…dodici&3/4: It’s better to burn out than to fade away.

luglio 7, 2007

ok-2.jpg …con la musica mi svegliavo, senza musica non mi addormentavo. Durante il periodo di Colli Aniene la musica che ricordo era quella di RadioDeejay, oneNationOneStation e quella di Pino Daniele. Io in camera non avevo uno stereo e date le sottili pareti dell’appartamento ero, volenteOnolente obbligato ad ascoltare la musica progressive di Orazio, all’ora del DjTime. Mi svegliavo e mi addormentavo “coccolato” dai sound industriali di Coccoluto, DjMolella o vattelappesca. Pino Daniele invece piaceva a Silvia, la ragazza dell’Aquila. All’epoca andava quella canzone che faceva: io per leei! ho due occhi da bambino… e adesso portami viiaa!

E tralaltro girava per casa una cassetta (perché allora c’erano ancora i nastri magnetici) di canzoni vecchie di Pino, cassetta che apparteneva ai nostri vicini del piano superiore. Non ve n’ho parlato nei precedenti post perché erano poco interessanti e a parte le pippette di gruppo non erano poi molto attivi. O forse a causa delle pippette. Ricordo che l’unica volta che ho visto un po’ di luce nei loro occhi è stato quando hanno saputo che Piero teneva i filmetti. Comunque. Uno di loro una volta mi diede una cassetta con il vecchio Pino Daniele, o meglio il giovane:

A me me piace ‘o blues e
tutt’e juorne aggio canta’
pecché so’ stato zitto e mo
è ‘o mumento ‘e me sfuca’

Con il cambio di casa cambiò anche la musica. Nel post precedente ve ne ho reso qualche campione. Frequentavo Pasquale che mi iniziava al grunge, un sound che affonda le radici nella città di Seattle della metà degli anni ottanta. In quel periodo tutta l’America nordOccidentale era afflitta da povertà, disoccupazione e droga. E Seattle in particolare era un centro privilegiato di consumo di eroina: i giovani per sfuggire alla noia e al male di vivere si rifugiano nella musica, dando vita ad una scena musicale fortemente localizzata.

I gruppi formavano una comunità unita di giovani che frequentavano gli stessi locali e si contraddistinguevano per determinate caratteristiche estetiche: i capelli lunghi, i jeans strappati, scarpe da ginnastica Converse spesso vecchie e rovinate, t-shirt sdrucite e pesanti camicie di flanella a quadri (tipiche dei taglialegna di quei posti, i cosiddetti “redneck”).

Letteralmente il significato del termine inglese grunge è “sporco”, “sudicio”, significato che evidenzia l’aspetto estetico trasandato dei protagonisti, nonché una scarsa ricercatezza tecnica comune a numerose band in questione, interessate maggiormente all’immediatezza e alla forza della propria musica e delle proprie parole.

La prima canzone che ascoltai fu Black dei PearlJam, il gruppo preferito da Pasquale. Mi piacque e quando scoprii di che parlava non persi l’occasione di spedire parte del brano attraverso sMs ad una tipa per la quale all’epoca avevo perso la testa, Marilisa. Pugliese di Gallipoli un viso affascinante su due poppe da paura. Un bel fisico. Ma stava con un tipo, Cippa che in futuro avrei avuto modo di conoscere meglio. Insomma, la canzone racconta appunto di sto tipo che è stato mollato dalla tipa e si lamenta. Le spedii le ultime frasi quelle che dicono qualcosa del tipo… lo so che un giorno avrai una vita felice, che sarai una stella… ma nel cielo di qualcun altro… perché, perché, perché! non del mio cielo, perché! …a sentirla forse è meglio, vi faccio sentire la versione unplugged:

Era diventata la colonna sonora delle nostre serate, insieme all’unplugged degli AliceInChains e a quello di EricClapton.

Stilisticamente, il genere grunge si può considerare un genere figlio in parti uguali di metal e punk. Al suo interno infatti convivono la potenza e la durezza tipiche del metal con la velocità e l’immediatezza e la freschezza tipiche del punk.

Inoltre, riaffiora nel grunge la finalità di denuncia e l’utilizzo dello strumento musicale come protesta contro l’estabilishment politico e culturale del momento, che sono in definitiva la sua principale somiglianza col punk.

