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…uno: un calabrese a Roma.

…Ad esempio a me piace il Sud. Mi piace la strada, magari sul tardi, col verde bruciato e i fichi d’India e le spine dei cardi. Ad esempio a me piace rubare le pere mature dai campi se ho fame, tirare per gioco dei calci a una zolla, passarla a dei bimbi che intorno al fuoco cantano giocano e fanno la guerra. Poi mi piace scoprire lontano il mare se il cielo è all’imbrunire, seguire la luce delle lampare e raggiunta la spiaggia mi piace dormire.
Come Rino, come me tanti calabresi in giro per il mondo, tanti calabresi nella Capitale. Sapete qual è la città più popolosa della Calabria? quella con il maggior numero di calabrotti? Roma. A Roma i calabresi stanno dovunque: nei pub, in mezzo alle vie, sulle scalinate di piazza di Spagna con le divise da militari, nelle università. La maggior concentrazione di calabresi a Roma si ha in alcune zone particolari come piazza Bologna o Tiburtina. Lì ci sono vere e proprie comunità nelle quali se entri sembra di stare al Sud. Dispense piene di soppressate, formaggi e pomodori sott’olio, olive e vinello di quello bono.
Io sono arrivato nella Capitale più di dieci anni fa, scappavo da una realtà che mi stava troppo stretta, chiusa nel suo provincialismo gretto che non riuscivo a comprendere e che mi faceva sentire a disagio. Avevo trovato casa, manco a dirlo, da un calabrese, Piero, figlio di un professore Catanzarese. Piero lavorava in Banca d’Italia su via Nazionale e stava pagando un mutuo per un’appartamento a Colli Aniene, all’epoca in cui i mutui a Roma si potevano pagare senza rivolgelti agli usurai.
Del giorno in cui sono arrivato a Roma non ricordo un granché, credo di avere qualche difettuccio nel circuito di Papez, credo a livello corticale perché a volte la mia memoria vacilla. Fossi più vecchio dovrei preoccuparmi ma ho ancora decenni di fronte a me, decenni di rancori da spiattellare raccontando la mia versione dei fatti, di come le cose siano poi andate veramente.
Dicevo. Del giorno in cui sono arrivato a Roma ricordo la stazione metro di S. Maria del Soccorso e ora ripensandoci mi fa un pò ridere perché son partito da S. Maria di Catanzaro per approdare a S. Maria del Soccorso. Ricordo il blu della linea B del metrò, le scalinate che riportano all’aria aperta, e un tipo un pò grassoccio con gli occhialini e l’aria, manco a dirlo, da calabrese. Si chiamava Jonny, anzi all’epoca il suo nome era ancora Giovanni. Catanzarese anche lui, mi venne a prendere in stazione per accompagnarmi in quella che sarebbe stata la mia casa per i due anni successivi. Giovanni ci abitava da un paio di anni, credo. Aveva sistemato il suo letto all’entrata, nel salone, cosicché appena entravi in casa entravi in camera sua. Sull’armadio dove lui teneva le sue cose c’erano appesi poster di Liv Taylor, credo, in posizioni osè cosìcché le prime cose che ricordo di quell’appartamento sono le tette di Liv e la faccia ebete del padrone di casa Piero con in mano due fette biscottate con al centro una sottiletta. E l’odore del caffè. Piero era un caffeinomane, beveva caffé in qualsiasi orario, anche prima di dormire.
La mia camera all’epoca mi apparve piccola e vuota. Aveva un armadio un letto uno specchio e una scrivania. Il finestrone, enorme, dava sul balcone che affacciava su un parco. La casa non era male, la camera costava quattrocentomila lire, due bagni… ma uno era personale di Piero, il padrone.
Oggi una casa così non si affitta meno di millecinquecento euro, allora ne valeva unmilione duecentomila. Lire. Eppure non sono passati tanti anni. Migliaia di pasti consumati a mensa, centinaia di migliaia di chilometri passati su un autobus dell’ Atac senza un biglietto, chili di pasta finita nella monnezza perché la si cala ‘ad occhio’, centinaia di migliaia di euro finiti in fumo… in senso metaforico e non.
Ma andiamo con calma. Tanto fretta non ce nè. Questo è il primo giorno di un blog che farà parlare parecchia gente, tanta ne farà arrabbiare, poca sorridere, qualcuno piangere. Perché in questo blog io racconterò tutto. Nomi, luoghi, vicende passate e presenti . Ma ora sto parlando al futuro, e questo non va bene. Torniamo al passato.

…due: ottiche.

…Il nostro mondo, cosiddetto globale, non è che un pianeta di migliaia delle più svariate province che non si incontrano mai. Girare il mondo significa passare da una provincia all’altra, ognuna delle quali è una solitaria stella a sé stante. Per la maggior parte delle persone che vi abitano il mondo reale finisce sulla soglia di casa, al limite del quartiere, al massimo al confine della città. Il mondo che sta oltre è inesistente, insignificante e addirittura inutile, mentre quello intorno a loro e che l’occhio riesce ad abbracciare assurge alle dimensioni di un grande cosmo che oscura tutto il resto.

Spesso gli abitanti di un luogo e chi viene hanno difficoltà a trovare un linguaggio comune, poiché ognuno di loro guarda il posto con un’ottica diversa: chi viene da fuori usa un grandangolare, che rimpicciolisce l’immagine ma allarga l’orizzonte, mentre la persona del posto usa il teleobbiettivo, se non addirittura il telescopio, che ingigantisce i minimi dettagli.

Mi sentivo osservato e osservavo. Attaverso il mio grandangolo mi lasciavo affascinare dalla città eterna trasportato nei percorsi stabiliti dagli autobus, che prendevo a caso facendomi tutta la tratta, fino al capolinea. Era un’abitudine che mi riservavo nei momenti di quiete, finita la giornata di studi non avevo nulla da fare che scoprire Roma. Gli amici li avevo lasciati in Calabria così come la ragazza, che distante cinquecento chilometri non sentivo più mia. Mi capitava così di perdermi nei luoghi più impensati della città, affidato ad un cicerone con la divisa dell’Atac e il percorso stabilito. Erano i tempi in cui si comprava l’abbonamento, si aveva il tesserino della mensa e portavo i maglioncini a ‘V’ gialli con la camicia blu di sotto. Avevo i capelli lunghi che curavo con una maschera tutte le settimane e un viso liscio come quello di una puttana d’alto borgo, portavo delle scarpine lucide nere con la punta quadrata e il tacco, e una voglia di libertà che sarebbe eplosa nel giro di pochi anni. Mi sentivo malinconico. Mi mancava la mamma che cucinava la sera, il papà che aggiustava la presa, lo sguardo complice del vicino di casa che parlava nasale sputando tonsille. Trascorrevo le sere a guardare la tele sul divano di casa tra Giovanni e Orazio, il nuovo coinquilino siciliano che aveva occupato la camera tra la mia e quella di Piero.

