Nuove connessioni neuronali vennero create, alcune già esistenti potenziate, altre scomparvero.

Dovete immaginare il nostro cervello come una palla tridimensionale formata da miliardi di puntini interconnessi tra loro attraverso dei fili. I puntini si chiamano “neuroni”. Alla nascita il cervello dell’uomo possiede già tutti i neuroni. Per questo un neonato ha la testa più grande rispetto al corpo. Un bambino ha un numero di neuroni maggiore di un adulto. Un adulto possiede però più connessioni. Per capirci: se il cervello fosse una città, quella di un bambino sarebbe paragonabile a Nuova Delhi, immensa caotica omogenea e con grosse potenzialità. Quella di un adulto a New York, più piccola ma ben strutturata; con zone collegatissime ed efficienti e quartieri bui dove è meglio non entrare. Mahnattan rappresenterebbe il centro della “razionalità”, quello che controlla il nostro comportamento sociale, con neuroni in giacca e cravatta. Il Bronx, il nostro comportamento “istintuale”, quello che Freud ha definito “inconscio” e guida le nostre pulsioni più nascoste. Tra i due, una massa sterminata di neuroni che fanno parte del “terzo settore”, quello dei servizi. Si occupano di catturare, elaborare e smistare le informazioni che provengono dall’esterno e dalle “zone” interne. Quando assumiamo una sostanza come la caffeina o la nicotina o l’alcool nel nostro cervello si instaurano “rapporti” tra neuroni che prima non esistevano. Come se nella nostra città ideale arrivasse, da un paese esotico, un prodotto che facesse nascere un nuovo mercato creando nuovi posti di lavoro e nuovi rapporti tra chi il prodotto lo importa, chi lo smercia, chi lo vende e chi lo acquista. Si crea un mercato e le zone in cui il mercato si instaura diventano più “ricche” di interconnessioni, aumenta il numero della popolazione e tutto il cervello ne viene modificato. Se beviamo una camomilla i nostri neuroni saranno più rallentati, se beviamo un bicchiere di vino si ubriacheranno. Con una tazzina di caffè saranno più scattanti! Molti studiosi hanno suggerito che una delle cause della rivoluzione industriale fu la scoperta e l’importazione in Occidente del e del caffè: la società dell’epoca fu investita da un’ondata di caffeina che contribuì al boom.

L’Uomo è potenzialmente dipendente da un numero sterminato di sostanze. Nella mia vita ho incontrato persone che dipendevano da tutto: caffè, alcool, nicotina, stupefacenti e gelati, cioccolata e dolciumi, frutta e bevande gassate. Si può diventare dipendenti anche “da situazioni”: esperienze come il lanciarsi con il paracadute, scalare una montagna, ma anche il semplice segnare un goal in una partita tra amici o lo sport in generale, il sesso o le soap opera producono nel cervello la “liberazione” di sostanze come l’adrenalina che a lungo andare instaurano un rafforzamento di quelle interconnessioni di cui si parlava sopra e che successivamente non si riesce a fare a meno. Perché quando poi la sostanza viene a mancare la zona interessata ne soffre e con essa il cervello che ad essa è interconnesso. Cioè tutto. Un pò quello che avviene quando una multinazionale decide di spostarsi da un paese ad un altro: il paese che fino a quel momento aveva fatto ruotare parte della propria economia intorno a quella produzione ne soffrirà in maniera proporzionale a quanto da essa dipendeva. Se il paese è povero ne potrebbe anche morire, se è ricco potrà affrontare l’emergenza. Per gli esseri umani vale lo stesso. L’assunzione di sostanze che creano una elevata dipendenza come le droghe pesanti possono essere ben sopportate da chi è ricco. Per un povero è morte certa.

Esistono sostanze come gli acidi o l’ecstasi capaci di creare connessioni tra zone del cervello molto lontane. Zone che normalmente comunicano solamente in stati particolari come il sonno o esperienze mistiche. Anzi fanno molto di più. Aprono nuove porte. Porte della percezione che solitamente rimangono chiuse.

Tra la prima e la seconda metà del novecento Aldous Huxley, poeta, romanziere, saggista decise di descrivere con l’aiuto di uno psicologo gli effetti su di se di una nuova droga, la mescalina, estratta da una pianta originaria del Messico, il peyote, utilizzata dagli sciamani per entrare in contatto con Dio. Peyote vuol dire “carne degli dei”. Dall’esperienza di Huxley nacque un libro che prese il titolo da un verso del grande William Blake:

“Se le porte della percezione fossero sgomberate, ogni cosa apparirebbe così com’è, infinita.”

