…omaggio a Gutiérrez. Disegni di Tarsila do Amaral.

agosto 6, 2007

Leggermente diversa.

images5.jpg Tutto inizia un mattino presto, con un sapore di asfalto bollente nell’acqua che esce dai rubinetti. A mezzogiorno ha assunto un colore rosso sangue. Nel pomeriggio è diventata troppo densa. Sa di ferro e il panico si mescola all’orrore, alla superstizione e alla sete.

Cominciano a correre voci. Sarebbe stato commesso un massacro nell’acquedotto e i cadaveri si dissanguano nei serbatoi. Nostro Signore Gesù Cristo ci sta punendo e dobbiamo pregare chiedendo perdono per i nostri peccati. Changò è infuriato perché gli abbiamo voltato le spalle e lui ha buttato i ferri in acqua. La nostra città è stata scelta da un programma sperimentale di alimentazione sintetica patrocinato dalla Fao.

I più previdenti comprano latte, succhi di frutta, birra, bibite, yougurt, ghiaccio, e riempiono i frigoriferi. E’ necessario avere a disposizione liquidi potabili. La città è sprovvista di fiumi, torrenti o laghi vicini. Dipende esclusivamente dall’acquedotto e quello eroga soltanto sangue.

Ogni attività lavorativa si paralizza. Le scuole chiudono. La gente si raggruppa agli angoli di strada. Le donne non possono cucinare. Quelli che possiedono un’auto provano a raggiungere l’acquedotto per verificare cosa sta succedendo. Non ci riescono. Ci sono centinaia di veicoli che intasano la strada.

I serbatoi sono rossi. Totalmente rossi. L’esercito assume il comando, si dispiega sul territorio, lo dichiara zona militare e lo occupa con blindati, fanteria e appoggio aereo. Viene sbarrato l’accesso alla stampa. Arrivano precipitosamente gli esperti su elicotteri militari. Abili ricercatori di laboratorio analizzano i campioni. Un breve comunicato rivolto alla popolazione da radio e televisione assicura che l’acqua è potabile, anche se a quanto risulta presenta un alto contenuto di iodio, vitamine, minerali e ferro, il che la rende una sorta di brodo dal notevole valore nutritivo, idoneo all’esportazione se opportunamente imbottigliato. Si continua ad indagare sulle origini di tale fenomeno. Tutti devono riprendere le proprie attività a partire da domani.

Qualche giorno dopo le cose tornano alla normalità. Ormai c’è chi beve l’acqua-sangue con assoluta fiducia. Dicono sia un ottimo alimento e non fa ingrassare. Trascorsa una settimana, la questione viene del tutto dimenticata. L’esercito si ritira con discrezione nel giro di qualche notte. La stampa perde interesse. I bicchieri di brodaglia rossa attirano l’attenzione dei soli turisti, che ovviamente preferiscono bere birra, di fronte allo stupore dei nativi che non capiscono perché i forestieri si comportino così.

Dopo una quindicina di giorni il liquido comincia a perdere colore e sapore. Altri due giorni e diventa qualcosa di spregevolmente inodore, incolore e insapore, con formula chimica H2O.

Si diffonde nuovamente il panico, mescolato adesso a delusione e tristezza. Si sentono defraudati. Spiegamento dell’esercito. La stampa si precipita, ricominciano le voci, si bloccano le attività, altre analisi, sopralluoghi di esperti. Infine, il tanto atteso comunicato ufficiale.

I serbatoi hanno inspiegabilmente perso le proprietà nutrienti. L’acqua è potabile. Tutte le attività devono tornare alla normalità. Si continua ad indagare sull’origine di tale fenomeno.

I testimoni.

images2.jpg

Poco prima delle sei del mattino è ancora buio pesto. Sul Malecòn i lampioni emanano la loro luce rossiccia, che infonde al paesaggio un aspetto desolato. Il mare invernale si infrange contro la barriera, vaporizza la salsedine sulla città silenziosa. Mi affaccio alla finestra e lo sguardo cade su un uomo che se ne sta in piedi sul muraglione del Malecòn, in mezzo a quella furia di acqua e vento.

Si tuffa tra i flutti e non lo vedo più. Penso: ho appena visto un suicida fracassarsi il cranio sulla scogliera. E me ne torno in cucina. Preparo il caffè e vado a svegliare i bambini. Abbiamo giusto il tempo di raggiungere la fermata dell’autobus. Torno più di una volta alla finestra, ma non si vede niente. Mi sto preoccupando troppo. Non sono stato mica io a spingerlo contro gli scogli, ma potrei almeno scendere gli otto piani di scale del mio condominio e tentare di salvarlo, avvisare la polizia. Anziché agire cerco giustificazioni: forse era ubriaco; uno deve rispettare le decisioni altrui; magari è lì che pesca e non aveva alcuna intenzione di suicidarsi.