Qualche tempo dopo avrei tagliato i capelli, avrei indossato i pantaloni larghi le magliettine trendy e le scarpe da skate americane, ballando Smashing Pumpkins e The Cure al Black Out iniziavo ad assaporare il piacere di un cannone rullato in compagnia. A quel tempo ero passato ad un più tranquillo 50mm che mi permetteva di inquadrare la vita all’interno delle giuste proporzioni, quelle dell’occhio umano con i suoi limiti edonistici e operosi: per dirla più semplicemente facevo il mio dovere all’interno di questo mondo lavorando e studiando, e appena si aveva tempo libero ci si andava a divertire secondo i canoni accettati dall’etica giovanile: sesso droga e rock ‘n’ roll. Ma il 50mm è un’ottica pericolosa perché tende a diventare teleobbiettivo con il passar degli anni e per qualcuno è già diventato telescopio. E la gente che mi accompagnava nei sogni di quel periodo fuori o dentro è tutta morta: qualcuno è andato per formarsi, qualcuno perché già dottore o inseguire la ragione, chi perché stanco di giocare, bere il vino, sputtanarsi ed è una morte un po’ peggiore.

E così osservando intorno mi ero accorto di essere circondato da piccole anime con il microscopio in mano puntato su programmi televisivi che si lamentavano, quotidiani e settimanali che si lamentavano e non facevano altro che lamentarsi. Il prezzo del petrolio che sale, il livello del mare che sale, la frequenza degli omicidi che sale, il costo della vita che sale… e a fronte di tanto sale una vita insipita fatta di lamenti. Ho sentito gente lamentarsi del prezzo degli affitti e qualche tempo dopo mangiarci su, gente che si lamentava dell’aria irrespirabile della Capitale mentre brandiva tra le dita una sigaretta, o lamentarsi dei mezzi Atac che non funzionano senza aver comprato mai un biglietto. Ho sentito gente lamentarsi della stupidità di programmi televisivi che continuavano a guardare o della scarsa qualità di quotidiani salvo poi scriverci. Ero circondato da un coro di lamenti, tanti piccoli consumatori di lamenti con un lanternino in mano alla maniera di Diogene alla ricerca dello scandalo.

Certo andare in giro con tante ottiche diverse è scomodo e il bagaglio diventa pesante da portare. Ma io non mi lamento. E’ sicuramente più comodo andare in giro con una sola ottica ed essere pronto a registrare la realtà senza dover perdere tempo a decidere la prospettiva adatta al soggetto. Ma non è il mio metodo. Preferisco rischiare di perdere l’attimo che fugge per insicurezza, piuttosto che carpirlo in modo errato e illudermi di averlo capito.

…tre: iniziamo a conoscerci.

…l’arrivo di Orazio fu il vero e proprio inizio dell’avventura romana. Si sistemò nella camera tra la mia e quella di Piero, il padrone. Veniva da Catania e la prima cosa che mi colpì di lui fu che ogni dieci parole inseriva un ‘nbare. Caratteristica che più tardi gli avrebbe fruttato il soprannome di minchia ‘nbare. Lui era orgoglioso della sua sicilianità, e lo è tutt’ora, e la ostentava all’ora come oggi in modo molto caricaturale e contagioso. Aveva un modo di porsi che mi affascinava nella sua semplicità di siciliano spocchioso, tanto che nel giro di pochi mesi presi a parlare anche io siciliano, anzi catanese. E’ l’unica persona verso la quale il mio affetto è aumentato con gli anni.
La triade si era finalmente formata: il siciliano e i due calabresi. All’inizio si andava spesso a mangiare a mensa. E’ quello un luogo dove le matricole possono trovare un pasto caldo a poche lire e la possibilità di fare conoscenze.
Le prime settimane non si uscì tanto. Fuori dalla mensa tornavamo subito a casa e ci sistemavamo sul divano e, facendoci consigliare dalla Tv, iniziavamo a conoscerci. Di cosa parlano tre ventenni del Sud? Di calcio ovviamente. A me non me ne importava nulla delle dispute calcistiche ma Orazio e Giovanni trovarono subito un ottimo terreno di scontro. L’uno catanzarese l’altro catanese, appartengono a due città cui la tifoseria si odia. E allora i primi contrasti non tardarono a comparire. L’uno a destra l’altro a sinistra del divano. Io in mezzo. Si beccavano su tutto e qualsiasi occasione era buona per additarsi a vicenda. Iniziarono a comparire le sciarpe e i gagliardetti che venivano affissi sui rispettivi muri come icone sacre: da una parte i colori giallorossi, le tette di Liv Taylor e l’immagine di Padre Pio per Giovanni. Dall’altra la bandiera rossoblù degli ‘Irriducibili’ e la più prosperosa Pamela Anderson posizionata sull’armadio di Orazio. Certo non facevano sul serio ma alcune sere la tensione arrivava a salire fino al limite. E non solo la sera. La mattina che Orazio si rese conto che dalla sua dispensa mancavano dei biscotti si rischiò che finisse tutto a schifìo. La tensione era alta.
Ma qualcosa doveva accadere. Ci si era accorti infatti che da un pò di tempo la roba veniva a mancare a tutti. Io avevo una ‘calza della Befana’, regalatami dalla mia mamma, appesa al muro di camera con dentro tanti cioccolatini che avevo notato diminuivano a vista d’occhio senza che nessuno li mangiasse. O almeno sembrava così. Anche le paste di mandorla di Orazio sembravano sparire nel nulla. Dopo una breve e informale runione si era caì che il principale indiziato doveva essere il padrone di casa. Piero. L’entrata del personaggio Piero nelle vicende domestiche permise di sedare un pò le tensioni che si erano venute a creare. Decidemmo di verificare i nostri sospetti. Così costruimmo varie ‘trappole’ per capire se effettivamente Piero, quando noi eravamo fuori, entrava nelle nostre camere e faceva razzìa di cioccolatini e paste di mandorla. Preparammo perfidamente un messaggio da lasciare sotto la carta delle pastarelle per l’eventuale ghiotto fantasmino. Naturalmente i nostri sospetti erano fondati e quando candidamente chiedemmo a Piero se ne sapesse qualcosa, lui molto candidamente negò. Capimmo al volo che avevamo a che fare con un personaggio che avrebbe condizionato in modo significativo i nostri anni in quella casa. Ma nessuno di noi poteva immaginare quanto.

…quattro : Piero.