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The doors of perception rappresentava una provocazione se contestualizzata nell’epoca in cui vide la luce, e cioè a cavallo fra il 1950 e il 1955. In quegli anni ribolliva, sotto la dura corteccia ipocrita dell’ american way of life fatta di allegre famigliole riunite davanti alla TV, un sentimento di opposizione a schemi reimpostati e propagandati come i ‘migliori’. La non accettazione di questo stile di vita fece da fulcro al proliferare delle idee di libertà e al rinnovamento ideologico di un’intera società fino ad allora rimasta in silenzio.

L’autore scrive un vero e proprio trattato filosofico che disegna un quadro della condizione umana del XX secolo, legata ai piaceri che provengono dall’illusorietà dei beni materiali e transitori, poco attenta alla spiritualità che vive nella semplicità di ogni colore o essere vivente che ci circonda. Sotto l’effetto della mescalina, spazio, tempo, distanza si dilatano, perdendo progressivamente il valore che ad esse attribuiamo nella normale quotidianità, mentre le cose che cominciano a diventare importanti sono i colori multiformi che caratterizzano una stoffa in tweed o il fascio di luce intensa che si sprigiona dai fiori in un vaso. Una camicia multicolore, se osservata dopo aver assunto la mescalina, perde il fine utilitaristico per cui è stata creata: non la guarderemo più con gli occhi limitati di chi vede in essa solo uno strumento per coprirsi e ripararsi dal freddo, ma con la lungimiranza di un esteta alla ricerca del bello ‘puro’ che riconduce alla purezza della natura. Il colore diventa la chiave di accesso verso l’infinito, il tutto globale e misterioso. La camicia diventa importante solo per il fatto che “é”, esiste, così come esiste una sedia, un cane, un uomo. La mescalina altera alcuni processi mentali per cui l’uno, il singolo, l’oggetto o l’uomo diventano parti essenziali di un tutto universale, in cui tutto ha importanza solo per il fatto di esistere.

La mescalina innalza i colori ad una maggiore forza ed impatto visivo, fino al punto che riescono ad emozionare. Queste luci, queste ombre, tutti gli effetti ottico-visivi, sono invisibili per l’uomo cieco che non ha provato la droga. La vita di un fiore avrà la stessa importanza della vita di un uomo, perché dietro il fiore c’è l’universo, c’è ‘l’intelletto in genere’, il Tutto che ci scorre intorno e che purtroppo viene filtrato dal cervello, che nella sua funzione ‘eliminativa’ coglie dal tutto solo ciò che è ‘realmente necessario’ alla nostra esistenza. Il testo dell’opera infatti tende a dimostrare che la funzione del cervello è quella di ridurre le esperienze che l’organo ritiene inutili alla sopravvivenza dell’individuo.

Di qui il saggio di Huxley si dilunga sull’esaltazione della mescalina come metodo per combattere l’azione di filtraggio della realtà che il cervello esercita su di noi: egli la paragona alla rivelazione artistica che coglie un Van Gogh quando racchiude la sua ansia nel dipinto “La sedia” o ad un Rembrandt o ad un qualsiasi altro pittore di paesaggi della Cina di mille anni fa.

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Le porte della percezione divenne uno dei testi sacri durante il periodo della contestazione hippy e fu l’ispirazione di una delle band più importanti della storia della musica occidentale, i Doors.

“Io canto quello che gli altri non dicono. Per me contano solo i testi di una canzone.
Sono un poeta: mi piacerebbe dire al mondo delle cose importanti .
Ogni cosa al mondo è un simbolo. Ogni cosa sembra lì per se stessa, ma in realtà è qualcosa d’altro.
La vera poesia non dice nulla. Dà solo una parvenza della realtà. Apri tutte le porte. Tu puoi passare attraverso una qualsiasi …quella che ti ispira di più…”

