…aspettando l’alba del giorno passato.

ottobre 18, 2008

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…il giorno finiva al suono della sirena della nettezza urbana.

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Dal quarto piano dell’appartamento, in una delle due stanze che affacciano sulla tangenziale il mio orecchio era ormai capace di distinguere le fasi di aggancio-svuotamento e sgancio del cassonetto. Nel caso della differenziata del vetro il frastuono di cristalli rotti tagliava l’alba di S.Lorenzo, svegliandola dal torpore notturno.

Casa Ausonica dorme.

Appoggio i pensieri su un cavalletto. Click.

Il sole sorge sulla tangenziale Est spuntando da dietro le montagne dell’appennino che lontane si stagliano come ad incorniciare la mia foto. Le cornici non mi piacciono. Riduco l’apertura del diaframma ad una capocchia di spillo: all’interno del mio obbiettivo cala di nuovo la notte. Il serpentone entra nel quartiere attraverso Porta Maggiore, si insinua nel canyon dei palazzi come un fiume in piena .  Il mostro si impegna in una curva che costeggia l’immenso cimitero del Verano, quasi a volerlo sfidare. L’uomo chiuso nella lamiera della sua auto è costretto a frenare e a meditare che ovunque si stia dirigendo, comunque un giorno la lamiera si traformerà in legno.

Aumento il tempo di esposizione e nella foto dominano ancora le luci della notte. Catturo trenta secondi di una periferia romana, diventata ormai centro. Delle anime degli automobilisti non rimane che la scìa luminosa.

Quindici metri più giù, nel sottopassaggio stradale – prima che qualcuno non sterilizzasse tutto con benzina e fiammiferi –  si potevano intravedere i corpi dei barboni che dormivano all’addiaccio. Completamente sbronzi.

Sopra di essi, il fruscìo costante della strada e il tram stracarico di lavoratori delle ore piccole segnava quello che per gli Altri rappresentava l’inizio del nuovo giorno. Di piaceri e fatiche. Felicità e tormento. Apatia.

Per me nè l’una, nè l’altra cosa. Per me l’alba significava la fine del giorno appena trascorso.

La mia mente contorta dai fumi dell’hashish, assente stanca osservava le luci dei neon spegnersi. Gli odori aspri della notte si confondono con quello del panificio che sforna cornetti caldi. Mi sentivo parte di un mondo tanto immenso quanto estraneo.

A volte si faceva l’alba giocando al computer. Al sound di Pasquale, John “accordava il basso”, Turi rullava, il Pirletto suonava la tromba e Don accarezzava “carciofi”. Don non abitava con noi. Mi manca Don. Alle prime luci dell’alba si accollava il ritorno a casa. Abitava a Ottaviano. Cercavo di immaginarmelo mentre al suono dei suoi passi barcollava nell’alba della Capitale. Ci metteva un’ora a tornare a casa. Poteva fermarsi a dormire da noi. Ma non succedeva mai. Preferiva intraprendere il ritorno. A piedi fino alla stazione Termini. E la metro A già carica di gente e di odori. L’ho invidiato spesso, Don.

A volte si faceva l’alba bevendo Pampero e assenzio nell’atmosfera verde dell’Halloween. Le locandine dei film horror aiutavano le cameriere a distinguere i tavoli durante le ordinazioni. I panini che preparavo portavano il nome di personaggi demoniaci. La storia con Azzurra s’era consumata prima ancora di spegnersi e l’esile fiammella che vacillava era costantemente minacciata dal senso di sdoppiamento nel quale mi trovavo. La vita mi stava scomoda come un’armatura. Nuotavo nell’oceano della mia esistenza rischiando di affogare con tutta quella zavorra che indossavo. Guardavo MeStesso nel suo esserMi estraneo. E lo giudicavo.

Giudicare, lo si fa spesso. Ognuno ha un’opinione su qualsiasi cosa. E la cosa più esilarante è la seria convinzione da parte di ognuno che essa coincida con la Verità. Il che è tautologico dato che il dar ragione a un Terzo coinciderebbe con il pensarla come lui. Il che implica il cambiare idea. Abbandonare l’errore per la finalmente raggiunta Verità. Punto e accapo.

