…la mattina di un passato ipotetico. Risposta a Nino.

gennaio 29, 2008

magritte_les-amants.jpg …mi sarei laureato. Se. Se non avessi iniziato a lavorare in quel pub. Se Aldo non si fosse sparato un’overdose di ero. Se mio zio non si fosse lanciato dal terzo piano di un appartamento di Acilia. Se mio nonno non fosse morto così presto, se mia nonna non avesse maledetto Dio, se mia cugina fosse venuta al loro funerale. Se non avessi conosciuto Marta. Mi sarei sposato con Azzu.

La mattina di un passato ipotetico mi sarei alzato come tante mattine. Lavato, vestito come tante mattine. Solo più nervoso. Solo più ambizioso. LapTop in borsa mi sarei diretto verso la facoltà di Psicologia. Quel giorno avrei discusso la tesi per la quale avevo passato gli ultimi tre anni in un laboratorio di Neurofisiologia umana, circondato da alcool, formalina, scimmiette, elettrodi e camici bianchi. Sarebbe stato un giorno importante. Avrei parlato per un ora poco più, per mezzo di slide che avrebbero aiutato i prof che mi esaminavano a capire le mie parole. Alcuni di loro non avrebbero compreso comunque ma sarebbero stati quelli che più si sarebbero complimentati per “l’ottimo lavoro svolto”, avrebbero affermato. Avrei ricevuto i complimenti della commissione per un lavoro “già in fase di pubblicazione”, avrei dichiarato con un piglio d’orgoglio. Avrei, avrei, avrei.

Saremmo. Saremmo andati tutti a festeggiare. Mio padre, mia madre orgogliosi in prima fila nell’aula piena di amici, Pasquale, John, Marì. Elisa mi avrebbe regalato una bella lampada costruita con le sue mani con una bottiglia e dello spago. E poi il Prof, Scurpiddu forse non ci sarebbe stato, Ary&Geart…Nino! Orazio. Mia cugina Laura con i suoi bei, lisci polpacci. Bruno il falegname. Poi tutti al Marani a ordinare due bocce di spumante.

La mattina di un passato ipotetico avrei vinto la borsa di dottorato, poco più di ottocento euri al mese per dieci ore da passare ogni giorno come topo di laboratorio. Post-dottorato all’estero e professore ordinario presso LaSapienza, Roma. Azzurra intanto avrebbe lavorato come psicologa presso un’Ente qualsiasi. Avrebbe comprato casa arredata in stile etnico a TorPignattara, zona di freakkettoni e punkabestia artistici. Avrei vissuto tra studentesse universitarie col culo di fuori, convinto che il mio camice bianco mi rendesse terribilmente sexy. Avrei partecipato ad aperitivi trendy in locali cool circondato dagli amici di sempre. Tra un concerto al Forte e un balletto all’Opera avrei avuto modo di sfornare il primo bimbo dopo un matrimonio onorato presso una chiesa romana, alle undici e venti, per venire incontro alle esigenze di amici e parenti che venivano dalla Calabria e dalla Puglia. Mimmo avrebbe conosciuto Lelè, i rispettivi padri ci avrebbero consegnato a vicenda. Avrei passato alcune estati a Monopoli a mangiare panzerotti e ricci, altre a Catanzaro a gustare ‘a sazizza, poi in giro per il mondo. I miei bimbi avrebbero vestito SubDued-kids, io MeltinPolt. Ogni tanto sarei andato al BigMama ad ascoltare RobertoCiotti o ToloMarton, tornato a casa ci saremmo fumati con Azzu la cannetta della buona notte continuando a discutere del soundblues che aveva avvolto la nostra serata. Ci saremmo addormentati col sorriso. Sarei stato felice.

Qualche anno dopo l’insoddisfazione che covo da sempre nel mio animo sarebbe cresciuta al ritmo progressive del djTime di Minchia’nbare, avrei cominciato a guardarmi intorno sarei incappato in qualche libro che m’avrebbe fatto pensare. Avrei cercato tra gli sguardi della gente, nelle occhiate complici di ragazze sconosciute, mondi alternativi, realtà ipotetiche, porte da aprire troppo lontane per le mie braccia corte. La notte mi sarei masturbato guardando trasmissioni hot, avrei indirizzato sguardi ambigui verso studentesse compiacenti al di là della cattedra. Stimato tra i colleghi, onorato di parlare ad una platea di studiosi internazionale degli ultimi risultati conseguiti presso il dipartimento riguardo alcune cellule che controllano la programmazione motoria al movimento oculare di scimmie, avrei portato mio figlio a vedere le scimmiette rinchiuse negli stabulari caldi e puzzolenti. E sarei stato felice. Ma insoddisfatto.