Erano questi tempi gloriosi per la creatività musicale, ma anche tempi bui: molti cantanti e musicisti morirono agli inizi degli anni settanta per non aver capito la pericolosità enorme delle sostanze allucinogene e di altre droghe, consumate in grandi quantità, quasi fossero noccioline: in tre morirono in quegli anni, tutti e tre stranamente avevano la stessa iniziale nel nome, tutti e tre erano stati musicisti formidabili e innovativi: Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix.
I Doors si impongono negli States nel periodo delle marce antimilitariste, dei fermenti nei campus universitari, immersi in un’ atmosfera di rivolta contro l’establishment. Passione e violenza creativa. Jim non conosce la musica, ma scrive poesie da quando era bambino: i suoi testi sono visionari e dissacratori, pieni di simboli ma anche di riferimenti violenti e diretti.
E poi c’è lui, con la sua bellezza un po’ perversa, con il suo carisma fuori dal comune e la tensione che sa creare sul palco, fino a provocare l’intervento della polizia per i suoi atteggiamenti provocatori e assolutamente fuori dagli schemi.
I Doors cantano contro la guerra (The Unknown soldier) , contro la famiglia, parlano di morte e allucinazione (chi non ricorda The End nel film Apocalypse now?).
Morrison è un ciclone : s’attacca al microfono, s’inginocchia sul palco, si getta tra il pubblico. Ogni concerto dei Doors è sold-out.

Da sempre l’assunzione di sostanze stupefacenti ha affascinato l’universo letterario e scientifico e spesso i due saperi hanno unito le rispettive ricerche. Un esempio classico ci viene dalla Francia di metà ‘800, dove lo psichiatra Joseph Motov de Tours, dopo un viaggio in Algeria che gli spalancò le porte della conoscenza circa i benefici che si potevano trarre in seguito all’assunzione di hascish, fondò il Club de Les Hascishins, frequentato da gente come Gautier, Baudelaire, Balzac, che insieme a psicologi e pittori, assumevano la droga e ne sperimentavano personalmente gli effetti. Questi intellettuali, padri della moderna poesia, hanno aperto un filone letterario i cui componenti credevano che, con l’utilizzo di sostanze alteranti la psiche, fosse possibile raggiungere l’essenza simbolica delle cose, sperimentando la ricerca del non visibile e l’esplorazione dei meandri più reconditi dell’immaginazione, rivelabili solo attraverso una manipolazione esterna indotta. Rimbaud, Baudelaire, Maupassant, Burroghs, Ginsberg, Kesey e chissà quanti altri, sono stati la testimonianza vivente di questi esperimenti.

Fin qui l’assunzione della droga sembrerebbe non avere controindicazioni; ma Huxley subito aggiunge che una nota dolente della mescalina riguarda il suo non favorire le relazioni sociali. Anzi. Il bisogno delle altre persone diventa minimo nel momento in cui ci si sente così bene con se stessi; inoltre, l’indifferenza che il consumatore nutre nei confronti delle considerazioni utilitaristiche o del principio di autoaffermazione è molto, troppo simile al negativo senso di indifferenza che pervade il malato di schizofrenia. Isolarsi troppo dall’esterno, per quanto a volte indispensabile e benefico, se portato all’estremo avrebbe solo una funzione deleteria per la psiche. Ma anche qui Huxley non perde il suo sostegno entusiasta nei confronti della droga. L’indifferenza per il pratico e il materiale, il fascino estetico che scaturisce dall’osservazione prolungata, porta ad uno stato contemplativo, che per quanto “lasci incompiute molte cose, per lo meno ci astiene dal compierne altre che non andrebbero fatte”.

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13 Risposte to “…le porte della percezione.”

  1. Eulalia Says:

    Bellissimo. e in piu’, apre interessanti interrogativi sul rapporto tra percezione e comunicazione…

  2. silo9 Says:

    ora mi sono fermata a leggerlo, bel exursus storico sull’uso delle droghe nel mondo della letteratura e della musica.

  3. liberto Says:

    …non lo definirei così. “ExCursus storico sull’uso delle droghe nel mondo della letteratura e della musica”, mi sembra eccessivo. Ho superficialmente approfondito qualche aspetto dell’argomento che ho trattato. Il “bel” però ci sta tutto. Modestamente.

  4. overlook Says:

    se le cose apparissero infinite l’universo verrebbe sgombrato.

  5. maja Says:

