… ventuno: rosae rosarum rosis. Rosae rosae rosis.

aprile 7, 2009

roses … nonna Rosa,

coltivava le rose. Gialle bianche rosa. Ma le più belle eran le rosse. Sanguigne e impertinenti. Sfoggiavano la raffinatezza delle popolane di inizio secolo, ciociare – a raccogliere il riso. Nell’orto fatto del verde degli odori di salvia e rosmarino i cornioli di peperoncino punteggiavano acuti, ebbri del sole autunnale.

Nonno Ciccio mangiava le olive e il pecorino, ed il pane e la salsiccia. Era intento a riempire le bottiglie con il vino. Travasava con un tubo e assaggiava, ogni tanto. Poi rideva, un pò brillo. E sbroccava contro noi che tirando al pallone colpivamo troppo forte. E finiva sulle piante. E nonna Rosa che strillava. Ma il SupeRSantoS nulla poteva contro le spine delle sue rose: si trasformava in una zucca di halloween. Raggrinzita. Dal sorriso beffardo. E nonna Rosa strillava. Strillava e rideva.

Le sue rose eran belle. Ma vivevano due giorni. Il bocciolo si esibiva per aprirsi in breve tempo in un prosperoso decoltè. Poi finiva la sua esistenza all’interno di un cristallo. Profumava di rosa. La rosa di nonna Rosa.

C’era lo stesso odore al RosetoComunale quel giorno in cui Veronica mi portò a visitarlo. Lei mi guardava con gli occhi del flirt.  Qualche giorno prima le avevo regalato una rosa tanto perfetta da apparire finta – come lo era il gesto di comprarla dal pakistano che supplicava l’euro, al Pincio. Un bocciolo senza odore.  Il fascino di un animale imbalsamato. Tanto diverso dalle rose di nonna Rosa.

Al Roseto mi guardavo attorno pensando che era un posto bellissimo. Il profumo solleticava le narici ad ogni passo. L’avrei certamente riproposto in altre occasioni. Con altre ragazze.

Ci son tornato. Solo. Quell’odore mi riconduceva a ricordi familiari, schegge d’infanzia. Tra quei petali e quelle spine riuscivo a placare la mia ansia di vita. Il flusso dei pensieri ramificato in mille affluenti si incanalava in un unico greto. Potevo concentrarMi su Me stesso. Senza distrazioni.

Ci son tornato. Con Azzurra. L’odore dei fiori si confondeva con quello della marija. Sembrava d’essere immerso in un Tutto cosmico. Di appartenere alla terra, al cielo. D’essere un’unica cosa con le rose. Passavo lo stelo tra il medio e l’anulare rinchiudendole a coppa nella mano. Attento a non pungermi affondavo le narici tra i petali.

E pensavo. A Maddalena, alle notti trascorse in una macchina sotto la tangenziale Est. Le sue lunghe gambe.  Al sorriso di Marta, il culo sodo e  lo sguardo che raccontava di altre terre, altri odori. A nonno Ciccio. Nonna Rosa: le sarebbe piaciuto passeggiare tra quella moltitudine di sensazioni. Pensavo. Alle ossa di mio zio che si lasciarono dietro una figlia incredula. Una moglie che non ho più visto. Un fratello che non comprese e un nipote che sapeva. Al tonfo che si sentì in tutto il condominio. Così raccontarono.

E pensavo. Alle giornate in laboratorio. Alla laurea che non aveva più alcun significato. Alla vita. Alle domande di Camus.  Cercavo sul viso di Azzurra il ricordo di un sorriso scomparso. penetravo nei suoi occhi. E pensavo ad altro.

Pensavo. Che sarebbe stato meglio fosse morta. Così non avrei dovuto dirle che le nostre vite avevano preso percorsi differenti. Che era andata avanti credendo che la seguissi: ma se si fosse voltata avrebbe scoperto che era sola. Che mentre lei sognava il suo vestito da sposa io correvo dietro ogni gonnellina. Pensavo alle sue rose. Essiccate all’ingiù. Spruzzava del profumo. Erano l’immagine di una canzone di Nick Cave. L’immagine di ciò in cui si era trasformato il nostro rapporto. Bastava sfiorarle affinchè si sgretolassero. Polvere. Erano tanto tristi. Tanto diverse dalle rose di nonna Rosa. Erano.

Avrei dovuto dirle che se quella mattina fosse arrivata dieci minuti prima mi avrebbe trovato a letto con Mara, sconvolto da una sera passata all’Halloween ad affogare le responsabilità con cicchetti di rum e pera. E Assenzio.