…le preoccupazioni di un fuorisede a Roma non sono tante. Il primo target è trovare una camera. Poi pensare a come riempire lo stomaco e vi assicuro che per una matricola del Sud abituata a primo-secondo-contorno-sott’oli-olive-formaggi-soppressate -frutta-caffé e Amaro del Capo fino al giorno prima della partenza, non è facile. Il terzo trauma da affrontare sono le faccende di casa: fare la spesa, cucinare, lavare i piatti, pulizie. Non avevo mai lavato una piastrella fino al settembre novantasei. Immaginate il mio viso quando mi son trovato di fronte quella striscia gialla di materiale non identificato (allora gli UFO esistono! signor P.) sul cesso. Il quarto problema da affrontare è il padrone di casa. Ora, c’è da fare una precisazione. Il padrone di casa anche quando lo vedi una volta al mese per dargli l’affitto è sempre una situazione del cazzo. Innanzi tutto perché hai, come direbbe il mio amico Orazio, la minchia unchiata, la minchia (e questo non si traduce) gonfia per il fatto che gli dai bigliettoni su bigliettoni sull’unghia, senza ricevuta. Poi perché è l’unica persona con la quale non ti senti completamente a casa tua. Perché quei bigliettoni ti ricordano uno per uno che è sua.

Ora. Io la casa l’avevo trovata già da Catanzaro. E il primo problema era risolto. Per quanto riguarda lo stomaco da riempire la mensa faceva abbondantemente il suo dovere. Certo non era la mamma, ma io non mi lamentavo. La striscia gialla sul cesso, è rimasta là fin quando non è venuto il padre del proprietario di casa, il Professore, che dopo un litigio quasi fisico con Giovanni… si è messo i guanti e l’ha tolta lui. Il Professore intendo.

Il padrone di casa, invece. Quello l’avevo in casa.

Piero non era un cattivo ragazzo. Certo ad un certo punto avevamo preso a chiuderci le camere a chiave per evitare che ci rubasse le merendine. Giovanni alloggiando all’entrata, quando aveva qualcosa di appetitoso lo lasciava da noi. E avevamo anche la sensazione che ci spazzasse la polvere della sua camera nelle nostre stanze… nel dubbio lo facevamo noi a lui. Era un ragazzone di trent’anni e passa, laureato alla Luiss con centodiecielode lavorava in Banca d’Italia su via Nazionale. Aveva acceso un mutuo su quell’appartamento di Colli Aniene, in una zona residenziale nella quale le case avevano muri talmente sottili che i rapporti di vicinato non potevano che essere di ostilità. Tornava tutte le sere alle diciotto e aveva quattro passioni. Lo vedevi apparire nella sua maestosità, resa ancor più imponente dal giubbotto rinforzato da motociclista sopra il vestito elegante, e il casco sul braccio. Le moto erano la sua prima passione. Appena arrivato si metteva comodo nelle sue ciabatte e strascicando i piedi si dirigeva in cucina a mangiare la solita fetta biscottata con la sottiletta, ovviamente il caffè e andava in palestra… la seconda passione. Quando tornava passava sempre dalla videoteca. La sua terza passione era infatti il cinema. Se le videocassette che riportava a casa erano più di due allora voleva dire che quella sera l’avrebbe dedicata alla quarta passione.

Proprio sotto casa nostra c’era infatti un Sexy Shop (che io scrivo in maiuscolo perché non ho pregiudizi) che vi devo ammettere non era niente male. Se devo dirla tutta ci sarò entrato solo un paio di volte, massimo tre-quattro, a parte quelle volte che facevano gli spettacoli… scherzo! Ci siamo entrati, io Giovanni e Orazio che sembravamo degli scolaretti al primo giorno di scuola. Spavaldi e impettiti nella nostra virilità solleticata dal gusto del proibito, consapevoli di stare facendo qualcosa di inimmaginabile nella nostra Terra Madre, una di quelle avventure che racconti appena torni in Calabria. Giro di perlustrazione con il sorrisetto sulle labbra. E via a mensa.

Ma ora sto divagando. Pure Piero ci passava, anche se credo che la terza videocassetta provenisse anch’ essa dalla videoteca… dalla ‘zona rossa’ però, quella con le tendine… e tornando a casa andava dritto in camera sua. Credo che quella di prendere tre videocassette fosse la strategia che usasse per sviare i sospetti. Ma non ho mai capito in che senso. Voglio dire, se avessimo chiesto che film avesse preso ci avrebbe eseguito il gioco delle tre carte come i napoletani a Porta Portese? Mah!

E avveniva così che nell’ora del congedo notturno il volume della tele di Piero si abbassava al minimo, basso basso, e noi nella camera di Orazio a sghignazzare e a meditare un sopralluogo, la mattina dopo, per verificare i nostri sospetti…

…cinque : Piero II …il ritorno.

…l’ultima volta che gli sgamammo un filmetto fu una domenica. Eravamo, io e Orazio, in giro per casa senza avere nulla da fare. Giovanni era tornato giù in Calabria. Piero era uscito a fare un giro in moto con il suo collega di lavoro Edoardone verso i Castelli Romani e sapevamo che non sarebbero tornati prima di cena. La sera prima Piero aveva riportato solo due videocassette e quindi le probabilità di una scoperta hot diminuivano sensibilmente… ma come ripeto io e Orazio non avevamo nulla da fare. Entrammo in camera e ci accorgemmo che c’era solo una videocassetta. Capimmo al volo che l’altra doveva stare nascosta. Usura Gallery. Ricordo ancora il titolo. L’inserimmo nel registratore un pò per gioco un pò per curiosità, ci posizionammo comodi sul suo letto… e devo ammettere che il ragazzotto aveva gusto. Era ambientato in Sicilia (immaginatevi Orazio!) e trattava di una banda di usurai che andava a riscuotere il pizzo pretendendo al posto del contante il pagamento in natura da parte delle mogli, neanche troppo scontente, dei malcapitati. Era carino perché contrariamente alla maggior parte dei film hard (naturalmente parlo per sentito dire) questo aveva una storia anche ben sviluppata, una sceneggiatura rotonda e soda e anche gli attori ma soprattutto le attrici molto molto professionali. Insomma ci siamo fatti prendere dalla trama per una buona mezz’ora, continuavamo a ridere e a sottolineare che in fondo poi non era per nulla male, come se volessimo dare una giustificazione al fatto che stavamo ancora lì a guardare… ad un tratto sentiamo il rumore della porta di casa che si apre e si richiude. Dalla bocca di Orazio è uscito un “sucamichiaEva!” e siam passati da una sensazione di eccitamento divertito al panico. In quei cinque secondi che ci hanno separato dallo sguardo incredulo di Piero è successo di tutto. Io sono scattato all’ impiedi, Orazio con il telecomando in mano ha fatto appena in tempo a spegnere la TV ma non il videoregistratore che continuava ad andare. La scena era questa: io sull’attenti con il bozzo nei pantaloni, Orazio con il telecomando in mano a cercare di trovare una risposta al viso di Piero che era più imbarazzato di noi, anche perché con lui c’era Edoardone con il sorrisetto che si gustava divertito la scena. Ricordo che Piero ci ‘ordinò’ di andare nelle nostre camere e la cosa strana fù che noi ci sentivamo talmente colpevoli che filammo senza fiatare. Naturalmente finimmo in camera mia a ridere che avevo le lacrime agli occhi. Dopo un quarto d’ora Piero ci raggiunse e ci fece un discorso del tipo: “noi non siamo fratelli! che non succeda più una cosa del genere“. Noi muti.

