Nel rispondere al test il soggetto si è mostrato sincero e disponibile ad un confronto: non ha tenuto in considerazione la possibilità di suscitare giudizi negativi nei suoi confronti e non ha mostrato particolari resistenze nel comunicare la presenza di problemi emotivi.

E’ depresso: è presente astenia, povertà d’iniziativa ed uniformità ideativa. Elabora in senso depressivo le situazioni vitali insoddisfacenti ed è probabile la presenza di un quadro di rallentamento psicomotorio.

Sono presenti tendenze al dubbio e all’incertezza di fronte alle decisioni, associate a tendenze reattive a sfondo aggressivo. Sono possibili comportamenti di tipo anacastico.

Riesce difficilmente ad istituire adeguate relazioni interpersonali a causa di una certa quota di introversione sociale, associata ad una scarsa aderenza alle norme ed alle convenzioni sociali. Sono evidenti, inoltre, gravi problemi di rapporto con le persone del gruppo di appartenenza: sono perciò possibili manifestazioni aggressive poco controllate.

Il livello di autostima appare molto basso e sono presenti temi di autosvalutazione. Si mostra riluttante a prendere nuove iniziative tendendo a rispondere alle sollecitazioni in modalità aggressive e con scarsa capacità di critica sulle proprie reali possibilità.

Possono essere presenti preoccupazioni ipocondriache utilizzate, comunque, in un contesto di schemi interazionali tesi a ricevere attenzione e gratificazioni affettive.

Si possono notare, nei rapporti interpersonali, tendenze alla dipendenza, imitazione, strumentalizzazione e esibizionismo: sono possibili somatizzazioni. Tuttavia, nelle situazioni di fallimento degli abituali schemi di rapporto, l’intervistato può mostrarsi diffidente, rigido ed ostile.

Si rileva una certa tendenza ad accentuare l’importanza dei propri eventuali disturbi psichici o somatici al fine di ricevere attenzione. In caso di frustrazione può reagire chiudendosi in se stesso e sviluppare fantasie autogratificanti.

E’ presente un disturbo di notevole entità nella identificazione psicosessuale, con rifiuto del modello comportamentale del sesso di appartenenza. Sono possibili irregolarità della condotta sessuale e ricerca attiva di esperienze devianti.

L’equilibio emotivo pare abbastanza stabile: i meccanismi difensivi sembrano funzionare in modo sufficientemente adeguato.