L’ho conosciuta all’università,  Mara. Una rossa dagli occhi azzurri. Umbra e un po’ sfigata. Credeva d’essere una strega o qualcosa del genere. Parlava di premonizioni, illuminazioni, apparizioni. Credevo volesse fare qualche giochetto strano con candele, stelle a cinque punte e succo di pomodoro. Ma ho pensato portasse sfiga. Per scaramanzia me la son portata a letto la prima e l’unica sera in cui siamo usciti, per poi rendermi conto  che non ne avevo alcuna voglia. Mi son girato dall’altra parte dicendole che se voleva non era necessario che si rivestisse. Poteva rimanere a dormire. Avrei voluto vedere la sua faccia mentre lo dicevo. Ma avevo sonno. Ed ero troppo ubriaco per voltarmi. Non credo dormì molto quella notte.  La mattina la trovai già sveglia seduta sul lettone. Aveva addosso il mio pigiama ed io ero nudo. Gli dissi che se ne doveva andare. Che era tardi che dovevo andare in laboratorio. In realtà sapevo che Azzurra sarebbe arrivata a momenti. Andai a farmi la doccia ma quando tornai la trovai ancora nel letto. Ancora col mio pigiama. Un libro tra le gambe, s’era messa a studiare. Allora non c’hai capito un cazzo. Le dissi. Si alzò e si rivestì in fretta. E pensare che aveva apprezzato le mie poesie. Spero solo che non abbia detto a nessuno che non sono stato carino. Una minaccia alla mia immortalità. Forse s’incontrarono davanti al portone perché non feci in tempo a chiudere la porta, che Azzu citofonò. Scendo io le dissi. La mia camera puzzava di marcio.

Ti porto in un posto. Le dissi. Andammo al RosetoComunale. Rullammo una canna. Mi sconvolsi. Lei era triste. Ma io pensavo ad altro.

magritte …ci sono tornato. Con Maddalena. Tra le rose di quel pomeriggio  romano Lei era bellissima…

.Quel pomeriggio credo fossimo felici. Tanto per cominciare. Mi ricordo una certa sensazione di leggerezza, era primavera del resto, aria tiepida, pomeriggio luminoso. Del tempo da passare insieme… Ci siamo seduti su quella panchina. Era in una buona posizione, sul vialetto. Vicini, ci siamo baciati: ma quello lo ricordo più che altro come un dettaglio tecnico – scusa ma è così! 🙂 – E poi abbiamo parlato; di noi fondamentalmente, di come ci sentivamo… Ora però non ricordo se tu avessi già lasciato la tua ragazza di allora o più probabilmente stessi per farlo, non credo facesse differenza. Quello che era tangibile era un certo senso di appartenenza: non l’uno all’altra come tra due innamorati – nell’unico, grande, puro senso che puoi dare a questa parola. Ma appartenenza ad una stessa specie.

Tu parli di sguardi… di sorrisi. Sì li ricordo, ce ne sono stati tanti, contenti e forse leggermente imbarazzati. Forse. Ci sorridevamo spesso, e del resto era un modo per dirci tante cose. Un modo immediato per riconoscersi.

Abbiamo parlato di noi: mai inteso come unità. Ricordo molto bene di averti detto che ovunque saresti stato, io in qualche modo sarei stata con te. E che da quel momento in poi avrei sempre saputo di non essere più l’ultimo esemplare di una specie morente.
Io avevo sentito una sensazione di sicurezza scaturire da tutto ciò. Come quando ti appresti a fare qualcosa d’importante, che ti spaventa un po’ e d’improvviso ti ritrovi qualcuno accanto che ti dice -Tranquilla, ce la farai!

salvador_dali …ci sono tornato.  Con Marta. Con lo scooter di Azzu…

.Erano i primissimi tempi. C’eravamo già dati il primo bacio, ma era tutto indefinito, ingarbugliato…e poi, lui era fidanzato. E poi si vedeva con Maddalena. Diceva d’ essere infelice, di non stare bene. Di non saper quello che voleva dalla vita. Cosa volesse da me. Diceva : “non so se un giorno staremo insieme”. “Ora non posso darti certezze su di me”.

Entrambi del resto non sapevamo cosa volevamo l’uno dall’altra.

Continuavo ad uscire con lui, come se fosse naturale, come se non potessi decidere di fare diversamente. Era tutto molto normale. Non ci interessava sapere che cos’era, ne dove ci avrebbe condotto.

Un pomeriggio mi portò in giro per Roma con lo scooter. Non mi disse dove. Col senno del poi penso non lo sapesse neanche lui. Ma una meta si propose – per caso, o volontariamente. E finimmo al RosetoComunale.

Bello. Bellissimo. Tanto sole, tanto verde e tante rose. C’era un tunnel di fiori per gli innamorati.

Mi chiese quale fosse la mia rosa preferita. Bianca. La tua? Pure la mia. Quel condividere la preferenza della rosa bianca fu molto significativo…non c’era solo la rosa, ma una vita dietro. Un punto d’incontro inusuale. Un orizzonte, un percorso, un sogno: il sogno di preferire la rosa bianca.