Ragazzi non è per niente facile convivere con il proprio padrone di casa. Pina, la sua ragazza, stava a Catanzaro e si sentivano tutte le sere. Vi ricordo che parliamo di dieci anni fa. Questo vuol dire che i cellulari avevano fatto appena il loro arrivo in commercio e anche i cordless non erano comuni come lo sono oggi. Fattostà che il telefono, disgrazia nostra e sua, era situato vicino al televisore del salone cioè in pieno spazio comune. Le prime sere io che ero il più moderato di casa proposi a Giovanni e Orazio di spostarci in camera mia per consentire a Piero la necessaria privacy. Naturalmente la diplomazia non durò a lungo. Le ali estremiste di casa spinsero presto per una riappropriazione dello spazio che ci spettava e una sera decidemmo di non alzarci dalla poltrona e continuare a guardare la TV. La scena si ripeteva tutte le sere. Noi seduti sulla poltrona e davanti a noi Piero seduto alla sedia a mandare bacini e sdolcinature. Nella destra la cornetta, e la sinistra che andava continuamente, a più riprese, sulla manopola del volume della TV fino ad arrivare al punto che si sentivano solo le sue effusioni. Così tirammo per un annetto. Poi finalmente si decise a farsi una prolunga, altro motivo di tensione perché secondo lui dovevamo pagarla pure noi. Piero era molto accurato nel dividere per quattro qualunque spesa. Tutto, foss’anche una lampadina, doveva essere diviso in parti uguali. Ma aveva a che fare con dei coinquilini che all’epoca erano campioni del risparmio e avrebbero tirato sul prezzo anche per cento lire.

…sei : sfamarsi.

…nei primi anni da fuorisede sei ossessionato dal denaro. Capisci che i tuoi genitori stanno facendo dei sacrifici inimmaginabili passandoti una paga che servirebbe a sfamare una famiglia monoreddito e ti senti economicamente colpevole. Io non ho mai capito come i miei genitori si possano essere permessi di mantenere me e i miei fratelli fuorisede… con gli stipendi di oggi ritengo sia impossibile. Comunque, all’epoca del mio arrivo a Roma i soldi in tasca erano pochi e al mio fianco avevo due persone che su questo argomento non avevano nulla da imparare. Anzi.

Giovanni, manco a dirlo catanzarese, stava a Roma già da uno o due anni, non ricordo bene. Il primo anno aveva occupato quella che sarebbe diventata successivamente la mia camera ma poi aveva pensato bene di ricavare il suo spazio all’ingresso, abbattendo notevolmente i costi dell’affitto. Qualche anno dopo l’avrebbe rifatto in un’altra casa riuscendo a far entrare in pochi metri quadri più roba di quanto ne avessi io in una camera tre volte più grande. Aveva quindi già acquisito la facoltà del giusto risparmio e ne era diventato un campione. Orazio ce l’aveva nel sangue. Confesso che sono stato un loro allievo cercando di carpire tutti i trucchi di quest’arte, con teoria e affiancamento, ma non sono mai stato alla loro altezza, anzi venivo tacciato di essere uno spendaccione con la fatidica frase: ” tu ll’hài i sòrdi allòra!” (tu allora i soldi ce l’hai!). Alla fine in casa si faceva a gara a chi riusciva a spendere di meno. Le dispense erano cariche di pacconi da due chili di biscotti per la colazione, pasta che cuoceva in venti minuti, barattoli di pelati che costavano meno della busta del supermercato, confezioni da venti di uova delle marche alle quali sugli scaffali dei supermercati viene riservato il posto più basso, scomodo, buio. E allora andare a fare la spesa era diventata un’ avventura che elettrizzava, un’attività venatoria alla ricerca del TrePerDue, con tanto di volantino pubblicitario da leggere a mò di mappa, Alla ricerca del Risparmio Perduto, della ‘confezione famiglia’, dell’ OFFERTA SPECIALE. E quando la preda finiva finalmente nel sacco, cioè nella busta (che a sentire i nostri commenti era un furto il fatto che ce la facessero pagare, sucaminchiaEva!) di uno di noi, gli altri due rosicavano (s’imbunnavanu, n.d.r.) e accorrevano immediatamente a battere il terreno di caccia per appropriarsene prima che la stagione venatoria chiudesse, cioé l’offerta terminasse. C’erano poi quei prodotti che era vietato comprare come il pane, i succhi di frutta, la frutta e lo yougurt. Per quelli c’era la mensa.

Di mense ce n’erano tre. Quella in cui si mangiava bene ma l’ambiente era triste. Quella in cui si mangiava peggio ma era piena di gnocca. E quella dove si mangiava meglio di tutte ma era in Culonia ed era quella di Ingegneria. Quest’ultima era na caserma, nel senso che c’era solo masculanza, e pure di quella brutta. Ci andavamo solo di sabato perché è situata in via Cavour cioè fuori dalla città universitaria e per arrivarci bisognava prendere la metro e poi farsi un pezzo a piedi. Era la più pulita e la più efficiente, colorata e ordinata. Però non si vedeva l’ombra di una ragazza, ‘na vera e propria caserma. In questa come in quella di via DeLollis per entrare devi passare il tesserino magnetico e ad ogni pasto ti veniva scalato l’importo di tremila lire. Facevi tre file: quella per caricare il tesserino, quella per badgeare e poi in fila indiana con il vassoio in mano. Arrivato il tuo turno non ti dovevi distrarre perché all’inizio ti danno il pane e capitava sempre che di sabato si andava con i cappotti e le giacche dalle grandi tasche per far rifornimento per la domenica. Poi si scorreva e potevi scegliere tra due o tre primi, un paio di secondi, contorni frutta o succo di frutta o dolce o macedonia. Il menù cambiava da un giorno all’altro ma era simile da una settimana all’altra: giovedì gnocchi venerdì salt’imbocca a la romana e via dicendo. Entravamo affamati e incazzati neri per la fila e sistematicamente ci si lamentava per la poca pasta, la fettina tosta na pétra, le zucchine scotte o il puré insipito. I posti più ambìti erano quelli vicini al nastro trasportatore, dove i ragazzi poggiavano i vassoi una volta finito il pasto. Da lì se eri fortunato potevi prendere la roba che qualcun’altro lasciava; tipo yougurt, succhi, pane… natulamente con le confezioni ancora integre! Così finiva che all’uscita ci spuntavano succhi yougurt frutta da tutte le tasche e una quantità di pane impressionante che poi finiva in congelatore per le domeniche a casa. Alla mensa di Economia invece si andava soprattutto di sera. Primo perché era la più vicina rispetto a dove abitavamo. Orazio e Giovanni facevano sempre tardi dalla palestra e arrivavamo giusto in tempo dieci secondi prima della chiusura (che essendo elettronica non sgarrava): con l’affanno per la corsa con i borsoni della palestra in spalla su per la salita… e sempre incazzati neri per la paura di non farcela: non potevamo rischiare di rimanere senza pasto. Poi perché anche quando si arrivava in ritardo era l’unica mensa che se ti sapevi destreggiare potevi entrare anche senza badgeare. Terzo perché era pieno di gnocca, c’era la birra e potevi prendere anche la pizza. La mensa di Economia era diversa dalle altre. Una volta entrati non dovevi far la fila indiana per il cibo, era tutto più free e potevi andare da un bancone all’altro per scegliere cosa prendere. Qui i cappotti erano d’obbligo. Perché con movimenti svelti da prestigiatore e gioco di squadra riuscivi a far scivolare nelle tasche qualsiasi cosa stesse in una confezione. Alla fine stavi talmente carico che per dover andare a mangiare, nella sala dei tavoli, dovevi attendere che il tipo che aspettava al ‘varco’ con il compito di controllare si distraesse perché avrebbe altrimenti notato i ‘rigonfiamenti’ per tutto il corpo.

