…diciotto: PrincipiDiNeuroscienze.

settembre 25, 2007

…l’annuncio diceva:

Cercasi studenti di psicologia per una tesi presso il dipartimento di NeurofisiologiaUmana de LaSapienza, Roma.

C’era un numero di telefono. Non mi pareva vero. L’università è un luogo dove ci si lamenta molto. I proff che sono stronzi. L’argomento dell’esame che non era nel programma. La domandina a trabocchetto. Le date non rispettate. I cessi sporchi. Il sovraffollamento… e la tesi che non si trova. Io seguivo le lezioni ai primi posti e approfondivo gli argomenti anche su libri fuori dal programma. Domande stronze non ne ho mai incontrate e le date che slittavano erano un’occasione in più per ripassare. Con molti proff avevo un ottimo rapporto. Soprattutto quelli del mio corso. Arrivato al terzo anno avrei dovuto scegliere quale tipo di percorso seguire successivamente: la mia futura professione.

Non avevo dubbi. Le materie che più mi appassionavano erano quelle scientifiche. Quando ero piccolo giocavo al piccolo chimico sperimentando intrugli schifosi. Il primo esame universitario sostenuto è stato Biologia. Si era concluso con un trentaElode e l’entusiasmo dei colleghi che scaricarono con un applauso la tensione di affrontare un esame che chi si iscrive a psicologia non s’aspetta. Che c’azzecchano cellule e cascate enzimatiche con la psicologia? …si ode tra i corridoi che fremono di matricole. Io sono invece figlio televisivo di PieroAngela e quell’esame m’è piaciuto.

La struttura del cervello mi appassiona. Le sue funzioni mi affascinano. Sarei diventato un neuroscienziato e magari avrei preso anche il Nobel. Studiavo sul testo di un Nobel, PrincipiDiNeuroscienze di Kandel. O come lo chiamerebbe Gerardo: Enrico Candela. Scelsi quindi l’indirizzo sperimentale, quello che ti trasforma in un topo da laboratorio. Un ricercatore. In tutta la facoltà eravamo si&no una cinquantina che frequentavamo, spalmati in tre anni di corso. Ci sentivamo un gruppo di eletti. L’aula dove tenevamo lezione era la numero dieci. Era scritto a caratteri romani e a noi piaceva chiamarla l’aula X. Era l’unica che aveva i computers, Macintosh collegati in rete, quando ancora la rete era frequentata da pochi. Fu lì che mi feci la mia prima e-mail. Su Yahoo!. Si studiavano materie come PsicologiaAnimaleEcomparata, TecnicheSperimentaliDiRicerca, Statistica, Memoria, IntelligenzaArtificiale, PsicologiaDelsonno… un universo che mi affascinava insegnato da luminari del campo.

Ognuno di noi aveva il suo posto e i proff ci conoscevano unoAduno. Se seguivi, l’esame era una formalità. Ma ci arrivavi comunque molto preparato.

Qui conobbi Mariangela di Pontecagnano. Eravamo presi dallo stesso entusiasmo scientifico e ci feci presto amicizia. Studiavamo spesso insieme. Lei sognava di andarsene in una foresta africana a contatto con qualche specie di primate. Ha la passione per gli scimpanzé. E’ affascinata dalla figura di JaneGodall. E quando parlava di Etologia le si illuminavano gli occhi. Eravamo diventati talmente amici che i pochi tabù sessuali rimasti li avevamo messi da parte e ci trattavamo come fossimo fratello e sorella. Fu in sua compagnia che un giorno, incollato alla porta dell’aula X trovammo quell’annuncio. Decidemmo di chiamare e fissare un appuntamento.

“Venite quando volete”, disse una voce maschile dall’altra parte del filo. O forse mi sbaglio: mandammo una mail. “venite quando volete” scrissero, dall’altra parte del filo.

Il dipartimento di NeurofisiologiaUmanaEcomparata è un palazzone all’interno della città universitaria. Al primo piano ci stanno i laboratori di ricerca. Io e Mariangela eravamo emozionati come un ragazzino che compra per la prima volta una bustina di figurine senza la presenza del padre. Dietro l’enorme porta a vetri opaca si muovevano delle ombre. A fianco un telefono con su stampati i numeri delle stanze dei professori.

Entrammo nella stanza del proff che ci accolse in modo freddo e aggressivo. Era scocciato che l’avessimo disturbato fuori orario di ricevimento e ci rimproverò per non averlo rispettato. C’aveva scambiato per due suoi studenti che si dovevano laureare e quando puntualizzammo che venivamo da psicologia per richiedere la tesi i toni si ammorbidirono e divenne cordiale. Ci spiegò che in quelle stanze si svolgeva ricerca di base su alcune funzioni cerebrali che riguardavano la programmazione al movimento, erano laboratori all’avanguardia dotati di strumenti sofisticati di indagine sperimentale. Fremevo dall’idea di indossare il camice bianco. Ci chiese se avevamo difficoltà a lavorare con animali. A me luccicarono gli occhi. Mariangela preoccupata chiese che tipo di animali. Rhesus, rispose. Primati. Mariangela sbiancò.