    …un effetto simile mi fanno i libri (forse pure a te considerando il post)…ho sempre avuto la sensazione, dopo aver chiuso un libro, che mi si fosse aperta una “nuova porta” .. che tutte le mie limitate connessioni neuronali si fossero azzerate per entrare in una realtà diversa, inesistenete…
    per utilizzare “strade” diverse, per collegare delle “città” mai viste ne sentite. Percezioni, sensazioni, sentimenti, vissuti che non ho creato io, ma che mi porto dietro dal momento che le ho interiorizzate…(appunto, manipolazione esterna indotta).
    Le sensazioni di cui tu parli non le conosco…anzi, contrariamente mi ricordo che nei miei momenti mi fissavo inutilmente su una sola “via neuronale”…andavo su e giu… su e giu…
    ora, se la mia mia mente assomigliasse a quella di Baudelaire, dalla mia fissazione ci uscirebbe qualcosa di carino…
    Una volta una mia amica mi racconto’ esattamente che cosa avesse provato dopo aver fumato uno spinello ( era probabilmente il suo primo, ed io non avevo ancora mai fumato). Disse che in quel momento casualmente stava ascoltando la famosa musica della “Pantera Rosa” e mentre la ascoltava non riusciva a capacitarsi di quanto fosse bello quel brano..scaglionava ogni nota, ogni variazione la eccitava, pensava di non aver mai sentito una musica cosi bella… quando finiva il pezzo, lo rimetteva daccapo e con lo stesso stupore e ammirazione ascoltava, e ascoltava…
    ne ho dedotto dunque che il pensiero da “globale” si fosse trasformato in estremamente “analitico”.
    ora mi domando fino a che punto la droga apra “nuove porte”…forse analizza scrupolosamente quelle gia esistenti? centimetro per centimetro esplora quella strada sulla quale stanno viaggiando i nostri nuroni?
    Penso che la droga di cui parli sia effetivamente “liberatoria”, nel senso che ti toglie dagli imbarazzi e dai freni…ma non le attribuirei tanto potere…penso che dia il via libera ai pensieri che noi stessi (o qualcun’altro) non vogliamo emancipare. E magari ci crea una coreografia piu carina intorno. Ma non vorrei essere banale…leggero Huxley.
    Comunque, complimenti per il blog. Mi piace tantissimo! A mio parere potresti scriverci un libro.

  6. liberto Says:

    …esattamente. Fumarsi uno spinello, leggere un libro, visitare luoghi sconosciuti, dialogare con la “gente”… hanno una cosa in comune: l’essere esperienze nuove.
    Una delle caratteristiche più interessanti dell’essere umano è ciò che gli scienziati hanno definito “neotenia”. Consiste nel fatto che noi manteniamo più a lungo, rispetto a tutti gli altri esseri, caratteristiche “infantili”. La nostra infanzia, il nostro momento di acquisizione, apprendimento di schemi comportamentali ed esperenziali è compreso in uno spazio temporale lunghissimo se rapportato al resto degli esseri viventi: una gravidanza di nove mesi, un’infanzia di oltre dieci anni, un’adolescenza di un’altro decennio… che per alcuni (tipo me!) si protrae per decenni!…quando molti animali, tipo gli erbivori, qualche ora dopo la nascita son capaci di correre come un adulto. Se da un lato questo comporta una maggiore fragilità da parte del “cucciolo” umano perché ha bisogno di cure parentali più lunghe, dall’altra sembra che la caratteristica neotenica abbia consentito alla nostra specie di non rimanere all’interno di schemi fissi di comportamento ma di avere una variabilità nell’agire e reagie rispetto al mondo che lo circonda. Ergo, creatività.

    Il Piccolo Principe arrossisce in continuazione. Arrossire vuol dire stupirsi, trovarsi di fronte ad una situazione non prevista che ci spiazza e ci catapulta in punti di vista mai considerati. I bambini hanno una capacità di problem solving (affrontare un ostacolo) differente da quella di un adulto. Quest’ultimo percorre le strade dell’esperienza attraverso la memoria di ciò che ha appreso alla ricerca delle soluzioni. Il bambino, in mancanza di esperienza, “crea” nuove soluzioni. E questo lo rende simile al genio.

    Continuare tutta la vita a percorrere nuove vie, lasciando all'”armento” – direbbbe Nietzsche – le strade già tracciate; esplorare il mondo che ci circonda attraverso le potenziali infinite prospettive, questo è uno dei modi per continuare a essere bambini. Forse.
    Da piccolo sognavo di “fare” l’esploratore. Poi lo scienziato.
    Bambino, eploratore, scienziato. Cosa hanno in comune?
    Forse il sognare.

    …per quanto riguarda il libro… grazie. Quello arriverà. Questo blog però ne sarà soltanto l’introduzione. Ci arriveremo, a piccoli passi arriveremo anche a quello. Se vorrai seguirmi. A piccoli passi ti sto introducendo nell’argomento… il Chaos.

  7. cup Says:

    bellissimo post. Le porte della percezione, l’accumulo di dati e l’aura creativa…Cosa siamo liberto? Continua a scrivere, Un abbraccio

  8. liberto Says:

    Cosa siamo? Eh! Se sapessi rispondere con certezza non starei qui a scrivere… ma probabilmente sarei ospite di qualche trasmissione televisiva…
    Individui, credo. Innanzitutto, individui in balìa del caso.

