…omaggio a Szymborska.

ottobre 1, 2007

big-162.jpg Gente sul ponte.

Strano pianeta e strana la gente che lo abita.

Sottostanno al tempo, ma non vogliono accettarlo.

Hanno modi per esprimere la loro protesta.

Fanno quadretti, ad esempio questo:

A un primo sguardo nulla di particolare.

Si vede uno specchio d’acqua.

Si vede una delle sue sponde.

Si vede una barchetta che s’affatica.

Si vede un ponte sull’acqua e gente sul ponte.

La gente affretta visibilmente il passo.

perché da una nuvola scura la pioggia

ha appena cominciato a scrosciare.

Il fatto è che poi non accade nulla.

La nuvola non muta colore né forma.

La pioggia né aumenta né smette.

La barchetta naviga immobile.

La gente sul ponte corre proprio

là dov’era un attimo prima.

E’ difficile esimersi qui da un commento.

Il quadretto non è affatto innocente.

Qui il tempo è stato fermato.

Non si è più tenuto conto delle sue leggi.

Lo si è privato dell’influsso sul corso degli eventi.

Lo si è ignorato e offeso.

A causa d’un ribelle,

un tale Hiroshige Utagawa

(un essere che del resto

da un pezzo, e come è giusto, è scomparso),

il tempo è inciampato e caduto.

Forse non è che una burla innocua,

uno scherzo della portata di solo qualche galassia,

tuttavia a ogni buon conto

aggiungiamo quanto segue:

Qui è bon ton

apprezzare molto questo quadretto,

ammirarlo e commuoversene da generazioni.

Per alcuni non basta neanche questo.

Sentono perfino il fruscio della pioggia,

sentono il freddo delle gocce sul collo e sul dorso,

guardano il ponte e la gente

come se là vedessero se stessi,

in quella stessa corsa che non finisce mai

per una strada senza fine, sempre da percorrere,

e credono nella loro arroganza

che sia davvero così.

.

Scrivere un curriculum.

Che cosa è necessario?

E’ necessario scrivere una domanda,

e alla domanda allegare un curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto

è bene che il curriculum sia breve.

E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.

Cambiare paesaggi in indirizzi

e malcerti ricordi in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,

e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.

I viaggi solo se all’estero.

L’appartenenza a un che, ma senza perché.

Onorificenze senza motivazioni.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso

e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,

cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore

e il titolo che il contenuto.

Meglio il numero di scarpa, che non dove va

colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.

E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.

Cosa si sente?

Il fragore delle macchine che tritano la carta.

.

La prima fotografia di Hitler.

E chi è questo pupo in vestina?

Ma è Adolfino, il figlio dei signori Hitler!

Diventerà forse un dottore in legge

o un tenore dell’Opera di Vienna?

Di chi è questa manina, di chi, e gli occhietti,

il nasino?

Di chi il pancino pieno di latte, ancora non si sa:

d’un tipografo, d’un mercante, d’un prete?

Dove andranno queste buffe gambette, dove?

Al giardinetto, a scuola, in ufficio, alle nozze,

magari con la figlia del borgomastro?

Bebè, angioletto, tesoruccio, piccolo raggio,

quando veniva al mondo, un anno fa,

non mancavano segni nel cielo e sulla terra:

un sole primaverile, gerani alle finestre,

musica d’organetto nel cortile,

un fausto presagio nella carta velina rosa,

prima del parto un sogno profetico della madre:

se sogni un colombo – è una lieta novella,

se lo acchiappi – arriverà chi hai lungamente atteso.

Toc, toc, chi è, è il cuoricino di Adolfino.

Ciucciotto, pannolino, bavaglino, sonaglio,

il bambino, lodando Iddio e toccando ferro, è sano,

somiglia ai genitori, al gattino nel cesto,

ai bambini di tutti gli altri album di famiglia.

Be’, adesso non piangeremo mica,

il fotografo farà clic sotto la tela nera.

Atelier Klinger, Grabenntrasse, Braunau,

e Braunau è una cittadina piccola, ma dignitosa,

ditte solide, vicini dabbene,

profumo di torta e sapone da bucato.

Non si sentono cani ululare né passi del destino.

L’insegnante di storia allenta il colletto

e sbadiglia sui quaderni.

.

Lode della cattiva considerazione di sé.

La poiana non ha nulla da rimproverarsi.

Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.

I piranha non dubitano della bontà

delle proprie azioni.

Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.

Uno sciacallo autocritico non esiste.

La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano

vivono come vivono e ne sono contenti.

Il cuore dell’orca pesa cento chili

ma sotto un’altro aspetto è leggero.

Non c’è nulla di più animale

della coscienza pulita

sul terzo pianeta del Sole.

.

Vista con granello di sabbia.

Lo chiamano granello di sabbia.

Ma lui non chiama se stesso né granello né sabbia.

Fa a meno di un nome,

generale o individuale,

permanente, effimero,

scorretto o appropriato.

Del nostro sguardo e tocco non gli importa.

Non si sente guardato e toccato.

E che sia caduto sul davanzale

è solo un’avventura nostra, non sua.

Per lui è come cadere su una cosa qualunque,

senza certezza di essere già caduto

o di cadere ancora.

Dalla finestra c’è una bella vista sul lago,

ma quella vista, lei, non si vede.

Senza colore e senza forma,

senza voce, senza odore e senza dolore

è il suo stare in questo mondo.

Senza fondo è lo stare del fondo del lago,

e senza sponde quello delle sponde.

Né bagnato né asciutto quello della sua acqua.

Né al singolare né al plurale quello delle onde,

che mormorano sorde al proprio mormorio

intorno a pietre non piccole, non grandi.

E tutto ciò sotto un cielo per natura senza cielo,

ove il sole tramonta senza tramontare affatto

e si nasconde senza nascondersi dietro

una nuvola ignara.

Il vento lo scompiglia senza altri motivi

se non quello di soffiare.

Passa un secondo.

Un altro secondo.

Un terzo secondo.

Tre secondi, però, solo nostri.

Il tempo è passato come un messo con una notizia urgente.

Ma è soltanto un paragone nostro.

Inventato il personaggio, fittizia la fretta,

e la notizia non umana.

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