…diciassette: quandoGLIstruzziFANNO: BRFFFF! (chemeravigliachemeraviglia)

settembre 14, 2007

struzzo.jpg …della vita di ognuno di noi hanno fatto parte persone che non dimenticheremo mai. Incontri accaduti per caso ad una festa, in un bar, all’università. Conoscenze trasformate in amicizie. Ci parli, ti riconosci negli interessi, nei valori, nelle lamentele e inizi a frequentarle, quasi in modo disinteressato. Passa del tempo e ti rendi conto che si è diventati amici e si ha voglia di stare sempre di più insieme. Passa ancora del tempo, cambiano le situazioni e mutano gli interessi. La stessa persona rischi di incontrarla un giorno per strada e far finta di non riconoscerla.

…nella vita di ognuno di noi hanno fatto parte persone che non dimenticheremo mai. Incontri accaduti per caso ad una festa, in un bar, all’università. Conoscenze trasformate in amicizie. Amicizie che ti formano, ti trasformano, ti cambiano. E non sei più lo stesso. Passa del tempo e ci si rende conto che non si potrà fare più a meno di farne a meno. Passa ancora del tempo, cambiano le situazioni e mutano gli interessi. La stessa persona la incontri un giorno per strada e fai finta di non vederla. Ma è ormai parte di te. Lei è in te. Te la porterai sempre dietro tutta la vita. In alcuni atteggiamenti. In modi di pensare e affrontare il mondo. Persino, un giorno, guarderai gli occhi di tuo figlio che fa una smorfia. Gonfia le guance e soffia l’aria a più non posso, emettendo un suono buffo. Quel giorno dai meandri della tua memoria non potrà fare a meno di affiorare un’altro viso intento ad assumere un’espressione altrettanto buffa. Guarderai tuo figlio e riderai. Si, riderai di cuore. Tutti crederanno che ridi per la sua espressione. Invece è il ricordo che ti mette gioia. Il ricordo di un viso vissuto decenni addietro. Il viso a cui stai pensando è quello di Geart. Detto Gerardo. Per Orazio Gheadd.

…abitavo in via degli Ausoni ma frequentavo spesso via Domenico Cucchiari. CasalBertone. In un appartamento al terzo piano abitava Azzurra insieme a Geart, Arianna e Pierpaolo. Detto Pietropaolo. A parte Azzurra gli altri sono tutti di Montefiore: ridente paesino del marchigiano. Ci festeggiano un bellissimo carnevale all’insegna del vino e delle botte. Che si faceva in via DomenicoCucchiari? Naturalmente ci si sballava. Si rideva. Si rideva e si rideva. Vi dico la verità. Non ricordo nulla di quel periodo se non vaghe impressioni. Vi confesso che ho una gran difficoltà a raccontarlo.

Era notte, a Roma. La città intorno a CasalBertone sonnecchiava. C’era un film in tv. Era un horror. Io e Azzurra sul lettone. Di là in cucina si ride, si cucina e si fuma. Dai versi che si odono sembra di essere in un manicomio. O in un asilo. Ch’è lo stesso. Pietropaolo emette uno strillo. E uno struzzo risponde. Io e Azzurra ridiamo. Ci guardiamo. Ci baciamo.

E’ l’inizio di cinque anni insieme.

Quella notte ci appartiene. Fu nostra e di nessun altro.

La mattina fummo svegliati da qualcuno che grattava alla porta in modo insistente. Era sicuramente un animale strano, forse un uccello di grosse dimensioni. Ma molto arrabbiato. La porta si socchiude e spunta la testa di uno struzzo imitata da una mano. Nel “becco” tiene una canna. Il verso diventa minaccioso. Io e Azzurra sorridiamo. Sappiamo già quello che succederà tra qualche istante. La porta si spalanca e lo struzzo salta sul lettone. Tenta di attaccarmi il basso ventre, ma si blocca. Nota qualcosa di strano. Forse nel modo complice in cui sorridiamo. Forse nel vedermi addosso il pigiama di Azzurra. Capisce. Sorride. E’ imbarazzato. Ci passa la canna. Dice: “…bravi, bravi”. E’ contento. Corre a raccontarlo ad Ary.

E’ domenica. La prima domenica di una storia durata cinque anni. Di un’amicizia trasformatasi in qualcosa di grande. In un sogno? Si, in un sogno. Come un sogno ricordo, come un sogno mi manca. Mi mancano le serate passate al cinese. Eravamo in quattro: io&Azzu, Ary&Geart. A volte, spesso, Pietropaolo. Si fumava e si andava. Involtini primavera, pollo alle mandorle, ravioli al vapore. E poi due bottiglie di Galestro CapsulaViola. La birra cinese. Buona. E la grappa di rose. Praticamente si andava al cinese per ubriacarsi. Uscivamo persi e pisti salivamo sui motorini diretti a casa a fumarci un cannone. Lo BRFFFF!, lo chiama Geart. Capitava spesso che non paghi di quanto bevuto acquistavamo una bottiglia di grappa da portarci a casa. Gerardo suonava la chitarra. Era capace di suonare qualsiasi cosa. Basta che fosse di compagnia. Noi lo seguivamo cantando. E fumando.