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immagineLa mattina del 27 giugno era limpida e assolata, con un bel caldo da piena estate; i fiori sbocciavano a profusione e l’erba era di un verde smagliante. La gente del paese cominciò a radunarsi in piazza, fra l’ufficio postale e la banca, verso le dieci. In alcune città, dato il gran numero di abitanti, la lotteria durava due giorni, e bisognava cominciare addirittura il 26; ma in questo paesino di trecento anime o giù di lì bastavano meno di due ore. Si poteva iniziare alle dieci del mattino e finire in tempo per il pranzo. I primi ad arrivare erano stati naturalmente i bambini. La scuola aveva appena chiuso per le vacanze estive, e la sensazione di libertà dava ai più un certo disagio. Prima di scalmanarsi nei giochi si riunivano piano piano in crocchi, parlando ancora della classe e del maestro, di libri e predicozzi. Roberto Martino si era già riempito le tasche di sassi, e presto gli altri seguirono il suo esempio, scegliendo quelli più lisci e più tondi. Alla fine Roberto, Enrico Modugno e Dario Della Croce (che chiunque, in paese, non riusciva a non chiamare «il Cristo») fecero  un gran mucchio di pietre in un angolo della piazza, e lo protessero dalle incursioni dei compagni. Le bambine stavano da una parte, chiacchierando tra loro e guardando di sbieco i maschietti, mentre i più piccoli si rotolavano nella polvere o tenevano per mano sorelle e fratelli maggiori. Poi cominciarono ad arrivare gli uomini. Senza perdere di vista i ragazzi parlavano di semina e pioggia, di trattori e di tasse. Stavano tutti insieme, lontano dal mucchio di sassi, scambiandosi facezie pacate che strappavano tutt’al più un sorriso. Le donne, con gli abiti stinti e i golfini da casa, arrivarono di lì a poco. Dopo qualche saluto, e qualche pettegolezzo, andavano a raggiungere i mariti chiamando accanto a sé i bambini. Che venivano controvoglia, al quarto o quinto richiamo. Roberto Martino sfuggì alla presa della mano materna e tornò di corsa, ridendo, al mucchio di sassi. Suo padre alzò bruscamente la voce, e Roberto venne subito a prender posto tra il padre e il fratello maggiore. La lotteria – come le quadriglie, il circolo giovanile, il programma di Natale – era diretta dal signor Proietti, che aveva tempo ed energie da dedicare alle attività civiche. Gioviale, con una faccia di luna piena, Proietti era un ricco commerciante di carbone, compatito da tutti perché sua moglie, che non gli aveva dato figli, era una bisbetica. Quando arrivò in piazza con la bussola nera, tra la folla si levò un brusio. Poi lui, dopo un cenno di saluto, attaccò: «Si è fatto un po’ tardi, gente». L’impiegato postale, il signor Gaber, lo seguiva portando uno sgabello a tre gambe, che venne sistemato al centro della piazza. Proietti ci posò sopra la bussola. La gente si teneva a una certa distanza dallo sgabello, e quando Proietti disse: «Qualcuno di voialtri mi darebbe una mano» ci  fu un attimo di esitazione. Poi due uomini, il signor Martino e suo figlio Alessio, si fecero avanti per tenere ferma la bussola mentre Proietti rimescolava i biglietti. I pezzi originari della lotteria erano andati perduti molto tempo addietro, e la scatola nera che ora stava sullo sgabello era entrata in uso prima ancora che nascesse nonno Zenga, l’uomo più vecchio del paese. Proietti parlava spesso di costruire una bussola nuova, ma in realtà nessuno aveva voglia di rinunciare a quel poco di tradizione superstite. Si diceva che la bussola attuale fosse stata fatta con alcuni pezzi di quella precedente, fabbricata quando i primi abitanti avevano fondato il villaggio. Dopo ogni lotteria Proietti tornava a parlare di una bussola nuova, ma regolarmente il discorso veniva lasciato cadere senza che si facesse nulla. Così, di anno in anno, la bussola si deteriorava. Ormai non era più tutta nera. Stinta e macchiata in più punti, aveva un lato malamente scheggiato, con il legno grezzo che riaffiorava da sotto la vernice. Martino e suo figlio Alessio tennero saldamente la bussola sullo sgabello finché Proietti ebbe rimescolato ben bene con la mano i pezzetti di carta. Le tessere di legno, aveva sostenuto Proietti, erano perfette quando il paese era minuscolo, ma ora che la popolazione superava i trecento abitanti, e presumibilmente avrebbe continuato a crescere, serviva qualcosa che entrasse più facilmente nella scatola. La sera prima della lotteria Proietti e il signor Gaber preparavano i biglietti e li mettevano nella bussola, che poi