Starei viaggiando in carreggiata. Ora. Su un’autostrada, al di sotto del limite di velocità. La stradale m’avrebbe fermato e mi avrebbe riconsegnato i documenti con tante scuse e una buona giornata. Ogni tanto mi sarei fermato negli autogrill della vita a fare rifornimento e a tirarmi una sega nei cessi sognando di trovarvi una zoccola pronta a farmi un pompino. Ma mai sarebbe successo, neanche nelle mie fantasie avrei voluto confessarlo. Intanto Azzurra sarebbe stata al mio fianco, i bambini dietro. Sicuramente insoddisfatta, ma felice.

.

Avevo due amici che parlavano appena
e per troppo rispetto si amavano di schiena
ognuno pensava che l’altro ridesse
e invece piangevano che pareva piovesse.
C’è gente che si ama divisa da un muro
e da dietro la porta per stare al sicuro
ma se la porta si apre,
è successo anche a me,
puoi scoprire che l’altro non c’è….
.
Grazie Nino.
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4 Risposte to “…la mattina di un passato ipotetico. Risposta a Nino.”

  1. C'è Francescoooooooooooo? Says:

    E’ sottile la linea tra felicità e insoddisfazione…
    Mi fa pensare molto, credo che spesso non ci si renda conto di essere insoddisfatti perchè si è felici di avere accanto quella persona, perchè la si Ama con tutta l’anima e non si desidera altro che star bene con lei.
    E’strano leggere della tua laurea, famiglia e futuro ipotetico, mi hai risvegliato in mente pensieri intrecciati ad immagini, suoni, eventi del mio passato, certezze che si sono sfaldate in un attimo.

    Avevo un’amica, la Migliore Amica, l’Amica per sempre, quella “per tutta la vita”, quella che sai che non mancherà mai al tuo compleanno, che ti farà da testimone al matrimonio, che sarà chiamata zia dai tuoi figli…
    E’ bastata una lite stupida tra lei ed un’altra persona a far crollare un universo di certezze, a smascherare tanti scheletri nell’armadio suo, mio e di altra gente che ci si è trovata dentro.
    E’ stato terribile, una delle sofferenze più grandi della mia vita. Ora so che non sarà mai invitata la mio matrimonio, nè io al suo, che rivederci sarebbe solo un incontro tra due persone che si vogliono un bene dell’anima, ma che non hanno più niente da dirsi e da darsi…
    Quando penso ai ricordi insieme a lei comunque sorrido, le immagini sono piacevoli ma è un passato così passato che mi fa sentire vecchia.

    Oggi leggendoti ho pensato che siamo grandi, se già possiamo dire..”avrei, mi sarei, se fosse/non fosse successo…” in realtà non siamo vecchi, siamo molto vivi e pieni di ricchezza ed esperienza, ognuno la sua! Pirlet ci racconta la sua vita, ma voi lettori dove siete finiti?
    Scrivete un po’ anche di voi o rischieremo di abituarci al suo stile ed alle sue giornate storte in cui ci manda tutti a fanculo! E se ci abituassimo il blog diventerebbe davvero una noia!
    baci a tutti.
    laurigna

  2. Daniela Says:

    sempre piu’ spesso mi fermo a pensare, convincendomene, che la vita non è cio’ che ci accade ma è cio’ che facciamo con quello che ci accade!

  3. liberto Says:

    …ciò che facciamo con quello che ci accade, è il risultato di quello che ci è accaduto in passato. Ciò che facciamo è sempre in relazione con quello che ci accade: se ci accadesse Altro faremmo Altro. Per quanto possiamo pensarci dotati di libero arbitrio non dovremmo mai dimenticare che tale libertà la possiamo esercitare solamente entro i limiti della nostra esperienza. Entro i gradi di libertà imposti dalla nostra prospettiva. All’interno di un esperimento del quale noi rappresentiamo solo una variabile dipendente. Nel romanzo della vita, del quale siamo co-autori, insieme a tutti gli altri personaggi.

  4. Gitti Says:

    di schiena si vive una vita
    a non segnalare coi fuochi d’artificio
    quando se ne dovrebbero sparare a raffica
    invece di pensare alla via migliore per non farsi sentire
    coi pugni chiusi


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