    Il nostro cervello è un sistema dinamico. Ogni secondo che passa un flusso di informazioni inonda i nostri sensi. Percepite, filtrate, elaborate, immagazinate… molte altre, la maggior parte, si insinuano nella nostra mente senza che ne siamo consci, vengono filtrate, elaborate, immagazzinate senza essere percepite: inconsciamente. Questo vuol dire che solo una piccola parte delle informazioni che provengono dal mondo esterno siamo noi a sceglierle. Il resto le subiamo senza neanche accorgercene. Sono quelle che formano il nostro carattere, le nostre convinzioni, il modo di pensare, di agire, giudicare.

    Bisogna sempre tenerlo in mente se non si vuole rischiare di finire a OttOeMezzo a difendere idee che ci appartengono solo per puro caso: provenienza sociale, anno di nascita, iter scolastico, nazione d’appartenenza, regione, città, quartiere, famiglia… amicizie frequentate, libri letti, fonti d’informazione, musica… scottature amorose e telefilm visti nei pomeriggi estivi.

    Non credo esista una Verità, ma delle verità, verità storiche. L’Italia del Ventennio era quasi tutta fascista. L’orda che ha linciato Mussolini e consorte era la stessa che riempiva piazza Venezia qualche anno prima.

    A me piace definire l’essere umano scimmia con il kalashnikov: pensate che succederebbe se le scimmie esistenti sulla terra avessero la capacità di utilizzare i kalashnikov… il mondo sarebbe identico a quello che stiamo vivendo. Altro che canne pensanti o il centro dell’universo! Scimmie con il kalascicov.

    È giunto il momento di iniziare a fare la storia con i se… C’hanno sempre insegnato a subire il mondo. C’anno sempre inculcato che gli eventi così come avvengono bisogna prenderli senza poterci far nulla. Sbagliato. Non esiste alcuna necessità in ciò che avviene e tutto potrebbe andare diversamente. Anche la storia può essere cambiata. Tutto questo succede già. Solo che ci insegnano il contrario.

    Abbiamo un cervello che ci potrebbe consentire di stare alla cima dell’evoluzione, ci potrebbe permettere di migliorare la nostra condizione di vita e quella degli esseri che ci circondano. Ma lo usiamo per costruire satelliti bellici o al max per trasmettere film porno da un capo all’altro del mondo o per aumentare la potenza dell’ultimo modello di BMW, capace oltrepassare i duecentocinquantaKilometriOrari. Salvo poi imporre limiti a centotrenta. Costruiamo centrali che consumano più energia di quello che producono e mandiamo al governo Silvio Berlusconi. Lasciamo le cicche delle sigarette ficcate nella spiaggia di cui abbiamo goduto tutto il giorno e ci riempiamo d’orgoglio se qualcuno fa i complimenti al nostro cellulare. Passiamo parte della nostra vita davati a trasmissioni televisive e moriamo senza mai aver visto l’alba dei Mari del Sud. Siamo umani ma ci comportiamo da bestie. Siamo capaci persino del gesto estremo, quello del suicidio ma viviamo incasellati come api a produrre il nettare per una Regina a cui ognuno da il suo nome: Maria, Denaro, Potenza, Vanità, Saggezza, Scienza, Calcio, Politica, Carriera… e pochi si rendono conto che tutto questo dura poco e potrebbe finire da un momento all’altro. Ecco cosa siamo. Incoscienti. Forse per paura. Forse per ignoranza. Forse per vizio. Forse per passione. Forse per voglia di vivere. Chi lo sa? Io no.

  9. Ugo Perri Says:

    questo blog ha un tasso di verbosità culturale eccessivo. tagliate le teste! chiudete le pagine! che non si parli. non si parli più.
    il silenzio tra le macerie sarà l’unico a percepire l’errore.

  10. liberto Says:

    …le teste sono state tagliate e la plebaglia che non si accontenta delle brioches preferisce prendere la Bastiglia a stomaco vuoto al grido di Legalitè Fraternitè Libertè. E’ tra le macerie del silenzio che questo blog cerca le parole. Il tasso di verbosità è eccessivo. Concordo. Sul “culturale” avrei da dissentire. E questo forse è l’errore. 😀

  11. Pala Says:

    “E’ Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa vedere loro un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra che egli prende per un serpente..”
    Squarciamo il velo ed apriamo le porte… la vera realtà ci aspetta…

  12. blimes Says:

    Io per qualche mese mi son drogato con un videogame… che sballo.. non fatemici pensare che ci ricado!


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