veniva rinchiusa nella cassaforte della ditta di carbone di Proietti, dove rimaneva finché l’indomani mattina questi la portava in piazza. Il resto dell’anno la bussola veniva custodita in posti diversi; un anno era rimasta nel granaio di Gaber, un altro sul pavimento dell’ufficio postale, e a volte veniva semplicemente poggiata su uno scaffale dell’emporio dei Martino. Prima che Proietti dichiarasse aperta la lotteria c’erano varie cose da fare. Innanzitutto le liste: liste dei capifamiglia, dei capi dei nuclei all’interno di ciascuna famiglia, e dei membri di ciascun nucleo. Quindi Proietti doveva giurare nelle mani di Gaber, ed essere così nominato funzionario di lotteria. Secondo alcuni, un tempo il funzionario di lotteria recitava ogni volta un preambolo, una sorta di salmodia mezzo parlata e mezzo cantata; e pareva la declamasse, o la mugolasse, da fermo per gli uni, muovendosi fra la gente per gli altri. In ogni caso questa parte della cerimonia era stata abbandonata da moltissimi anni. In passato, inoltre, il funzionario di lotteria rivolgeva un saluto rituale a ogni persona che si presentava alla bussola per tirare a sorte – un uso anch’esso mutato col tempo: adesso il funzionario si limitava a dire qualche parola informale ai sorteggiatori. Proietti interpretava il proprio ruolo alla perfezione. Con la camicia bianca di bucato e i blue jeans, una mano appoggiata con noncuranza sulla scatola nera, parlava fitto fitto con Gaber e Martino, mantenendo un’aria dignitosa e solenne. Alla fine Proietti interruppe il suo lungo colloquio e si rivolse agli astanti. In quel preciso momento la signora Iezzi, il golfino sulle spalle, sbucò di corsa sulla piazza, e andò a sistemarsi nelle ultime file. «M’era passato di testa che giorno è» disse alla signora Della Croce che le stava accanto, ed entrambe ridacchiarono piano. «Mi credevo che il mio uomo era a fare cataste dietro casa,» continuò la signora Iezzi «poi ho guardato dalla finestra e i bambini non c’erano, allora mi sono ricordata che era il 27 e sono venuta di corsa». Si asciugò le mani sul grembiule, e la signora Della Croce le disse: «Sei in tempo, comunque. Sono ancora là che parlano». Allungando il collo, la signora Iezzi scorse suo marito e i bambini nelle prime file. Con un colpetto sul braccio alla signora Della Croce  in segno di commiato, si immerse tra la folla, che si spostava di buon grado per cederle il passo. Qualcuno, a voce alta quel che bastava per farsi sentire là davanti, disse: «Iezzi, ecco la tua signora». E qualcun altro: «Giovanni, hai visto che è arrivata?». Poi la signora Iezzi raggiunse il marito, e Proietti, che era pazientemente rimasto in attesa, commentò: «Credevo dovessimo cominciare senza di te, Silvia». Con un sorriso a trentadue denti, la signora Iezzi rispose: «Cosa facevo, lasciavo i piatti nel lavandino, Salvo?». E una risata sommessa corse tra la folla, che si stava ricomponendo dopo il passaggio della signora Iezzi. «Allora,» disse in tono solenne Proietti «sarà meglio cominciare e togliersi il pensiero, così poi si torna al lavoro. Manca qualcuno?». «Donelli» risposero in parecchi. «Donelli, Donelli».  Proietti consultò la sua lista. «Giusto, Claudio Donelli. Si è rotto una gamba, vero? Chi sorteggia per lui?». «Io, mi sa» disse una donna, e Proietti si voltò a guardarla. «La moglie sorteggia per il marito» disse Proietti. «Non hai un figlio grande che lo faccia al tuo posto, Gianna?». Anche se conosceva a memoria, come tutti, la risposta, il funzionario di lotteria doveva comunque porre la domanda. Era una semplice formalità, da sbrigare senza tante storie. Quindi Proietti aspettò, con un’aria di cortese sollecitudine, che la signora Donelli rispondesse. «Orazio non ha ancora sedici anni» disse con rammarico la signora Donelli. «Credo che stavolta mi tocca».«Bene» disse Proietti segnandosi un appunto sulla lista che aveva in mano. Poi chiese: «E il giovane Zanin tira a sorte, quest’anno?». Un ragazzo lungo lungo alzò la mano. «Presente» disse. «Pesco per me e per mia madre». Quindi sbatté nervosamente le palpebre e chinò la testa, mentre varie voci dicevano cose tipo: «Bravo ragazzo, Giacomo» e «Meno male che tua madre ha un uomo in casa». «Bene, allora» disse Proietti. «Mi pare che ci siamo tutti. Il vecchio Zenga ce l’ha fatta a venire? ». «Presente» disse una voce, e Proietti annuì. Un silenzio improvviso scese sulla piazza mentre Proietti scorreva la lista schiarendosi la gola.  «Pronti?» attaccò a voce alta. «Dunque, io adesso leggo i nomi, cominciando dai capifamiglia, e gli uomini vengono qui e pescano un biglietto, che terranno in mano piegato fino a quando ciascuno non avrà preso il suo. Qualche dubbio?». Tutti quanti avevano già fatto quella cosa un sacco di volte, quindi ascoltarono le istruzioni con un orecchio solo. I più tacevano e si umettavano le labbra, senza guardarsi attorno. Poi Proietti levò in alto una mano e cominciò: «Alcaro». Un uomo si fece avanti. «Salve, Silvio» lo salutò Proietti. «Salve, Salvo». Si scambiarono un sorriso forzato, nervoso, poi il signor Alcaro infilò la mano nella bussola e ne estrasse un foglietto ripiegato. Tenendolo per un angolo, Alcaro si voltò e tornò in fretta dalla sua famiglia, ma rimase un po’ in disparte senza guardarsi la mano. «Ambrosio» continuò Proietti. «Antonacci. Bevacqua». «È come se fossimo sempre qui a fare la lotteria» disse la signora Della Croce alla signora Gaber, nelle file in fondo. «L’altra sembra che l’abbiamo finita la settimana scorsa». «Già, il tempo vola» rispose la signora Gaber. «Cataldo… Della Croce». «Ecco il mio uomo» disse la signora Della Croce. E mentre il marito si faceva avanti trattenne il fiato. «Donelli» disse Proietti, e la signora Donelli andò dritta alla bussola. Una donna disse: «Forza, Gianna», e un’altra: «Eccola che va». «Tocca a noi». A parlare era stata la signora Gaber, che guardò suo marito fare un giro intorno alla bussola, salutare con aria grave Proietti e prendere un biglietto. Ormai erano parecchi gli uomini che tenevano nelle loro manone i foglietti piegati, rigirandoli nervosamente. Stringendo a sé i due figli, anche la signora Donelli tormentava il suo pezzetto di carta. «Guzzi… Iezzi». «Metticela tutta, Giovanni» disse la signora Iezzi facendo ridere quelli vicino a lei. «Modugno». «Ho saputo» disse il signor Alcaro a nonno Zenga accanto a lui «che nell’altro paese stanno pensando di smetterla con la lotteria». Nonno Zenga sbuffò. «Banda di pazzi. Se stai a sentire i giovani, non gli va bene niente. Ancora un po’ e vorranno tornare a vivere nelle caverne, nessuno che fa più un accidente, e campare così. Una volta c’era un detto: «Lotteria di giugno, spighe grosse in pugno». In men che non si dica mangeremo tutti erba bollita e ghiande. Una lotteria c’è sempre stata» aggiunse stizzito. «Già mi dà noia vedere il giovane Salvo Proietti che fa il cretino con tutti». «In certi posti le lotterie non le fanno più» insistette Alcaro. «E possono venirne solo guai» tagliò corto nonno Zenga. «Che branco di giovani idioti». «Martino». E Roberto Martino guardò suo padre farsi avanti. «Pizzo… Perri». «Vorrei che si dessero una mossa» fece la signora Donelli al suo primogenito. «Che si dessero una mossa ».  «Hanno quasi finito» rispose il figlio. «Allora stai pronto a correre da papà per informarlo ». Proietti chiamò il proprio nome, fece un passo avanti molto netto ed estrasse. Poi chiamò: «Zenga». «Settantasette anni che faccio la lotteria» disse il vecchio fendendo la folla. «Settantasettesima volta ».«Zofrea». Il ragazzo passò tra una fila e l’altra, imbarazzato. Qualcuno disse: «Non essere nervoso, Giacomo». E Proietti: «Fai con calma, figliolo». «Zorzi». Seguì una lunga pausa carica di tensione, finché Proietti, levando alto il suo biglietto, proclamò: «Basta così, gente». Per un attimo nessuno si mosse, poi i biglietti furono aperti. Subito le donne si misero a parlare tutte insieme: «A chi è toccato? », «A chi?»,«Ai Donelli?», «Ai Zofrea?». Poi le voci cominciarono a rincorrersi: «Sono i Iezzi. È Giovanni… l’ha pescato Giovanni». «Va’ subito a dirlo a tuo padre» disse la signora Donelli a suo figlio maggiore. Gli occhi di tutti cercavano i Iezzi. Giovanni stava fermo, fissando il foglietto che aveva in mano. A un certo punto Silvia Iezzi strillò a Proietti: «Salvo, non gli hai dato abbastanza tempo per scegliere, ti ho visto. Non è valido!». «Le regole vanno accettate, Silvia» esortò la signora Della Croce. E la signora Gaber: «Il rischio era uguale per tutti».  “Zitta, Silvia» disse Il signor Iezzi. «Dunque, statemi bene a sentire» intervenne Proietti. «Fin qui siamo andati abbastanza svelti, adesso dobbiamo sbrigarci ancora un po’, così finiamo in tempo». Detto questo, passò alla lista successiva. «Giovanni, abbiamo detto che per i Iezzi peschi tu. Solo per loro?». «Ci sono Donato e Eva. Che si prendano le loro responsabilità » gridò la signora Iezzi. «Silvia, le figlie estraggono con la famiglia del marito, » disse Proietti molto gentilmente «lo sai benissimo». «Non è valido» ripeté Silvia. «Secondo me sì, Salvo» disse Giovanni amareggiato. «Mia figlia pesca con suo marito, la regola dice così. E io ho solo i bambini». «Allora, il sorteggio per famiglie tocca a te,» riepilogò Proietti «e quello per nuclei anche, giusto? ». «Giusto». «Quanti bambini, Giovanni?» chiese Proietti per pura formalità. «Tre. Antonio, Noemi e il piccolo Davide. Oltre a Silvia e me, intendo». «Dunque siamo d’accordo. Enrico, hai riavuto i loro biglietti?». Gaber annuì, mostrando i pezzetti di carta. «Allora mettili nella scatola» ordinò Proietti. «Prendi quello di Giovanni e mettilo dentro». «Secondo me dovremmo ricominciare daccapo» disse la signora Iezzi con tutta la calma possibile.  «Non è valido, te l’ho detto. Gli hai dato troppo poco tempo, l’hanno visto tutti». Intanto Gaber aveva selezionato i cinque biglietti dei Iezzi e li aveva infilati nella bussola. Tutti gli altri li lasciò cadere a terra, da dove il vento li sollevò, trascinandoli via.«Ascoltate, tutti quanti» diceva la signora Iezzi a chi le stava intorno. «Sei pronto, Gianni?» chiese Proietti. E Giovanni Iezzi, dato un rapido sguardo alla moglie e ai bambini, annuì. «Ricordatevi,» disse Proietti «dopo aver preso i biglietti dovete tenerli piegati finché ciascuno non ha avuto il suo. Enrico, tu aiuta il piccolo Davide». Gaber prese per mano il bimbetto, che si lasciò accompagnare alla bussola senza storie. «Prendi un biglietto dalla scatola, Dà» disse Proietti. Davide infilò la mano e rise. «Uno solo, mi raccomando Dà. Enrico, tienilo tu per lui» disse Proietti. Gaber prese la mano del bambino e gli tolse dal pugno chiuso il pezzetto di carta, mentre il piccolo lo guardava incuriosito. «Ora Noemi» disse Proietti. Noemi aveva dodici anni, e le sue compagne di scuola trattennero il fiato mentre avanzava dimenando la gonna e pescava con delicatezza il biglietto. «Ora Antonio» disse Proietti, e Antonio, rosso in faccia e con i piedi troppo grandi, per estrarre il foglietto tirò quasi giù la bussola. «Silvia» continuò Proietti. Dopo un attimo di esitazione Silvia si guardò intorno con aria ribelle, poi si avvicinò alla bussola a labbra serrate. Pescò di furia un biglietto e se lo nascose dietro la schiena. «Gianni» disse Proietti, e Giovanni infilò la mano nella bussola e guardò intorno, per poi ritrarre il pugno chiuso, con dentro il foglietto. Si era fatto un gran silenzio. Una ragazzina bisbigliò: «Speriamo che non tocchi a Noemi», e il suono di quelle parole arrivò dappertutto. «Non è come una volta» disse il vecchio Zenga. «Del resto, neanche la gente è come una volta». «Bene» disse Proietti. «Adesso potete aprire i biglietti. Enrico, tu apri quello del piccolo Davide». Gaber obbedì. Quando mostrò il foglietto tutti videro che era bianco, e un sospiro di sollievo echeggiò fra gli astanti. Noemi e Antonio aprirono simultaneamente i propri, e si voltarono insieme verso la folla raggianti, mostrando i biglietti bene in alto sopra la testa. «Silvia» disse Proietti. Ci fu una pausa, poi Proietti guardò Giovanni Iezzi, e Giovanni spiegò il suo foglietto e lo mostrò. Era bianco. «È Silvia» disse Proietti, la voce smorzata. «Mostraci il suo, Gianni». Giovanni Iezzi si avvicinò alla moglie e le strappò il biglietto di mano. La carta aveva una macchia nera, la macchia che Proietti aveva fatto la sera prima, nel suo ufficio, con la matita copiativa. Giovanni Iezzi sollevò in alto la carta. La folla sussultò. «Bene, gente» disse Proietti. «Vediamo di fare una cosa veloce».  Magari la gente aveva scordato il rituale e perduto la scatola nera originaria, ma come si usavano i sassi se lo ricordava benissimo. Il mucchio che i ragazzi avevano preparato era pronto; c’erano pietre anche a terra, miste ai biglietti svolazzanti. La signora Della Croce ne scelse una così grossa che dovette raccoglierla con due mani. Poi chiamò la signora Donelli. «Vieni, su» le disse. «Spicciati». La signora Donelli, con le mani piene di sassolini, rispose ansante: «Io non posso correre. Vai pure avanti, ti raggiungo». I bambini si erano già muniti di sassi, e qualcuno diede qualche pietruzza anche al piccolo Davide Iezzi. Adesso Silvia Iezzi era in piedi al centro di uno spazio sgombro. Mentre la folla la circondava alzò le braccia, disperata. «Non è valido» disse. Un sasso la colpì sulla tempia. Il vecchio Zenga diceva: «Su, su, tutti quanti». Silvio Alcaro, con accanto la signora Gaber, era in prima fila. «Non è valido, non è giusto» urlò la signora Iezzi. E poi le furono addosso.