Giudicare, piace. E’ il modo più semplice di spiegarCi il mondo. RenderCelo più comprensibile. Meno spaventoso. E’ uno degli infiniti modi di essere nel mondo. E’ la modalità rappresentativa della televisione. Attraverso il giudizio si tenta una descrizione del reale mediata dall’atto visivo. Ma una descrizione visiva della realtà deve necessariamente essere un giudizio. Che nel caso televisivo si manifesta come stereotipo. DuePunti. E a capo.

Giudicare se stessi. Non piace. Non molti lo fanno: sarebbe l’unico modo di esser sicuri di descrivere qualcosa dicendo – questa volta veramente – la Verità. E la Verità su se stessi, da parte di SeStessi è un giudizio che entra come una lama scaldata con l’accendino su un tocco d’hashish. Frigge. Ma tanto poi sballa. E allora Peace&Love. Preferiamo raccontarCi bugie. Aiuta a vivere meglio.

Ma per me risultava un tormento. Tutto ciò che mi circondava m’era estraneo. Ed ero più che mai estraneo a me stesso. Il mondo era fatto di gabbie. Tante gabbie rinchiuse le une nelle altre come una matrioska. Incatenati all’interno di una caverna,  seduti colle spalle alla luce e costretti a guardare le ombre proiettate sul muro.

Da qui a poco, Sisifo avrebbe guardato con indifferenza il masso.

A volte si faceva l’alba in due, nel parcheggio sotto la tangenziale. Lei serviva ai tavoli i miei panini.  Lavoravamo insieme, ma non ci bastava. Parlavamo per ore. E guardarla negli occhi voleva dire specchiarsi. E sognare. Progettare una vita speciale. Anormale. Sincera.

Fu la mia Maddalena. Mi mostrò l’altra faccia di me. Quella vera. Quella che da sempre era stata. Mi mostrò che le gabbie sono fatte per le bestie e i delinquenti. E noi?  nè le une nè gli altri, mi dicevi.

Potevamo appellarci. Ci voltammo. E la luce fece male.

A sognare di notte, si fa presto. Basta chiudere gli occhi e il tuo corpo, ormai sazio del giorno passato, si abbandona al cervello, che non più limitato infiacchito da esso, oltrepassa le sbarre. Ed inizia a sognare.

A sognare di notte, si fa presto. E’ sognare di giorno che è difficile. Colla luce che sbatte sugli occhi.  Colle palpebre aperte è più facile, lamentarsi. Giudicare. Lamentarsi.

Lamentarsi, si fa presto. E’ iniziare a sognare, che è difficile.

[…]

Una volta feci l’alba, con la morte negli occhi. Un teenager cinese cercò di abbordarmi. E un amico fotteva la sua ultima preda. E il mio tedio cresceva.

E allora noi vili

che amavamo la terra

bisbigiante, le case

i sentieri sul fiume,

le luci rosse e sporche

di quei luoghi, il dolore

addolcito e taciuto –

noi tendemmo le mani

alla viva catena

e tacemmo, ma il cuore

ci sussultò di sangue,

e non fu più dolcezza,

non fu più abbandonarsi

al sentiero sul fiume –

– non più servi, sapemmo

di essere soli e vivi.

…a C. P.

…continua .

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2 Risposte to “…aspettando l’alba del giorno passato.”

  1. eclipsedwolf Says:

    appena ho un po di tempo leggo qualcosa, certo che potevi scrivere qualcosa in più oltre che il tuo link, ma vabe non si può avere tutto dalla vita.ciao

  2. Gitti Says:

    a sognare si farà pure presto, ma rallenta i passi e il tonfo dei bicchieri in gola. a sognare si farà pure presto, che roma quando dorme fa finta di sognare. ma viene tardi quel sogno pensato e lo sputi la mattina col difetto del silenzio.


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