Ora, dovete sapere che questo tipo di scimmia è da sempre il più usato in ambiente scientifico. Per una serie di fattori che non sto qui ad elencare. Ricerche sul fattore Rh, che permisero le trasfusioni sanguigne e la prevenzione di malattie emolitiche su neonati. I discutibili ma importantissimi esperimenti di Harlow sulla deprivazione materna furono compiuti su macachi di questa specie. Fino alle missioni spaziali Nasa. Là dove Mariangela immaginava poveri animali costretti in gabbie, io vedevo cervelli.

Certo per molti non è intuitivo. Uno psicologo che studia le scimmie? E a che serve? A fare lo psicologo delle scimmie?

Grazie per la domanda.

Il cervello è l’organo che ci consente di pensare, agire nell’ambiente circostante assorbendone gli input, analizzarli e comportarsi di conseguenza. Tutte le specie animali di una certa consistenza, quelli formati da più cellule, sono capaci di interagire con l’esterno attraverso degli organi sensoriali e rispondere agli stimoli. Questo attraverso il sistema nervoso che per alcune specie è molto semplice, formato da qualche centinaio di cellule, per altre tipo la nostra, estremamente complesso e sofisticato. Il risultato è che le prime hanno un corredo di comportamenti molto limitato. Per esempio una lumaca se viene molestata può al massimo ritirarsi nel suo guscio. Un passero può fuggire. Un cane può anche mordere. Un essere umano, oltre a tutte queste cose può mandarti a cagare in un numero potenzialmente infinito di modi. Ghandi farebbe opposizione passiva. Tyson ti gonfierebbe. Bush manderebbe i figli delle periferie americane. Sgarbi ti riempirebbe di parolacce. Papa Innocenzo IV ti brucerebbe vivo o ti farebbe calare con l’ano su un palo appuntito, Pinochet collegherebbe i tuoi testicoli a degli elettrodi e DiCanio alzerebbe il braccio (su quest’ultimo esempio mantengo seri dubbi che sia coinvolto il cervello).

Queste differenze non dipendono dalla massa corporea o dalla forza dell’animale. Un leone per esempio si comporterebbe come un cane. Dipendono dalla massa del cervello. Dal numero di cellule coinvolte ma soprattutto dalle connessioni stabilite tra queste cellule. Dalle comunicazioni. Quindi studiare un cervello di un animale di una specie diversa vuol dire studiare un cervello più semplice, meno complesso. Vuol dire capire le parole, il linguaggio attraverso il quale i neuroni comunicano. Noi siamo una specie animale tra tante. Capire le altre specie permette di capire noi stessi. Questa è la ricerca di base. La ricerca atta alla conoscenza, senza alcun apparente risvolto pratico. Einstein era solito sostenere che la scienza morirà nel momento in cui diventerà schiava delle applicazioni pratiche. Il contrario di ciò che sosteneva Hitler: che essa doveva servire la politica dei popoli emergenti. Curioso come fu un genio ebreo a dargli torto.

I maggiori progressi che le neuroscienze hanno avuto son dovuti a studi su animali. I cani di Pavlov, i gatti di Skinner, i topi di Thordike e le scimmie di Kohler, Enrico Candela e le sue lumache o Albert, il bimbo su cui Watson applicò le sue teorie. Il sogno di ogni neuroscienziato è quello di avere a disposizione un cervello umano. Durante la seconda guerra mondiale gli scienziati nazisti compirono una serie di esperimenti su cavie umane. Fortunatamente il fattore etico ci impedisce di poter pensare oggi un tale tipo di approccio. Ma vi confesso che è affascinante. Oltre che aberrante. Per questo quando ho sentito pronunciare la parola scimmia dal proff mi son visto già tra gli applausi di Stoccolma. Insomma se Kandell aveva preso un Nobel studiando una lumaca io con una scimmia avrei dovuto vincerne almeno tre. E poi ero felice che non avrei avuto a che fare con topi di mezzo chilo.

Il professore ci accompagnò a visitare i laboratori. Mariangela non se la sentì. Io invece fremevo come un bimbo al lunapark. Mi sembrò di entrare in una cabina di un aereo. Led luminosi, schermi, oscilloscopi, centinia di bottoni e odore di alcool e strumenti chirurgici. Poi la visita allo stabulario. Le gabbie. Conobbi Baby. La scimmia con la quale avrei lavorato per i successivi anni. Rimasi colpito dal suo sguardo. Mi osservava con gli occhi di un bimbo di tre anni.

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2 Risposte to “…diciotto: PrincipiDiNeuroscienze.”

  1. io Says:

    secondo me per 2 anni tu non hai fatto altro che mangiare il tuo cervello anziché studiare quello delle scimmie!abbi più rispetto del lavoro altrui!

  2. marta Says:

    secondo me tu per qualche minuto non hai fatto altro che sputare parole (vuote) anzichè scrivere qualcosa!abbi piu’ rispetto dei racconti altrui!


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