Comunque a mensa si andava tutti i giorni, a pranzo e a cena. Soprattutto i primi anni non avevi altra soluzione come alternativa ai pasti della mamma. E poi si iniziavano a fare le prime conoscenze. Era un’ottima occasione per invitare una ragazza a cena fuori e non rischiare di andare in bianco spendendo un capitale. Anche se, se proprio la devo dir tutta… in bianco si andava raramente… 8) …in ambiente universitario, soprattutto i primi anni, si percepisce uno strano sfriculìamento, l’aria è carica di ferormoni e tensione da esame che spinge per essere scaricata. Per molte ragazze del Sud e non, l’esperienza fuorisede diventa un’ottima occasione per liberarsi da tutti i tabù familiari, si vive in casa senza genitori e a volte gli appartamenti sono misti… si crea un’atmosfera maliziosa che trasforma santerelle nostrane in lolite d’altri tempi… e per qualcuna diventa anche un modo per arrotondare la paghetta mensile…

…sette: ormoni.

…il primo giorno di università è indimenticabile. Arrivo tutto eccitato preciso e ordinato, con la mia bella cartellina, penne di due colori diversi e il mini-registratore. La prima cosa che ricordo sono le ragazze. Tante ragazze. Ragazze di ogni razza colore e ceto sociale. Ragazze del Sud, tante, ragazze del Nord, poche. Ragazze ovunque, bionde more scollate e infichettate, di qualsiasi misura e gusto. Stavo stordito. Non riuscivo a trovarne una che non mi piacesse e me le squadravo tutte come fossi un maniaco. Osservavo ed ero osservato. Mi sentivo un polletto nell’aia: la facoltà di Psicologia è carente di esemplari maschili e inoltre in quei pochi che ci stanno è difficile trovare la giusta dose di testosterone. Io invece ne avevo in esubero e dovevo sforzarmi di mantenere il livello al di sotto dei limiti consentiti dalla morale. C’è da aggiungere che era appena terminata l’estate e ancora i corpi portavano dietro i colori e la sensualità dei mesi trascorsi. Comunque ero ancora fidanzato e mi limitavo a farmi solleticare i sensi. Frequentavo per benino i miei corsi seduto al primo banco per poter registrare la lezione e approfondire gli argomenti. Mi accorsi velocemente di essere uno dei migliori e questo particolare aggiunto al fatto che in molti insegnamenti ero l’unico ragazzo fece accrescere l’attenzione degli sguardi femminili nei miei confronti. Il mio punto forte erano le lezioni che sbobbinavo e completavo con grafici e disegni. Quei quadernoni mi consentirono di avere molti numeri e tanti incontri studio. Anche perché andavo forte nelle materie prettamente scientifiche tipo anatomia, fisiologia che erano quelle che facevano smadornare tutte. Conobbi Vera di Sapri. Era fidanzata e quindi ci provai velatamente. Non ho mai capito se le piacessi, però andavamo molto daccordo e studiavamo spesso insieme. Orazio diceva che portava jella, anzi lui dice “spiga” e ogni volta che l’invitavo a casa si toccava le palle: “minchia ‘nbare! ma sì scimunìtu? domani c’ho l’esame, chìssa pò(r)tta spìga!” Ma io non c’ho mai creduto a queste cose ed eravamo diventati molto confidenti. Fu la prima persona alla quale chiesi consiglio dopo quella sera con Silvia.

Silvia veniva da Pescara. L’ho conosciuta durante una lezione di Sociologia. Stavamo seduti vicini, al primo banco. A quei tempi andavo in giro con un basco di canapa con una foglia di marja disegnata. La lezione finisce alle venti e lei mi propone di fare una passeggiata al centro. Quella sera non avevo smesso un attimo di fare il cascamorto. Silvia era una gran camminatrice. La ricordo con la borsa a tracolla e i capelli corvini. Un viso bellissimo. Andammo al centro e camminammo per Roma tutta la notte. Via Cavour Colosseo Fori Imperiali piazza Venezia Corso piazza di Spagna piazza del Popolo piazza Navona e Campo de’ Fiori largo Argentina Trastevere… praticamente il giro che avevo collaudato nelle mie giornate di ozio e che avrei riproposto in ‘altre’ occasioni… e che terminava sul Lungotevere a guardare i luccichìi dei lampioni sull’acqua e aspettare l’alba. Io parlavo della mia ragazza in Calabria, lei del suo boy a Pescara; che il rapporto s’era guastato …e la lontananza …e il periodo nero e forse forse c’era bisogno di prendersi una pausa… Il bacio che scattò fu liberatorio e cinematografico. Ambedue stavamo tradendo i nostri rispettivi compagni, era una sensazione nuova per me: il brivido del proibito pervade il corpo e l’eccitazione sale alle stelle e passati i primi giorni da senso di colpa ti vien voglia di rifarlo e rifarlo altre volte, con persone diverse. E’ il piacere della prima volta insieme al “non posso farlo”, del primo contatto con una persona che conosci appena, quell’istante prima che le labbra si tocchino, l’attimo in cui ci si guarda negli occhi e vedi nell’altro la tua stessa intenzione. Ogni volta cerco di dilatare al massimo quell’istante, di viverlo in ogni sensazione: il nodo alla gola, le mani che sudano alla scoperta di rotondità nuove, il viso che si tende, l’eccitamento che sale sale sale, le tue dita che sfiorano la sua nuca e il suo basso ventre che istintivamente si poggia al tuo, la scarica di adrenalina che attraversa la schiena e l’odore dei suoi capelli sul collo accapponato, la lingua calda, impaziente sotto i colpi degli ormoni. E Roma intorno, distratta e magnifica.