Se non si andava a mangiare al cinese il classico della domenica era la pizza. Ce la facevamo portare a casa e ricordo il boato di entusiasmo che avveniva quando arrivava. Il suono del citofono scatenava riflessi pavloviani di pazzia. Urla e versi animaleschi. E ridevamo, ridevamo.

Era l’epoca del Black-out e dei centri sociali. Enzimi, feste, manifestazioni musicali e artistiche. Ogni occasione era buona per uscire. E fumare. Non mi sono mai divertito tanto nella mia vita come in questo periodo. Mi sentivo completo. Non mi mancava niente. L’università andava da favola. Ero uno dei migliori del corso. M’ero iscritto alla specialistica, avevo trovato un bellissimo argomento di tesi. Ero circondato dagli amici e passavo giorni&notti spensierate. Avevo trovato finalmente una ragazza capace di farmi divertire, star bene. I suoi amici erano i miei migliori amici. Il mondo mi sorrideva e io mi prendevo gioco di lui. Ascoltavamo Carmen, NickCave, JeffBukley. Jeff c’ha fatto incontrare. Regalai il doppioCd ad Azzurra quando eravamo amici. Già iniziavo a guardarla con occhi diversi. A lei piacevano i tipi fighi. Che ne so? Uno alla CurtCobain o BradPitt. Ma più che fighi fisicamente dovevano essere fighi dentro. Dovevano essere trend. Pantalone largo, magliettina underground, scarpe americane e un po’ artisti. Io portavo il codino, il pizzetto, i jeans stretti e le camicette del mercato. Scarpina da tennis. Lo ammetto. Forse ero un po’ viscido. Non credo che fossi il suo tipo. Ma Azzurra mi piaceva. Avrei fatto di tutto pur di conquistare il suo sguardo. E il suo sorriso. Fu così che cambiai totalmente il mio stile. E il mio essere.

Non ricordo quasi nulla. Ma ricordo che mi manca. Mi manca la baguette dell’Auchan e la spesa fatta sotto effetto stono. Mi manca il panino dello zozzone comprato alle tre di notte, le lunghe disquisizioni etologiche di Gerardo e il suo modo di osservare il mondo. Come quando meditava a lungo su oggetti quotidiani, oggetti che la maggiorparte delle persone non si soffermerebbero mai a guardare. Lui se li rigirava e ci pensava su. Affascinato dalla perfezione di una vite o della genialità di chi ha inventato il tappo di alluminio. “Pensa quanti soldi s’è fatto”. Diceva. Mi manca Gerardo. Mi manca Ary e il suo modo goffo di ballare imitando i ballerini di MariaDeFilippi. La sua dolcezza. L’accento marchigiano di Pietropaolo e il suo modo fancazzista di prendere la vita. Mi manca la gelateria sotto casa. Compravamo un chilo di gelato e lo divoravamo in preda alla fame tossica. Mi manca AndreaIlCammello e la sua maglietta zozza. Mi manca il Deiana.

Lo so che non tutti mi state seguendo. Ma questo era un post un po’ intimo. Vedrò di spiegarmi meglio. Il Deiana per esempio.

Il Deiana è un’entità mitologica. Quando frequentavo CasalBertone lo sentivo spesso nominare. Il Deiana, la Iena lo chiamava Gerardo. Era un personaggio, futuro architetto, che si occupava di traffici illeciti in quel di S.Lorenzo, in un appartamento che sembra non subisse mai l’azione del mocio e che successivamente diventerà cruciale per gli eventi che descriveremo. Era dalla iena che Gerardo si riforniva dello brffff! Ho avuto modo di vederlo una volta sola a casa sua. Piccolo, sardo, con il pizzetto. Se non l’avessi conosciuto sarebbe rimasto per me un’entità fumosa al pari degli UFO o degli angeli. Un satiro oggetto di storie fantastiche. E invece esisteva. Abitava con personaggi altrettanto mitici: GiuseppeILmusicista e Nino. Il primo, ex di Azzurra era un artista a tutto tondo. Il secondo, compagno di Elisa: una ragazza che ha inciso sulla mia vita più di quanto lei sappia. Nino? Un matto da legare.

La mia vita ora si divideva tra casa Ausonica, CasalBertone e il laboratorio di neurofisiologia della Sapienza. Dove avevo iniziato a lavorare per la tesi. L’argomento? Basi fisiologiche della programmazione al movimento oculare…

[ … ]

Mio nonno mi raccontava quando si svegliava al canto del gallo. Io, forse, racconterò al mio nipotino quando a svegliarmi era uno struzzo di nome Geart.

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