Le liriche trattano spesso di argomenti come la frustrazione di vivere, la tristezza, la depressione, la rabbia verso una vita vissuta passivamente, la ribellione. Non è disdegnato tuttavia un certo senso di ironia quasi grottesco nell’affrontare queste delicate tematiche. Tanto che le liriche di gruppi come Pearl Jam, Alice In Chains, ma gli stessi Nirvana, vengono archiviate come notevoli prove di poesia contemporanea (che io poi trasformo in sms!), elemento che assieme alle voci irripetibili del parco seattleliano, concorsero nel creare quell’effetto magnetico che caratterizzò le migliori grunge song.

Il successo commerciale planetario del genere grunge è da individuare nell’anno 1991, grazie anche al contributo di MTV, anno della realizzazione dell’album Nevermind dei Nirvana e del primo album dei PearlJam, Ten.

La popolarità del grunge fu relativamente breve e venne bruscamente interrotta dall’ascesa di band decisamente troppo radio-friendly che decretarono la fine di tutte quelle caratteristiche anche culturali che diedero vita al grunge.

Per molti fans del grunge la fine del genere coincide con determinati eventi cardine: il suicidio di Cobain nel 1994, lo scioglimento dei pionieri Soundgarden nel 1997. L’abuso di eroina resta comunque uno dei fattori principali di distruzione di molti protagonisti di molte grunge bands: Kurt Cobain dei Nirvana, e nel 2002 Layne Staley degli Alice in Chains.

Sulla cultura grunge ci fecero pure un film che divenne presto un cult, Singles dove parteciparono come attori i protagonisti dei gruppi grunge della scena di Seattle.
Di certo non bastano due post per raccontare la colonna musicale del periodo. Credetemi, c’era musica da tutte le parti. All’epoca non esistevano gli Mp3, la musica non la si scaricava facilmente e giravano ancora le cassette. Una delle fonti dove uno studente poteva trovare questi gruppi era la mitica RadioRock, emittente romana. Per chi non aveva una raccolta musicale come quella di Pasquale, RadioRock era un punto di riferimento. Ci si svegliava con RadioRock, si studiava con RadioRock, ci si addormentava con RadioRock. Voci come quelle di Jelena Milic o Prince Faster hanno consigliato i gusti musicali di molti ragazzi, e ancora oggi continuano a farlo. Potevi ascoltare tutto ciò di cui vi ho parlato e molto, molto di più…

n.b : prima che vi scervellate: la frase del titolo “È meglio ardere in un’unica fiamma piuttosto che spegnersi lentamente”, è un verso tratto dalla lettera di suicidio di Cobain ed è una citazione dalla canzone di Neil Young, My My, Hey Hey.

…inserita postuma, su involontaria richiesta di overlOOk:

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2 Risposte to “…dodici&3/4: It’s better to burn out than to fade away.”

  1. overlook Says:

    io posso aggiungere che in quel periodo geart faceva l’imitazione dello struzzo e la faceva bene,ti teletrasportava nell’ambiente dello struzzo,ieri lo ho incontrato a S. Lorenzo reduce dal live dei Rolling Stones,senza voce,non perchè avesse cantato a squarciagola…no,per fare conversazine con il suo amico abruzzese mentre i Rolling spompavano gli amplificatori…
    NON HANNO SUONATO ANGIE.
    ah…ci sono due Z in struzzo e due in abruzzo!ma questo che significa?aaaaaaa il paese di geart è MONTEFIORE o MONTEFIORI.

    abbracci caro.

  2. liberto Says:

    …Geart che fa lo struzzo è qualcosa di indescrivibile, oltre che indimenticabile. Ricordo che quando dormivo a casa di Azzurra a CasalBertone, tutte le mattine attendevamo con ansia sul lettone l’arrivo dello “struzzo”… vedevamo la porta aprirsi e un braccio a “mò” di testa di struzzo appariva mentre da dietro la porta si sentiva il “verso”… per poi irrompere in camera e saltare sul letto… ma quel periodo non è ancora arrivato.. ma ci stiamo avvicinando… e tu! Nino!non eri ancora apparso! …grazie per avermi ricordato di questa cosa, ho bisogno anche dei vostri ricordi. Questo blog non racconta la mia vita, ma le NOSTRE avventure. Vorrei che si potesse scrivere a cento mani… un abbraccio e una toccatina di culo… 🙂

    p.s. i Rolling non hanno eseguito Angie?!? …ve la faccio sentire io! L’ultima del post…


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