La mattina la riaccompagnai a casa. Aveva una camera alla casa dello studente, all’Olimpico. Un’ora per andare e un’ora per tornare. Sul tram mi sono addormentato. A casa non andai a letto. Scaricai la tensione di una notte in bagno senza pensare a nulla. Quindi sbobbinai la lezione del giorno passato. Alle dieci andai all’università. Ero tanto felice che offrìi a Piero un cioccolatino della calza della Befana. Poi pensai a come dirlo a Iole. La mia ragazza, ormai ex.

…otto : Psicologia.

immagine7.jpg …tutto è iniziato alle scuole superiori. Un compagno di classe mi regalò un libro. Non so perché l’abbia fatto. Non eravamo amici. L’unica cosa che ci legava era l’omonimia. Il libro era di Freud, trattava di alcuni casi clinici e impostava le linee generali della sua dottrina. Ricordo che lo divorai in un paio di giorni e rimasi con un buco allo stomaco. Nel giro di qualche mese completai la lettura di tutte le opere, deciso a studiare psicologia. Pensavo che la psicologia fosse Freud e credevo di aver capito la psiche umana. Interpretavo i sogni di Iole ed era parecchio divertente associare lapsus verbali a simboli fallici. Mi ero convinto che all’età di tre anni avevo voluto possedere sessualmente mia madre tanto da voler desiderare la morte di mio padre, frustrato com’ero da un oggettivo complesso di inferiorità nei confronti del suo enorme pene. Avevo capito che la passione per la numismatica di mio zio celasse una nevrosi e che la nuova moda dei Calippo nascondesse un bisogno orale non soddisfatto da parte della società civile. Avevo trovato nella psicanalisi la conferma d’autorità che mi rassicurava della normalità del fatto che stavo sempre a pensare al sesso. Mi immaginavo in uno studio con scrivania libreria e il classico divanetto corredato di paziente ninfomane con gonnellina calze autoreggenti camicetta bianca e occhialetti da segretaria.

Ma non andò così. Credo che il disincanto sia un sentimento comune tra chi sceglie di studiare psicologia. Ti trovi a dover sostenere esami come Biologia, Anatomia, Statistica, Fisiologia… Scoprìi in fretta che lo studio della mente umana aveva fatto qualche passo avanti dagli ultimi studi di Freud, che questi “si faceva” quanto Maradona e Lapo Elkann messi insieme e che infondo infondo il signor Sigmund un pò di fantasia ce l’aveva. Insomma, voglio dire, aveva costruito tutta la sua bella teoria su una decina di casi clinici che oggi definiremmo affetti da stati di angoscia, tra cui i più importanti erano palesemente dubbi, generalizzando le sue idee. Si pensi ad esempio al caso del piccolo Hans. Tutta la psicopatologia infantile è basata sul caso di un bambino visto un paio di volte e di cui Freud veniva informato dal padre attraverso un rapporto epistolare. Un bambino che aveva paura dei cavalli trasformato in un nevrotico parricida maniaco probabile guardone delle effusioni notturne dei genitori. Tutta la psicoanalisi da Freud in poi è stata un fiorire di ipotesi e teorie. Ognuna diceva la sua: Rank e la nostalgia della nascita, Klein e la semantica del seno materno, Winnicott e l’area intermedia della creatività, Allport e il valore dell’individuo, Adler e la spinta alla supremazia, Goldstein e la ricerca dell’autorealizzazione… e potrei continuare per altri tre post con quest’elenco! Ognuno di loro la sparava, e puntualmente aveva il suo miglior allievo che ad un certo punto litigava con il maestro per divergenze teoriche e fondava la sua scuola. Insomma ho deciso che avrei dato credibilità agli studi psicoanalitici nel momento in cui si fossero messi d’accordo tra loro. Ho capito con Woody Allen che la psicoanalisi è un mito tenuto in vita dall’industria di divani e avrei sfruttato le letture freudiane solo per capire le sue battute.

La Bibbia è un bellissimo libro, solo che il personaggio principale è poco credibile. Lo stesso potrei dire delle opere di Freud. Da leggere. Ma con leggerezza. Un pensiero necessario ma non sufficiente per conoscere le dinamiche del mondo che ci circonda. Un po’ come il pensiero cattolico. Non è casuale questo paragone. Entrambi i pensieri si basano su dogmi, su entità platoniche come l’ Io, l’ Es, il Super-Io che ricordano tanto il Padre il Figlio e lo Spirito Santo, sul famoso Inconscio che la Chiesa chiama Belzebù e la fissa di entrambi per il sesso. Entrambe le dottrine possono essere comprese se inquadrate all’interno del periodo storico in cui si son formate: la Chiesa nel bisogno di sicurezza mistica in una realtà in disfacimento, la psicanalisi figlia del periodo vittoriano e delle influenze darwiniane. Decisi allora di seguire un campo più razionale. Il campo della psicologia scientifica sembrava darmi più garanzie. Esperimenti, calcoli statistici, variabili controllate, camici bianchi, topini che saltano in tempo per non prendere una scossa e gatti che imparano a premere una leva. Cani che salivano (nel senso di salivare, non salire) e piccioni che riconoscono i colori. Richiesi una tesi al dipartimento di Neurofisiologia Umana. Studiavo la programmazione ai movimenti su una scimmietta di nome Baby… ma ora vado troppo di fretta. Facciamo un passo indietro.

Esiste un episodio, un particolare dell’infanzia di ognuno di noi che in apparenza insignificante assume un’importanza che condiziona l’intera esistenza. Volete sapere qual è il mio? Le gambe di mia cugina. Le ginocchia, le caviglie ma soprattutto i polpacci, i polpacci di mia cugina stesa sul letto a guardare la tv l’ultimo giorno di vacanza in Calabria. Polpacci lisci sportivi scattanti e moderni. Ora, che a questo evento si dia una spiegazione di tipo analitico tirando in ballo l’inconscio o che venga inquadrato all’interno di un approccio naturalistico tirando in ballo Lorenz e le sue anatre, poco importa perché da quel giorno ciò che ho cercato nelle donne è stato condizionato da quei polpacci. Così potete ben capire e non accusarmi di cinico maschilismo quando, la sera in cui ho invitato Silvia a passare la notte a casa mia quanto male ci sia rimasto nel notare un eccessivo eccesso lipidico sulle sue gambe.

Scoprìi rotoli di adipe in posti che non avevo notato e perdonai il mio amico giacomino per non aver saputo svolgere il suo dovere di calabro membro virile. Insomma avevo fatto cilecca ma senza preoccuparmene. Ricordo il pomeriggio in cui Silvia se ne andò da casa mia. Era una noiosa domenica di primavera. Non l’avrei mai più rivista. La osservavo dal balcone allontanarsi per la stradina del parco di Colli Aniene. Non c’eravamo detti niente. Solo ciao. Ma sapevamo entrambi che era finita. La sera dopo avrei conosciuto Tiziana.