Non ce la faccio più. Scendo le scale di corsa. L’ascensore si è rotto di nuovo. Arrivo davanti al muraglione che sono ormai trascorsi quindici minuti da quando quell’uomo si è gettato in mare. Gli spruzzi delle mareggiate e l’aria sono gelide, per un istante rimango paralizzato. Là sotto non c’è nessuno. Un’onda enorme e infuriata mi arriva addosso, scivolo e per poco non cado di faccia in quell’abisso tempestoso. Poi continuo per un po’ a cercare qualche traccia nella penombra dell’alba. Non c’è nessuno. Torno indietro bagnato fradicio e starnutendo. Recupero una certa calma, o semplicemente sono meno ansioso di prima. E allora mi accorgo che alle finestre delle case c’è gente affacciata, con l’aria diffidente, che osserva la scena.

Monologo erotico.

images4.jpg Tira fuori l’animaletto che è in me. Fallo godere. E intanto, tu ti trasformi deliziosamente, selvaggiamente, nell’animaletto che è in te.

L’ora del tè.

images1.jpg Non trovo in cucina un vassoio adatto. Di conseguenza, trasferisco il tutto poco alla volta: teiera, tazze, zucchero, limone, biscotti, dolci, e li dispongo con cura sul cristallo spesso e pulito del tavolo nuovo, in terrazza. Un tavolo che hanno portato stamattina dal negozio, con quattro belle sedie. E’ bianco, di ferro, piazzato nella zona d’ombra del pomeriggio, alla brezza che a quest’ora spira dal mare.

Finalmente abbiamo in terrazza tutto l’occorrente per prendere il tè, cenare nelle nottate calde, scrivere al mattino, all’ombra.

Chiamo mia moglie, che sta sonnecchiando, e le dico: Dài, vieni qui, il tè è servito. Esce in terrazza, ancora mezzo addormentata, e sobbalza spaventata quando vede tutto questo: Oh, ma non hanno ancora portato il cristallo!

E prima che finisca la frase, tutto cade sul pavimento e si frantuma fragorosamente.

L’altro Julio.

images31.jpg Dopo qualche bicchiere al bar, con gli amici, Julio pensa che tarderà ancora un po’ e telefona a casa, ma non risponde la moglie, bensì lui stesso, con voce assonnata. Riattacca sconcertato.

Lui è a letto, che dorme di fianco alla moglie, e lui sta bevendo con gli amici al bar. Non può essere. E’ impossibile. Richiama e ancora una volta risponde se stesso.

<< Pronto >>.

<< E’ Julio? >>.

<< Sì. Mi dica >>.

<< Cosa ci fai lì? Julio sono io e lei sta nel mio letto >>.

Julio rimane paralizzato. Un uomo con la sua stessa voce gli telefona a casa e dice che non è lui ma un altro. La cosa peggiore non è il timbro e il tono di voce, ma il presentimento che sia tutto vero.

Atterriti riattaccano entrambi e restano lì senza sapere cosa fare. Julio nel bar e Julio nel suo letto. Poco dopo Julio si calma quanto basta a riprendere in mano il telefono e parlare con determinazione e senza tanti preamboli.

<< Che facciamo? >>.

<< Non lo so. Tu cosa proponi? >>.

<< Vengo lì. Scendi e ci vediamo all’angolo >>.

Quando Julio arriva davanti all’edificio, Julio è già lì che aspetta. Si scrutano attentamente. Nervosi. E’ terribile perché in effetti esiste un orignale e una copia. Occorre stabilire quale sia il falso. Aleggia un’aria di vita o morte. Tu o io. Ma Julio tenta di dissipare quel palpabile antagonismo e porge la mano, in un gesto di amicizia verso se stesso. Anche l’altro tende la mano, ma all’ultimo momento si bloccano per un’istintiva repulsione. Non riescono a toccarsi. Rimangono a fissarsi negli occhi in silenzio.

<< C’è soltanto una spiegazione possibile >>.

<< Sì. Lo so anch’io >>.

<< Sarà meglio allontanarci >>.

<< Che peccato. Avrei voluto sapere qualcosa in più di me. Parlare con te >>.

<< Anch’io. E se…? >>.

<< Meglio non rischare. Addio >>.

E ognuno se ne va per la sua strada. Uno verso il proprio letto. L’altro al bar. Quando Julio si corica accanto alla moglie rimpiange di non essere l’altro. Libero e scapolo. Senza legami nella vita. La felicità. Quando Julio entra nel bar, ordina da bere e pensa alla moglie, rimpiange la sua casa e tutto ciò che rappresenta, l’amore, i dispiaceri, la felicità, la tranquillità. Desidera rabbiosamente essere l’altro.

…racconti tratti da “Malinconia dei leoni”, edizioni e/o. Tutti i diritti sono stati elusi.

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