…quattordici: Where The Wild Roses Grow.

luglio 21, 2007

schiele.jpg …ai tempi di Collli Aniene andavamo, io e Orazio, a cuccare a piazza di Spagna. Quello è un luogo rinomato per il cucco etero come piazza dei Cinquecento lo era ai tempi di Pasolini per i marchettari (ma a sentire Giulio, anche oggi). Piazza di Spagna è la zona centrale del cucco per militari di leva e studenti fuorisede. Quindi c’è una concentrazione di masculanza terrona non indifferente. Quel pomeriggio eravamo usciti infichettati, scarpina lucida punta quadrata e maglioncino a V e giacchetta nera che avevo fregato nello spogliatoio del CUS e che avrei rivenduto molti anni dopo a Orazio per una ventina di mila lire. Tra militari in libera uscita e infichettate di tutto punto scorgo due ragazze letteralmete circondate da un gruppo di Neanderthal che cercavano di fare i simpatici trasformando il vernacolo delle loro espressioni in un italiano improbabile. Questa è una situazione tipica per cuccare. Quel che si deve fare è limitarsi a far capire alla ragazza assediata di comprendere il suo disagio e sorridere della situazione. E’ bastato uno sguardo complice lanciato da qualche metro di distanza affinché una delle due capisse l’antifona e si dirigesse verso me e Orazio facendo finta di conoscerci per liberarsi da quella massa di carne da macello bellico. Studiavano entrambe alla cattolicissima Cattolica per diventare infermiere. Una – biondina e carina era quella che spettava a Orazio dato che l’altra bruttina e tettona era attratta da me. Ce le portammo in giro quella sera. Qualche giorno dopo le invitammo a casa a cena.. gli suggerimmo di dormire da noi dato che abitavano in culonia ma la biondina era poco propensa e l’altra aveva il culo piatto e un po’ troppi peli sulle braccia, così fummo obbligati ad accompagnarle al dormitorio della cattolicissima Cattolica, dall’altra parte di Roma… Ci stancammo presto e non le chiamammo più… Fu uno di quegli incontri veloci che dopo qualche tempo non ricordi più neanche i nomi, rimangono solo impressioni sfuocate, un paio di bocce, un culo piatto, una discussione sulla poco probabile carità cristiana dell’istituto cattolico e sugli esami che erano integrati con lezioni di padrenostro e avemaria. Conoscenze avvenute per caso, per noia e che altrettanto il caso e la noia contribuiscono a dissolvere.

D’altro genere erano invece le ragazze che avrei frequentato qualche tempo dopo. Mariangela, Vera, Azzurra, Gabry, Ary, Silvia, Elisa tutte accomunate da un senso di allegria e spensieratezza, amore per la vita vissuta nelle pieghe del sentimento tra un quadro di Klimt, un sospiro di CarmenConsoli, un nudo di Schiele e una cannetta accompagnata da un sorso di infuso. Le giornate passate bukowskianamente a vivere il presente, l’edonismo dannunziano di chi ha voglia di godersela questa vita senza se e senza ma. Come la Pace, insomma. Erano, sono ragazze che ritrovavano se stesse nelle canzoni lamentose di Carmen, nella moda giapponese della cura dei particolari, nello stile manga di vestirsi e curare il proprio look. E poi nell’amore per la musica e soprattutto per le protagoniste al femminile della scena rock: Patti Smith, Any di Franco, Cristina Donà, Pj Harvey, Fitzgerald e Joplin… donne che hanno strillato al mondo la fierezza della propria femminilità contro la logica del potere maschio che associa donna-minigonna-bonaPerScopàEstirà. Ragazze alle quali piace far shopping negli store che fanno tendenza underground come Subdued e perfezionano il proprio stile prendendo a modello i fumetti giapponesi. Ragazze che son capaci di reggere l’alcool come il peggio camionista ma sognano d’essere protagoniste di ambienti da SexInTheCity, affiancate da compagni stile Dawson’sCreek