Tiziana era pugliese. Era un’amica che Orazio aveva conosciuto a mensa. Studiava psicologia ed era una bomba del sesso. Non era bella ma aveva un non so che… una potenza sensuale da farti girate la testa. Credo che piacesse ad Orazio e credo anche che per un momento abbiamo sfiorato un incidente diplomatico in casa. Ma tutto poi si è risolto. Una sera fummo invitati a casa sua a cena, io e Orazio. Credo ci fosse anche Pablo, un amico in comune. Avevo ormai intuito che le piacevo e passammo tutta la sera a stuzzicarci con lo sguardo. Arrivata l’ora della buona notte si era capito che io sarei rimasto ancora mentre Orazio e Pablo si stavano preparando per andare. La porta si chiuse alle loro spalle e finimmo immediatamente sul letto. Rimasi impressionato dall’aggressività di Tiziana, fece tutto lei e non mi diede neanche il tempo di capirci nulla. E sembra che neanche il mio fido giacomino avesse capito bene cosa stesse succedendo perché ancora una volta aveva deciso di obiettare. Sembrava la scena di Paz e io continuavo a pensare: “alzati! …alzati! …alzati! …alzatialzatialzatialzati!!” ma non c’era nulla da fare. Mi sentivo a disagio come un mare che qualcuno tentasse di bere con la cannuccia. Mi attendeva una notte che si prospettava indimenticabile con una ragazza che avrebbe fatto di tutto per renderla tale… e lui, lui faceva i capricci. Di nuovo.

Ok, avevo un problema. Che mi stava succedendo? Passavo ore tra la palestra e la piscina, mangiavo sei volte al giorno per mantenere un fisico da atleta, facevo colazione con bianchi d’uovo e tonno al naturale e avevo trasformato il mio corpo in un triangolo isoscele con la base rivolta verso l’alto. Conoscevo tutte le tecniche di abbordaggio e frequentavo un ambiente in cui anche il più sfigato dei ragazzi avrebbe cuccato… e poi!? …arrivato al dunque!? niente! nulla! nisba! nada!

Ok, avevo un problema. E che problema. Uno di quei problemi che non puoi mica andare a raccontare in giro. Immaginate Orazio: “minchia ‘mbare, ma si impazzùtu? Sì pùppu?” (amico mio, starai impazzendo? non ti piaceranno mica gli uomini?)… no non stavo impazzendo anche se mi sembrava di stare in un girone dantesco, con tanto di contrappasso: attorniato da donne, desiderato desideravo ma non operavo. Mi rinchiusi nella torre d’avorio della scienza, passavo il mio tempo a studiare, gonfiare i miei muscoli e ballare nei locali. All’epoca si frequentava locali come il Black Out, il Circolo degli Artisti e le feste negli appartamenti. Ero circondato da donne che conquistavo e lasciavo nel momento fatidico per paura di una figuraccia.

Ma come in tutte le cose che faccio ci presi presto gusto. Avevo notato che il mio non voler concludere si era trasformato in una certa sicurezza che mi consentiva di apparire più desiderabile: un ragazzo diverso da tutti gli altri che quando conoscono una donna hanno il ‘chiodo fisso’. La stessa sicurezza e fascino che sprigionano alcune ragazze che hanno fama di “non darla” facilmente e questo scatena negli uomini una sorta di competizione. Per me si era verificata la stessa cosa, andavo in giro predicando della possibilità dell’amicizia sincera tra un uomo e una donna e mi ritrovavo circondato da ragazze che mi confessavano i loro segreti, senza badare al fatto che fossi un uomo. Il complimento che mi veniva continuamente rivolto era che sapevo ascoltare e d’un tratto intorno a me avevo solo donne desiderose di conforto… -D

…nove: mens Sana in CorpOre SanO.

imgine.gif …siamo arrivati all’inizio dell’avventura romana. Fino ad ora solo normali storie di un fuorisede terrone alla scoperta di un nuovo mondo. Passati due anni dallo sbarco nella Capitale la vita fluiva senza scossoni. A casa filava tutto liscio, io andavo in giro in vestaglia e babbucce della nonna, ci divertivamo e litigavamo. Ogni domenica ci ritrovavamo nel salone a seguire le partite e ad accogliere i testimoni di Geova. Ce n’era uno in particolare che passava puntuale tutte le settimane convinto che c’avrebbe convertiti. Ma tutti e tre professavamo già una Fede. Io il mio razionalismo, Giovanni Padre Pio. Orazio il Catania. Avevamo fatto amicizia e alla fine era interessante poter discutere con lui di Dio, dell’opulenza del Vaticano, del caso Di Bella e del giorno del Giudizio. Una volta portò persino la figlia ventenne, ma credo abbia notato un certo ardore demoniaco nei nostri sguardi perché fu la prima e l’ultima volta.

Io studiavo con passione mantenendo la media del ventotto e prendendo una borsa di studio da sette milioni l’anno. Il mio fisico era quello di un supereroe dei cartoni animati: un triangolo isoscele con la base rivolta verso l’alto. Avevo scovato una piscina vicino casa e – trovato il modo per entrare quattro volte a settimana pagandone due – mi sparavo duecento vasche in due ore cantando sott’acqua. Si, prendevo aria e quando espiravo cantavo. Era un modo per passare le due ore senza pensare troppo al mio problemino. Ma non bastava. Ricordate che Piero aveva quattro passioni? Bene, la seconda la condivideva con me. Non i pornazzi naturalmente.

Andavamo in palestra insieme e devo ammettere che era un maestro eccellente. Non avevo mai praticato il body-building, era un’esperienza nuova e come in tutte le cose che faccio, ci presi presto gusto. Piero era un esperto, aveva partecipato anche a gare e il suo corpo da banchiere conservava i passati trascorsi da sportivo. Riusciva a sollevare fino a cinquanta chili con un solo braccio… era una bestia. In palestra lavoravamo in coppia, mi seguiva come se fosse il mio personal trainer e in un paio di mesi il mio fisichetto era niente male. Seguivo una dieta che prevedeva sei pasti al giorno con molte proteine e pochi grassi. Mangiavo cinque bianchi d’uovo a colazione, tonno, riso in bianco e yougurt. Poi merenda a metà mattinata con pollo scondito e qualche frutto. Pranzo completo a mensa. Merenda abbondante, poi di nuovo cena a mensa e alla fine lo spuntino di fine giornata verso le dieci di sera. Banane a volontà.