Passeggiammo e ci sedemmo su una panchina. Ero così serena, mi sembrava tutto talmente spontaneo. Lui era dolcissimo. Trasmetteva fiducia e sicurezza. Disse che doveva parlarmi.

Pensai mi dovesse fare una dichiarazione d’amore o qualcosa del genere. Pensai: beh m’ha portato qui, la moto, il tunnel, la rosa bianca…roba sdolcinata. Mi prese le mani. Io non volevo sentirmi dire nulla di impegnativo, temevo un po’ che le cose si definissero troppo. Ma ormai ero lì!…pronta.

Il discorso fu decisamente diverso da quello che m’ero immaginata. Disse che era meglio non vederci più, che la storia non poteva andare avanti, che era dispiaciuto ma sarebbe stato meglio così. Io un po’ delusa, non rimasi di certo stupita. Non ero molto dispiaciuta. Ero tranquilla e gli risposi “va bene”. Ok. Mi sorrideva e continuava a tenermi le mani.

Quello che penso è: ma come, “fino a ieri mi dici frasi dolci e d’un tratto fai finta che non esisto?”

Ma lui era così. Il suo pane era dare amore. Forse non ne voleva per lui. Mi riaccompagnò a casa e mi tenne le mani per tutto il viaggio. Che cazzo fa? Pensavo. mi riempie di parole amorose, dopo un minuto mi lascia, dopo un altro minuto mi tiene le mani come se fossimo fidanzati da anni.

Gli chiesi perché m’avesse portato lì per dirmi quelle cose. “E perché no?” rispose…

Poi seppi che al Roseto era andato anche con altre ragazze. Maddalena. Altre ancora . Mi chiedevo se gli dicesse le stesse cose. Le stesse parole. Tante, belle, parole. Gli stessi sorrisi, mano nella mano. Se anche nelle altre cercava una via di fuga. Se amasse allo stesso modo tutte le altre riuscendo a farle sentire uniche e singolari, allo stesso modo. Forse gli piaceva essere la vittima sfuggente. Mi ripeteva sempre con fare ironico: “chi mi ama, mi segue”. Sì, gli piaceva sfuggire con sofferenza. Tanto lo sapeva di essere seguito… Era come mettere in stand-by una serie di possibilità diverse. Tutte belle allo stesso modo. E nell’attesa vedere come andava la vita…

Era nell’attesa di vedere come andava la vita che avevo bisogno di capire con chi il viaggio l’avrei affrontato. Forse per deformazione professionale la mia mente razionale aveva la necessità di mantenere inalterate le variabili indipendenti. E così il Roseto s’era trasformato in un setting sperimentale dove le condizioni di controllo si mantenevano invariate: lo stesso luogo per quelle che non erano semplicemente ragazze, ma scelte di vita. Tra ciò che ero, la vita con Azzu. Ciò che volevo essere, Maddalena. E un punto interrogativo: Marta. La ragazza che meno conoscevo. La cui vita era tutta da scoprire. Attraverso la quale la mia, di vita, era da ricostruire in toto. Da riformulare attraverso prospettive inusuali.

O forse avevo bisogno di un posto che mi facesse sentire protetto. Le sensazioni che provavo al Roseto richiamavano ad ogni passo quelle della mia infanzia. L’esigenza di mettere da parte la ragione e chiedere consiglio al cuore. Forse lassù c’era nonna Rosa che mi osservava. E sorrideva.

Forse ero solo un piacione. Come per tante altre situazioni, il Roseto era semplicemente l’ennesimo luogo di Roma che ho riproposto in occasioni diverse. La tappa di un itinerario ben studiato per suscitare un becero romanticismo. Una scenografia capace di trasformare un pomeriggio in una scena da film di Muccino. O in un romanzo di Goethe. Forse.

O forse ogni incontro era una storia a sè. Forse non ero io il protagonista ma semplicemente una comparsa di qualche ora nella loro vita.  Un diversivo tra  lo studio e l’aperitivo. Non ricordo molto di quei momenti. Non ricordo nulla. E questo mi fa credere che fossi concentrato su MeStesso, sulle dinamiche interiori piuttosto su ciò che stava accadendo fuori.  Alla mente riaffiorano solo sguardi, sensazioni. Odori. Sorrisi. E sensi di colpa. La necessità di inventarmi dove ero stato quel pomeriggio. Con chi. Il come, avevo trascorso le ore. E ogni sera una scusa diversa. Ogni giorno una storia da inventare. Come se non bastassero quelle che contemporaneamente vivevo. Di cui tutti sapevano. Tranne le dirette interessate.

Ma questa è un’altra storia.

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Una Risposta to “… ventuno: rosae rosarum rosis. Rosae rosae rosis.”

  1. madda Says:

    […]carezzare
    è difficile per chi
    crede di avere un’anima, e baciare
    è difficile, o di una tenerezza
    troppo facile, troppo raggiungibile
    forse.


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