Con Silvia di Formia ebbi una storia di qualche ora. Passavamo la serata stravaccati sul letto di Pasquale al tempo di Sandrone. Credo che fosse il primo maggio e avevamo passato il pomeriggio al concertone della triade sindacale di S.Giovanni. C’è solo un motivo per il quale si va a quel concerto. Sballarsi. E’ un enorme carnaio di ragazzi persi tra i fumi dell’alcool e quelli dell’hascisc. Di solito s’arriva verso le quattro e ci si trova un angolino sul prato, comunque lontano dal palco. E’ impossibile avvicinarsi. Ci sistemammo sul marciapiede sotto la fermata del tram e da li non ci spostammo fino a sera tardi, molto vino e tante canne. Ricordo solo delle impressioni, un tipo che mi passa una cartina affinché gli togliessi la colla, qualcuno collassato con la testa poggiata sul marciapiede e il sorriso d’Azzurra. Sorrideva sempre, Azzurra. A me iniziava a piacere perché ogni volta che la guardavo m’incantavo sul suo sorriso e dovevo assumere un’espressione proprio ebete perché lei se ne accorgeva e mi diceva “che cacchio ridi?” Ogni volta che i nostri sguardi si incontravano iniziavamo a ridere e sotto l’effetto del fumo e dell’alcool spesso si rideva con le lacrime agli occhi e il dolore di pancia. Non “passava” mai la canna o la bottiglia di vino. Ogni volta che finivano nelle sue mani te le potevi scordare e quando alla fine le dicevi “Azzù! E passa sta canna!” puntualmente te la restituiva spenta. E la bottiglia vuota. Ci divertivamo insieme e capitava spesso di trattenermi a dormire a casa sua, e senza un briciolo di malizia si dormiva insieme nel lettone. Una sera, d’estate, eravamo rimasti solo io e lei a Roma e decidemmo di rullarci un cannone di quelli esagerati e fare un giro per il centro. Il cannone era davvero esagerato, usai tre cartine incollate per lungo. Prendemmo il motorino e andammo verso le strade formicolanti di turisti accaldati. Camminammo un pò, ridendo e prendendo in giro noi e il mondo che ci circondava. Ci guardavamo e sapevamo che sarebbe scoccata la scintilla della passione ma non avevamo fretta, avevamo solo voglia di ridere e ridere ancora.

Lei mi fissò negli occhi e sorrise perché le sue labbra erano del colore delle rose che crescono lungo il fiume, colore di sangue e follia…

Continuavo a parlare in un turpiloquio di parole sconnesse ed effimere quando mi giro e m’accorgo che stavo parlandomi addosso. Azzurra non c’era più! Stavo a largo Argentina e chissà da quanto camminavo solo! Tornai indietro di un pezzo e la ritrovai seduta su un muretto fuori come una zucchina, persa. Iniziammo a ridere e ci accorgemmo che avevamo smarrito la cognizione dello spazio. Eravamo al centro e c’eravamo persi, non ci rendevamo conto di dove avevamo lasciato il motorino, e ridevamo, ridevamo. Alla fine riuscimmo a ritrovare la strada di casa, tornammo a Casal Bertone comprammo una boccia di vino e ci facemmo un cannone al suono dei Couting Crows.

Il nostro rapporto si stava trasformando. Come un bruco che ritmicamente si faceva largo tra le consuetudini, rendendole istinti. Semplice, inspiegabile, inscindibile. Metamorfosi di una volontà ad esistere. La crisalide si sarebbe presto svuotata e la notte avrebbe sostenuto il nostro volo. Falena, sulle sue ali era scritta la storia di un’emozione destinata a perire. La fine ed il tempo cercano un punto d’incontro per obbedire al destino eppure lei sapeva come volare lontano dal comprensibile. Battiti frenetici, percezioni. Falena.

Ma torniamo al primo maggio. Tra una risata e un cannone quella sera io e Silvia ci avvinghiammo in un bacio appassionato, emanava in modo straordinario un odore di sesso. Non è bella Silvia. Alta, longilinea, le arrivavo si&no sotto il mento. Sprigionava quell’erotismo tipico dei ritratti di Schiele – se cliccate sulla riproduzione a inizio post potrete capire. Esprimeva una sensualità bukowskiana, da bettola, da scopata sotto i ponti, da pompino nel bagno di un autogrill. Ci lanciammo sguardi libidinosi tutta la sera, poi l’acool e i CiupaCiups ciucciati in modo osceno fecero scattare il sistema limbico. Pomiciammo incuranti degli occhi degli amici che osservavano increduli e divertiti. Quella sera me la sarei sbattuta pure li sul lettone di Pasquale, ma non era casa mia, lei dormiva ospite a casa di Azzurra e io all’epoca dividevo il monolocale con Orazio. Finì tutto li, così come era cominciato. Il giorno dopo qualche carezza e nulla più furono gli strascichi della sera prima. Continuava la mia serie di incontri senza centro.

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2 Risposte to “…quattordici: Where The Wild Roses Grow.”

  1. Nadia Says:

    …c’ero anche io a quel I MAGGIO a San Giovanni. Era il 1999 e io me la sono fatta a piedi con Marilisa da casa sua sulla Nomentana fino al concerto. Ricordo che dopo un pò ci siamo beccati tutti alla fermata del tram e siamo rimasti lì fino a tipo le sei. Poi, praticamente all’alba, ci ha raggiunti anche Giuseppe, che stava dall’altra parte della piazza.
    Baci al Pirletto

  2. liberto Says:

    … benvenuta bijoux. BenRitrovata.


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