Per chi mi conosce ora non mi può immaginare. Oggi sono secco secco, all’epoca pesavo dieci chili di più ed ero tutto muscoli. Come se non bastasse mi ero comprato dei manubri per far esercizi anche a casa. Mi chiudevo a chiave in camera per non essere disturbato da Orazio e Giovanni che sghignazzavano prendendomi in giro e… pompavo, pompavo. Dovevo pur scaricare in qualche modo e il bagno non mi bastava.
Era una passione che condividevo con i miei coinquilini. Anche loro si erano iscritti in palestra, ma non la mia. Ne avevano trovato una più economica rispetto a quella dove andavo io che era da Very Important Person. Come sempre ero tacciato di essere uno spendaccione con la classica frase: “tu allora l’hai i sordi!” anche perché avevo acquistato tutto il necessario: guantini, cinturone e bevande energetiche. Piero mi voleva convincere a prendere gli ormoni ma visto come era ridotto lui, gonfio di liquidi, non ci sono mai cascato.

Curavo il mio corpo e studiavo. Una combinazione perfetta per cuccare in ambiente universitario. Peccato che non concludevo. Mi piacevano le materie scientifiche che erano quelle che facevano smadornare le mie colleghe, così le settimane che precedevano gli esami ero bersagliato da inviti per studiare insieme. Me ne andavo in giro con una borsetta a tracolla, maglioncino a V con camicetta, jeans e scarpina lucida. Capello lungo e pizzetto alla Raz Degan (che per gli occhi di mia nonna in Calabria era a’la Gesucristu) profumo Balestra e tanta, ma proprio tanta tanta convinzione.

Con Orazio l’amicizia si stava saldando e presto sarebbero avvenuti degli avvenimenti che ci avrebbero reso più intimi…

Frequentando la mensa avevamo conosciuto un gruppo di ragazze che avrebbe in seguito condizionato la nostra esistenza e soprattutto la mia, il gruppo di Azzurra, la ragazza con la quale ho passato gli anni più belli a Roma. Anni all’insegna del divertimento proibito, dell’esperienza estrema, gli anni delle feste negli appartamenti, gli anni del sesso della droga e di Nick Cave. Gli anni dove il giorno e la notte appartenevano a due mondi diversi. Di giorno si studiava, si sostenevano gli esami e si prendeva trenta… la notte ci si perdeva all’interno dei fumi dell’alcol e della cannabis, si frequentavano i centri sociali e si attendeva il giorno successivo con ansia.

Ma facciamo un passo indietro. Torniamo ancora all’estate del secondo anno. Orazio era venuto a trovarmi in Calabria. Come tutte le persone che venivano da fuori mio nonno lo aveva soprannominato u tedescu, il tedesco, forse per deformazione bellica. Fu così che sbragati su una spiaggia assolata del mar Ionio a’ “Quattro di Bastoni” ad abbronzare i muscoletti riceviamo la telefonata di Piero che ci comunica di aver deciso di non affittare più le camere…

“Voglio stare solo, credo di aver diritto a costruirmi una vita…”

“Certo, Piero, potevi almeno aspettare che tornassimo a Roma per dircelo…”

“Ho voluto avvertirvi prima così avete il tempo per trovavi un’altra casa…”

“Come no! da cinquecento chilometri di distanza è facile trovare un appartamento..”

…e intanto Orazio …”minchia ‘nmbare! ma è scemunìtu? test’ ì miiinchia!”

PANICO!

Ammetto che sono andato in palla. Non sapevo neanche da dove iniziare a cercar casa e l’idea di andare ad abitare con persone che non cononoscevo, magari in doppia! mi deprimeva. Ora che la vita si era stabilizzata quel testadiminchia di Piero interveniva nuovamente a darle un pizzico di… di… di…

Sucaminchiaeva!

Insomma la triade si sarebbe disfatta. Trovare un appartamento in tre era impossibile. Innanzitutto perché i prezzi erano lievitati e Giovanni avendo difficoltà economiche avrebbe dovuto optare sicuramente per una doppia, se non per una tripla. Un appartamento con tre camere vuote era difficile, ma uno con una doppia da occupare e due singole era impossibile! Io e Orazio invece iniziammo a cercare casa insieme. Naturalmente con calma, molta calma. Piero era stato raggiunto dalla telefonata sìcula di Compare Turi, il padre di Orazio che gli aveva “suggerito” di non metterci fretta… di “stare attento” a che noi ragazzi stessimo tranquilli… che noi infondo avevamo bisogno di una certa serenità per poter studiare…

“U capìsti, Piero?”

“Certo… signor Turi…”

insomma con molta calma iniziammo a cercare casa.

Giovanni si sistemò in doppia in un appartamento a Casal Bertone. E per un pò lo persi di vista. Io e Orazio trovammo un monolocale a piazza Bologna, in pieno covo dei calabrotti. A Piero neanche lo salutammo. Gli lasciammo un bigliettino non molto simpatico e un abbonamento all’ Euroclub: quelli che ti spediscono un libro a caso e poi pretendono che lo paghi. All’epoca ritenemmo giusto comportarci così. Oggi forse…

Era un monolocale seminterrato ricavato da un appartamento più grande. La proprietaria aveva fatto la furbata di aggiungere per ogni camera un bagno e un angolo cottura, cosicché per miracolo l’appartamento si era triplicato. C’era una porta in comune, quindi un lungo e buio corridoio con le camere-appartamento. In pratica una specie di mini-ostello. Abitavamo con persone che non sapevamo se definire coinquilini o vicini. Non ricordo più neanche chi fossero.

Non era male, sapete. Aveva persino il giardino con un tavolo, alcune sedie e un gazebo tutto bucherellato dalle cicche delle sigarette che i condòmini gettavano dai piani superiori. E la lavatrice. Era poco curato e le piante erano cresciute a dismisura.

Dentro, un muretto e due sgabelli stile bar divideva l’angolo cottuta con fornelli elettrici dal resto dello stanzone. C’era un divanoLetto da una piazza e mezza e gli armadi. Ricordo che il bagno era bello. Una vasca enorme, la mia passione nelle serate di relax. Ma c’era un solo letto, il divano. E quindi dovevamo procurarne un’altro. Comprammo una brandina richiudibile. Orazio scelse con mia piacevole sorpresa di dormirci lui. A me toccò il lettone. Era comodo.

Non frequentai molto quella casa. Ci tornavo per fare il bagno e per dormire ogni tanto. A volte mi trattenevo da Tiziana. Molto più spesso in un appartamento che successivamente diventò famoso – l’ appartamento Ausonico – di due ragazzi che avevo incontrato a Psicologia il giorno in cui subìi il furto che diede inizio all’avventura. Pasquale e Silvio.

Una Risposta to “gli Episodi…partePrima.”

  1. Nicoletta Says:

    Quanti ricordi dei bei tempi che furono universitari mi sono tornati in mente leggendo quello che hai scritto! Alcuni belli, altri meno!
    Anche io ho avuto la sfortuna di avere un Piero per casa, solo che si chiamava Alessandro e rompeva le palle anche più di lui, essendo un maschio/padrone di casa/coinquilino di due ragazze (e di un ragazzo che tornava solo nei week end, ma che non faceva molto testo)…


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